Dolore, la cronicità rischia di diventare una malattia vera e propria. Servono terapie adatte

Il dolore cronico rischia di diventare una vera e propria patologia e come tale va curato. Servono interventi mirati e di prevenzione. Le patologie più legate al dolore sono quelle reumatiche e non sempre i farmaci antinfiammatori funzionano.

Il dolore cronico è un problema di salute pubblica e va trattato come una malattia sé stante. Ne va quindi identificata la tipologia per scegliere in modo appropriato la terapia farmacologica. Di questo si è parlato nella conferenza stampa “Il dolore muscolo-scheletrico e articolare: impatto e corretta gestione” organizzata a Milano.

L’obiettivo è quello di cambiare approccio e mentalità. “Bisogna curare partendo dal dolore, non dalla malattia”, ha detto Pierangelo Lora Aprile, segretario scientifico nazionale della Società italiana medicina generale (Simg). Il dolore è la tra le cause più frequenti di consulto medico da parte degli assistiti. Secondo una ricerca sul database di Health Search, su cento accessi negli ambulatori, il 40% riguarda colica renale, lombalgia acuta e cefalea. “La tipologia dei pazienti è cambiata – ravvisa ancora Lora Aprile – ci sono più anziani e malati cronici. Inoltre le risorse sono diminuite”. Lora Aprile si concentra soprattutto sulla fascia degli assistiti over 65. Di questi il 10% presenta una media di cinque patologie. “Non si può parlare di comorbidità, ma di multimorbidità. Questa tipologia di paziente è un caso a parte e come tale va trattato”. In sostanza vanno prese in considerazione tutte le possibili complicazioni patologiche e che sono legate a vario titolo al dolore.

“Nasce come segnale di un’infiammazione, ma può cronicizzare e diventare malattia a sé stante”, avverte Massimo Allegri, ricercatore dell’Università di Parma e del centro del dolore Aou di Parma. “Trattare il dolore non è una questione etica, ma medica. Il dolore indica una possibile lesione del nostro organismo – continua Allegri – e se persiste, esistono dei meccanismi fisiopatologici che possono amplificare il dolore stesso. Se si protraggono nel tempo, tali meccanismi possono diventare autonomi dal messaggio iniziale e portare al dolore cronico o all’aumento dell’intensità percepita dal paziente”.
Si tende a sottovalutare e sottotrattare il problema rischiando di arrivare al punto in cui “il midollo percepisce come dolore anche ciò che dolore non è”, conclude l’esperto.

La difficoltà di comprendere la natura del dolore lo si denota anche dall’utilizzo eccessivo di antinfiammatori che non sempre risultano efficaci. Al di là degli effetti collaterali che un uso prolungato può comportare, la sofferenza fisica nasce non solo da infiammazioni, ma anche da disfunzioni meccaniche. In questo caso le patologie più strettamente legate a questa problematica sono quelle reumatiche. Secondo i dati Istat 2015 il 38% della popolazione italiana ha dichiarato di avere avuto almeno una volta nella vita problemi di tipo reumatico. Stando allo studio Global burnen of disease condotto nel 2010 le disfunzioni muscolo-scheletriche sono state la causa più frequente di assenza dal lavoro. “Per quanto riguarda l’artrosi, purtroppo non c’è cura che possa arrestarne la progressione e quindi si ricorre ai farmaci sintomatici”, spiega Leonardo Punzi, Direttore dell’Unità operativa complessa di Reumatologia del dipartimento di Medicina Dimed, Università di Padova. “In questo caso – prosegue Punzi – il primo analgesico di riferimento per efficacia e tollerabilità, in base anche alle indicazioni fornite dalle Linee Guida EULAR (European League Against Rheumatism), è il paracetamolo. Se il paziente non risponde a questa terapia, si passa ai FANS che però non sempre si possono prescrivere. Bisogna tener conto, infatti, che il 15% degli anziani assume anticoagulanti. Somministrare un antinfiammatorio a questi soggetti fragili significherebbe aumentare il rischio di sanguinamento, per cui è preferibile passare agli oppioidi deboli, come la codeina, che possono essere utilizzati in associazione al paracetamolo a dosi più basse”.