Dalla Lilly il primo farmaco in grado di rallentare la progressione delle forme lievi di Alzheimer

I risultati di due ampi trial presentati durante l’Alzheimer's Association International Conference (AAIC) a Washington hanno mostrato una riduzione significativa del rallentamento nel declino mentale e della perdita delle capacità funzionali nei pazienti trattati con solanezumab

Come spesso accade in questi casi bisogna essere cauti, ma sembrerebbe che dopo anni di ricerche che hanno portato solo a farmaci in grado di curare i sintomi ma non la malattia, i ricercatori abbiano trovato una piccola arma contro l’Alzheimer. Almeno per le forme iniziali. Si tratta del farmaco solanezumab, sviluppato dalla Eli Lilly, che si è dimostrato efficace nel rallentare la demenza associata alle forme lievi di Alzheimer. A dimostrarlo i dati di due ampi studi presentati oggi alla durante l’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC) a Washington.

L’azione di Solanezumab si esplica bloccando la formazione della proteina beta-amiloide responsabile della formazione delle placche cerebrali nocive per i neuroni e alla base della malattia di Alzheimer. La proteina si accumula nel cervello per circa 10-15 anni e uccide i neuroni progressivamente prima che compaiano i primi sintomi della malattia. Perciò è possibile che i risultati siano visibili solo nei pazienti con forme lievi di morbo di Alzheimer che possono aver conservato un certo numero di neuroni intatti, mentre nelle fasi tardive i neuroni morti sono ormai irrecuperabili.

In realtà il farmaco fu testato per la prima volta nel 2012 in uno studio di 18 mesi chiamato Expedition e Expedition 2, condotto su circa mille pazienti con forma di Alzheimer da moderata a lieve, senza però mostrare nessun effetto significativo nel rallentare il progresso della malattia. In seguito però i ricercatori hanno eseguito l’analisi statistica solo sui pazienti con forma lieve della malattia, su cui solanezumab mostrava una riduzione significativa del 34% del rallentamento nel declino mentale e del 18% della perdita di capacità funzionali rispetto al placebo. Così la Lilly ha deciso di proseguire i due studi per altri due anni, solo su una popolazione con forma lieve di Alzheimer. I ricercatori hanno continuato a fornire solanezumab ai pazienti che lo avevano assunto durante gli studi e anche ai pazienti che erano stati trattati con il placebo. Dopo i rimi sei mesi secondo quanto riferito dai ricercatori, i pazienti che avevano assunto il farmaco sin dal principio stavano meglio rispetto quelli che avevano iniziato ad assumerlo solo in seguito. In particolare la differenza è rimasta statisticamente significativa per 12 mesi e ha continuato a manifestarsi anche in seguito ma in misura minore.

Solanezumab è stato ben tollerato nei pazienti trattati, secondo quanto riferito dai ricercatori, anche se nel gruppo trattato sin dal principio con il farmaco sono stati registrati un maggior numero di avventi avversi cardiaci rispetto l’altro gruppo. Aspetto questo che sarà approfondito nello studio Expedition 3, attualmente in corso. La Lilly ha previsto di arruolare, epr questo studio, solo pazienti che all’imaging cerebrale hanno mostrato placche di proteina beta-amiloide, in modo da escludere eventuali altre forme di demenza che potrebbero distorcere i dati dello studio. Secondo l’azienda infatti circa il 25% dei pazienti arruolati negli studi Expedition precedenti, non possedevano in realtà depositi di proteina beta, e quindi non avrebbe beneficiato dell’effetto del farmaco.

“Solanezumab può rallentare la progressione della malattia di circa un terzo, come ha mostrato nei primi due studi di Fase III – ha spiegato Eric Siemers, direttore medico del gruppo di Eli Lilly che si occupa di Alzheimer – il che sarebbe un grosso passo avanti per i pazienti. I pazienti trattati per 18 mesi con il farmaco hanno mostrato un ritardo di sei mesi nella progressione della malattia di Alzheimer”.

Se solanezumab mostrasse un effetto significativo nello studio condotto sui 2100 pazienti con malattia di Alzheimer lieve, in pochi anni potrebbe diventare il primo farmaco approvato per rallentare il decorso della malattia. Considerando il numero elevato di persone affette dalla malattia, secondo una stima di John Boris, un analista della Suntrust Robinson Humphrey, la Eli Lilly potrebbe guadagnare più di 10 miliardi di dollari di fatturato annuo e aumentare gli utili Lilly per gli anni a venire. Sulla scia di questo entusiasmo le azioni della società sono salite del 24% dall’inizio dell’anno, contro una media del 12% rispetto le altre compagnie farmaceutiche, come afferma la Reuters.