Si può licenziare un dipendente per incrementare i profitti aziendali?

La decisione della Cassazione sulla liceità del licenziamento per incrementare i profitti aziendali mette l'Italia in linea con altri Paesi europei, tra cui Paesi Bassi e Regno Unito. La Francia, invece, considera legittimo il licenziamento solo se intimato a fronte di crisi aziendale

La recentissima Cass. n. 25201 del 7 dicembre 2016, in contrasto con il prevalente orientamento giurisprudenziale, ha ammesso la possibilità di licenziare un dipendente anche con l’unica finalità di riorganizzare l’impresa per incrementarne i profitti, a prescindere dalla sussistenza di una crisi o di una sfavorevole situazione aziendale o, comunque, della necessità di sostenere spese straordinarie.
Nella libertà di iniziativa economica ex art. 41 Cost. – argomenta la Corte – rientra anche la facoltà per il datore di lavoro di optare per una ristrutturazione aziendale che abbia l’effetto di snellire l’organico aziendale con l’unico fine di ottenere una maggiore efficienza gestionale e produttiva o incrementare la redditività di impresa (e quindi il profitto).
Resta fermo il limite del divieto di un uso strumentale del licenziamento, che dovrà comunque poggiare su una effettiva soppressione della posizione: continua, dunque, ad essere vietata, sottolinea la Corte, la mera sostituzione del lavoratore licenziato con un dipendente neo-assunto, meno retribuito e adibito alle medesime mansioni.
E resta confermata  la verifica dell’effettività e non pretestuosità dei motivi indicati nella lettera di licenziamento e del nesso causale tra questi motivi e il licenziamento stesso. È necessario, dunque, prestare particolare attenzione, nel redigere la lettera di licenziamento, evitando di  menzionare  motivi diversi da quelli effettivi (quali, ad esempio, situazioni sfavorevoli, crisi o cali di fatturato inesistenti) o a rappresentare situazioni aziendali non rispondenti alla realtà o non coerenti con essa. L’impossibilità di dimostrare in giudizio i motivi addotti e il nesso con l’intimato licenziamento condurrebbe, infatti, alla illegittimità del licenziamento per mancanza di veridicità o per pretestuosità delle ragioni addotte dall’imprenditore.

La recente decisione della Cassazione è in linea con la disciplina vigente in altri paesi europei in materia di licenziamento per motivi economici.
Ad esempio, sia in Regno Unito sia nei Paesi Bassi, il licenziamento è legittimo anche in assenza di una crisi economica dell’impresa. Secondo il diritto inglese, infatti, il datore di lavoro può legittimamente licenziare un dipendente qualora ritenga che l’attività svolta da quest’ultimo non sia sufficientemente redditizia, fermo il rispetto di alcuni requisiti procedurali (es. consultazioni sindacali).
Anche nei Paesi Bassi è ammesso il licenziamento al fine di incrementare il profitto, purchè il datore di lavoro riceva dalla competente agenzia governativa l’autorizzazione al licenziamento.
Più stringente la disciplina in Francia, dove il licenziamento di un lavoratore per incrementare il profitto non è invece ammesso. La legge francese, infatti, considera legittimo il licenziamento solo se intimato a fronte di crisi aziendale, di cessazione dell’attività, di cambiamenti tecnologici o di riorganizzazione per salvaguardare la competitività dell’azienda.

 

A cura di Antonella Negri e Arianna Colombo, membri del Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede

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