Equivalenti: percezione, cultura e spesa sanitaria regionale. Considerazioni dopo lo statement Gimbe

Un commento al Position Statement pubblicato dalla Fondazione Gimbe a fine ottobre, dove si denuncia il sotto-utilizzo dei farmaci equivalenti nel nostro Paese

equivalenti

Alcuni giorni fa il GIMBE di Nino Cartabellotta ha pubblicato un autorevole statement, “Il sotto-utilizzo dei farmaci equivalenti in Italia”, che ha riportato il tema della limitata diffusione dei farmaci equivalenti al centro del dibattito, proprio nel momento in cui la politica cerca di far ripartire i temi della governance della sanità nel nostro Paese.

Preciso e circostanziato, ricco di riflessioni ed anche di proposte organiche, il documento GIMBE merita di essere letto ed approfondito con particolarmente interesse. Nel loro statement Cartabellotta e Iacono – secondo autore del documento – riportano soprattutto alcuni dati del rapporto OECD 2015 (Uno sguardo sulla Sanità 2015: come si posiziona l’Italia), cifre che aiutano a riflettere su uno dei punti delicati della penetrazione degli equivalenti nel nostro territorio: la profonda differenziazione geografica esistente. OECD indica come (ad esempio) sul piano della spesa regionale convenzionata, in Lombardia per i farmaci a brevetto scaduto la spesa sia ripartita a favore del farmaco brand (60,1%) mentre l’equivalente raggiunge il 39,9%. Il paragone con la penetrazione al Centro-Sud è impietoso: per fare un esempio con una regione del Centro, il Lazio, il brand raggiunge il 77,7% (l’equivalente è al 22,3), mentre la Sicilia (per spostarci del Sud), vede l’equivalente fermo al 19,5%.

In pratica: stiamo cercando di far quadrare i conti, investendo sull’innovazione, ma proprio dove si potrebbe recuperare risorse economiche ci si barrica dentro a vecchi recinti. Questo soprattutto nelle regioni dove i bilanci della sanità non sono propriamente robusti.

Perché questo impressionante divario? Perché ancora oggi questa terribile diffidenza? E’ una delle domane ricorrenti degli osservatori e degli analisti di settore e visto che le sovrapponibilità tra farmaco brand e farmaco equivalente sono così scientificamente dimostrate e ormai riconosciute (Gimbe le indica così: stesso principio attivo; stessa quantità di principio attivo; stessa qualità, efficacia e sicurezza; stesse indicazioni e controindicazioni; stessa forma farmaceutica; stessa via di somministrazione; stesso numero di unità posologiche; stessa classe di rimborsabilità; stessi controlli, stessa vigilanza dei farmaci brand) ci si pongono domande ancora quello che speravamo non doverci più domandare: perché l’Italia è così indietro? Perché Germania e Inghilterra, Usa e Canada al netto di sistemi di welfare e di rimborso molto differenti, puntano così fortemente sul settore dell’equivalente e recuperano così centinaia di milioni di euro? Il tempo è passato invano?

La risposta, suppongo, è su due piani. Prima di tutto non si può negare una sensazione abbastanza positiva: il tempo non è passato invano, visto che le regioni trainanti del nostro Paese stanno percorrendo una strada di chiara apertura all’equivalente. Si può sperare quindi che queste regioni possano essere esempio virtuoso per tutto il resto della nazione. E si può sperare che questo esempio sia contagioso in tempi brevi. Ma le note positive purtroppo finiscono qui.

Cartebellotta sottolinea nel documento la vera criticità nella diffusione dell’equivalente: una ritrosia culturale. Nel documento si sottolinea ancora una volta come il vero ostacolo ad un più diffuso utilizzo dei farmaci equivalenti sia la “percezione” a volte negativa di pazienti e professionisti. A tal fine si propongono alcuni elementi utili per “eradicare definitivamente i pregiudizi sugli equivalenti”. In altra parte del Position Statement si ribadisce poi che è necessario “non utilizzare più il dequalificante termine ‘farmaco generico’ che alimenta l’errata percezione di una minore qualità, efficacia e sicurezza dell’equivalente rispetto al farmaco di marca”.

Percezione, affidabilità, certezza: queste parole colpiscono nel segno? Oggettivamente si. In una situazione economico-sociale come quella italiana, nella quale l’equilibrio tra costi del SSN e qualità delle prestazioni rimane sempre precario, il radicamento e il rafforzamento di una nuova cultura del farmaco passa inevitabilmente attraverso azioni strategiche (anche su questo concordo con GIMBE) rivolte a medici, farmacisti, pazienti e decisori.

Resta la domanda: ma chi dovrebbe fare queste azioni? I produttori? I decisori?

Sicuramente nessuno vince questa battaglia da solo. Sicuramente non possono farlo le aziende del farmaco equivalente da sole, come fossero le uniche coinvolte in modo interessato nello sviluppo del settore. A volte il messaggio che arriva ai produttori sembra essere: andate avanti voi, perché anche se la vostra azione porta vantaggio a tutto il SSN, noi non possiamo sostenervi. Anzi, come dimostra il Payback esteso alle aziende di equivalente, il messaggio è ancora piu ambiguo: andate avanti voi, aziende, e poi se il mercato funziona vi togliamo anche un po’ di valori economici generati in quello che dovrebbe essere un meccanismo virtuoso.

E’ difficile che si possa procedere in questo modo ancora a lungo ed è tutto il sistema che deve farsi carico di un messaggio chiaro e inequivocabile: il SSN ha bisogno dell’equivalente per continuare ad essere universalista, accessibile, efficace, di qualità. Forse, allora, una “giornata nazionale del farmaco equivalente”, intesa come un momento di mobilitazione di tutta la sanità italiana, darebbe un risultato sensibile di disseminazione.

In caso contrario rimarremmo a chiedere alle aziende – come quella che rappresento – di lottare come Don Chisciotte contro i mulini a vento. E a chiederci, ogni tanto, come mai la “percezione” dell’equivalente nel nostro Paese è rimasta ferma, mentre nel resto dell’Europa i risparmi hanno permesso di far ripartire l’innovazione migliorando la salute dei cittadini.