Tumori: 20 anni di ricerche, ma ancora non ci sono prove sui danni dei telefonini

Una sentenza del Tribunale di Ivrea ha dato ragione a un a un dipendente Telecom colpito da cancro al cervello che dava la colpa all'uso dei telefonini. Gli studi epidemiologici sono numerosi ma una risposta a questa domanda ancora non c’è

È  una delle domande più frequenti, e più importanti, nel mondo dell’oncologia degli ultimi 20 anni: i telefoni cellulari causano il cancro? Ormai, a due decenni dall’inizio della diffusione di massa dei telefonini, gli studi epidemiologici sono numerosi, e i possibili “pazienti” di questa eventuale correlazione sono svariati miliardi. Eppure una risposta a questa domanda non c’è. O perlomeno, un chiaro nesso tra l’uso dei telefonini, individuato invece oggi dal tribunale di Ivrea nel dare ragione a un dipendente Telecom colpito da cancro al cervello, e l’insorgenza dei tumori non c’è. Ecco cosa sappiamo al momento.

I campi elettromagnetici sono presenti ovunque nell’ambiente, generati sia da sorgenti naturali (elettricità nell’atmosfera e campo magnetico terrestre), sia da sorgenti artificiali come elettrodomestici, radio, televisioni, telefoni cellulari e dispositivi medicali. Il principale effetto biologico della penetrazione delle onde elettromagnetiche nel corpo umano è il riscaldamento. Tuttavia i livelli a cui siamo normalmente esposti sono troppo bassi per causare un riscaldamento significativo. Attualmente non sono noti effetti sulla salute causati dall’esposizione a lungo termine. Le radiazioni elettromagnetiche emesse dai cellulari, in particolare, sono non ionizzanti, quindi non hanno l’energia sufficiente a rompere i legami del Dna e a indurre mutazioni potenzialmente pericolose (tra cui quelle cancerogene). Al contrario questo è quello che può succedere a un essere vivente esposto radiazioni ionizzanti, come quelle emesse dal decadimento radioattivo. Gli studi epidemiologici e sperimentali condotti fino a oggi, rileva l’Istituto Superiore di Sanità nei suoi documenti relativi a questo tema, non hanno mostrato correlazioni significative tra l’esposizione a campi magnetici e un’aumentata insorgenza di cancro, ne’ nei bambini e ne’ negli adulti.

Nel caso dei cellulari l’unico effetto fisiologico che è stato ripetutamente confermato da studi indipendenti è il riscaldamento dei tessuti attraversati dalle radiofrequenze. A oggi, tuttavia, non esiste nessuna indicazione che questo debolissimo riscaldamento abbia qualche effetto sulla salute. La diffusione capillare dei cellulari non può però essere ignorata: anche se non è chiaro il meccanismo attraverso il quale le frequenze dei cellulari potrebbero causare gravi malattie come il cancro, la prudenza impone comunque di eseguire studi epidemiologici che possano evidenziare l’associazione tra il loro uso e la malattia.

Lo studio più importante per numero di soggetti coinvolti è lo studio Interphone. Complessivamente l’analisi, cominciata nel 2000, non è riuscita a trovare un’associazione tra il cancro e l’utilizzo del telefonino, ma avrebbe evidenziato un aumento del rischio di sviluppare il glioma (un tumore cerebrale) tra chi aveva passato al cellulare più di mezzora al giorno negli ultimi 10 anni. Come evidenzia l’Oms, anche questo dato è da prendere con le molle perché’ i ricercatori stessi concludono che è complicato stabilire un nesso causale tra le due cose. L’ultimo studio importante sull’argomento è stato condotto in Australia e ha confrontato i dati di oltre 35 mila persone con cancro al cervello con quelli sulla diffusione dei cellulari negli ultimi 29 anni. Anche in questo caso non è stato possibile trovare un incremento statisticamente significativo dei tumori associato all’utilizzo dei telefonini, ne’ negli uomini, ne’ nelle donne, per nessuno degli intervalli di età considerati. I ricercatori hanno anche provato a testare le ipotesi dei lavori pubblicati secondo cui avremmo dovuto assistere a un aumento dei casi di tumore tra gli utilizzatori più assidui, invece il numero di nuovi casi che si sono verificati è stato molto inferiore rispetto a quelli attesi.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che fa parte dell’Oms, ha classificato i campi elettromagnetici come cancerogeni di gruppo 2B, ovvero come sospetti agenti cancerogeni per i quali vi è una limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un’insufficiente prova di correlazione nei modelli animali. In pratica sono in questa lista tutte le sostanze sulle quali sono state fatte sperimentazioni ad altissimi dosaggi in laboratorio, ma per le quali non c’è al momento alcuna prova di pericolosità per l’uomo alle concentrazioni comunemente presenti nell’ambiente.