Tecnologie inadeguate e giovani in fuga, tempi bui per la chirurgia italiana

L'Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani (Acoi): "Il futuro della chirurgia italiana è messo in discussione. Se si continua così, tra 6-7 anni dovremo 'importare' i colleghi dall'estero". Sui dispositivi di scarsa qualità interviene Cantone (Anac): "Un bisturi non taglia? Bisogna denunciare"

I segnali di allarme erano già stati lanciati da tempo. Il più clamoroso all’inizio dell’anno: “Bisturi di qualità mediocre, non tagliano più”. E oggi i chirurghi italiani auspicano ancora una volta di essere ascoltati. Chiedono di “garantire la sostenibilità della chirurgia italiana, che è stata sempre eccellenza di riferimento per tutto il mondo”. Come? Sostenendola dal punto di vista tecnologico, con dispositivi adeguati e di qualità (al bando dunque i “famosi” bisturi scadenti). Ma anche sul piano professionale, con misure in grado di veicolare messaggi di “serenità” verso i più giovani, sempre più in fuga anche per paura del contenzioso medico-legale: “Se continuiamo così fra 6-7 anni saremo costretti a importare chirurghi dall’estero”. È il messaggio che arriva dall’incontro “Sfide, valori, qualità, rischi e sostenibilità della chirurgia in Italia” organizzato oggi a Roma dall’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi).

Sul piano del rischio clinico i chirurghi guardano con favore al ddl sulla responsabilità professionale (“Ddl Gelli”) che il Senato si accinge ad approvare definitivamente la prossima settimana: “Un provvedimento che speriamo porti serenità nel mondo della chirurgia e sul suo futuro che è oggi è messo sempre più in discussione”, spiega il vicepresidente di Acoi, Piero Marini.

Quanto all’innovazione tecnologica e i dispositivi a disposizione, la partita si gioca sul terreno degli acquisti, sempre più orientati verso dinamiche di centralizzazione “Noi – sottolinea il presidente dell’associazione, Diego Piazza, chiedendo un maggiore coinvolgimento degli esperti nelle scelte di acquisto – vogliamo essere parte attiva del sistema sanitario e non solo meri operatori. Attraverso Consip stiamo già dando il nostro contributo sugli acquisti centralizzati. Limitarsi a denunciare i problemi non basta: dobbiamo lavorare affinché gli acquisti siano realizzati senza errori, nel modo più appropriato Soprattutto perché i presidi chirurgici che funzionano male mettono a rischio la vita del paziente”.  A testimoniare il lavoro della Consip (centrale unica per gli acquisti della PA) è l’ad Luigi Marroni: “Consip ha generato per il sistema sanitario più di un miliardo di risparmi: dai farmaci alle tac, dai letti al riscaldamenti, dalle mense alle lavanderie. Si centralizza, ma cercando di tener conto delle esigenze specifiche. Con gare che, pur nella loro dimensione, possano venire incontro alle esigenze di tutti. Questo è possibile grazie alla collaborazione con le società scientifiche”.

Secondo i chirurghi, tuttavia, il processo di centralizzazione degli acquisti ha portato spesso in sala operatoria strumenti di lavoro di scarsa qualità. Una denuncia che secondo Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), dovrebbe trasformarsi in qualcosa di più concreto: “Un bisturi non taglia? Bisogna denunciare. Se un dispositivo del genere è di scarsa qualità possiamo trovarci di fronte a un reato: frode in fornitura pubblica. Con denunce specifiche è più facile intervenire”.

Sì ai risparmi, dunque, ma non sulla pelle dei pazienti o ai danni professionisti. Un messaggio accolto dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, a chiusura dei lavori del convegno: “Non dobbiamo abbandonarci alla burocrazia, ad approcci ragionieristici. Serve un mix di qualità ed efficienza, un metodo di lavoro condiviso per intercettare l’innovazione e saperlo usare a beneficio dei pazienti senza mandare in default il sistema”.