Brexit: gli effetti sulla proprietà intellettuale sono a lungo termine

La situazione resta inalterata fino a quando non sarà definitivo il divorzio dall'Unione europea

La Brexit non avrà un effetto immediato sulla legislazione europea in materia di proprietà intellettuale e sui diritti di proprietà intellettuale europei: la situazione resterà così come è fino a quando il divorzio del Regno Unito dall’Unione europea non diventerà definitivo.
I negoziati infatti richiederanno tempo e il Regno Unito rimarrà ufficialmente parte dell’UE fino a quando non si raggiungerà un accordo. Almeno fino ad allora non cambierà praticamente nulla. Ciò detto, date le implicazioni future, tutti i titolari dei diritti di proprietà intellettuale dell’UE dovrebbero a rivalutare la protezione dei loro diritti IP e la strategia di registrazione e tutela per i prossimi anni. Nel prossimo futuro, potrebbe essere opportuno depositare almeno i marchi e i disegn anche a livello nazionale nel Regno Unito, e non solo a livello UE.
Di seguito un’analisi più dettagliata per ciascun titolo di proprietà industriale.

Brevetti europei – I brevetti europei non saranno interessati dal Brexit dato che questi titoli non sono disciplinati da un accordo multilaterale estraneo alla UE (la Convenzione sul brevetto europeo), di cui il Regno Unito rimarrà parte, e sono gestiti dall’Ufficio Brevetti Europeo, che non è parte della UE. La scelta di depositare i brevetti europei designanti il Regno Unito al posto di o in aggiunta a i brevetti nazionali del Regno Unito resterà quindi a discrezione del depositante.

Brevetto europeo con effetto unitario e Tribunale unificato dei brevetti (UPC) – In linea di principio la Brexit non dovrebbe causare il fallimento dell’UPC, dato che altri paesi (probabilmente l’Italia o i Paesi Bassi) prenderanno il posto del nel Regno Unito nella procedura, e forse ospiteranno anche la sede di una sezione della Divisione Centrale (Milano è ufficialmente candidata). Ma il processo di ratifica dell’Accordo sull’UPC sarà comunque ritardato significativamente. Infatti, per tutto il tempo in cui il Regno Unito farà parte dell’Unione Europea, l’Accordo potrà entrare in vigore solo se ratificato anche dal Regno Unito, ma è estremamente improbabile che ciò avverrà. È pertanto altamente improbabile che l’Accordo entrerà in vigore prima che l’uscita del Regno Unito diventi efficace. L’unico modo per evitare tale situazione di stallo sarebbe che gli altri paesi partecipanti negoziassero un adeguamento dell’Accordo per escludere immediatamente il Regno Unito dal gruppo dei tre paesi (Regno Unito, Francia e Germania) la cui ratifica è attualmente obbligatoria. Ma anche questa soluzione richiederà tempo.
Peraltro, secondo quanto stabilito dalla Corte di Giustizia UE la ratifica dell’Accordo sull’UPC è possibile esclusivamente per gli Stati membri dell’UE e quindi dopo che il Regno Unito sarà uscito dalla UE non dovrebbe più esserle possibile farne parte. Tuttavia il dibattitto è in corso e si è fatto particolarmente acceso in queste ultime settimane, e recentemente alcuni studiosi costituzionalisti inglesi hanno presentato un paper che esplora le strade che potrebbero essere seguite al fine di consentire al Regno Unito di partecipare all’UPC anche dopo che avrà cessato di essere uno stato membro della UE. In sostanza è stato evidenziato che sarebbe possibile, considerando i fondamenti dell’accordo UPC e i vincoli del diritto comunitario del diritto e internazionale, immaginare la strada di un nuovo accordo internazionale tra il Regno Unito, i paesi membri dell’UPC e la UE per assicurare che sul punto il diritto interno del Regno Unito sia compatibile con i principi giuridici basilari del diritto UE: primato del diritto dell’Unione, responsabilità per violazioni del diritto UE e obbligo di rimettere le questioni interpretative alla Corte di Giustizia UE per garantire coerenza interpretativa delle norme. Pur possibile, questo scenario pare comunque tutt’altro che semplice, soprattutto dal punto di vista politico.

Certificati di protezione supplementare (SPC) – Gli SPC sono diritti nazionali, ma sono disciplinati da regolamenti europei. Gli SPC già concessi molto probabilmente rimarranno inalterati, ma il Regno Unito dovrà emanare una specifica normativa per regolamentare gli SPC post-Brexit. La nuova normativa del Regno Unito sugli SPC non si distaccherà sostanzialmente da quella della UE, ma anche in tal caso non si può escludere che potrebbero esservi alcune differenze (ad es. con riguardo alla data della prima autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco, rilevante per la determinazione della durata del diritto complementare, potrebbe farsi riferimento alla prima autorizzazione nel Regno Unito invece che nella intera UE). Inoltre vi potranno essere differenti interpretazioni delle norme nazionali, perché post-Brexit le corti del Regno Unito non potranno più rimettere alla Corte di Giustizia EU le questioni sugli SPC, né saranno vincolati ad uniformarsi alle decisioni della Corte in materia di SPC.

 

A cura di Giovanni Guglielmetti e Marco Blei, membri Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede

home page Brexit e il futuro europeo