Antibioticoresistenza: perché l’approccio one health non è egualitario

L’approccio One Health – secondo cui salute umana, animale e ambientale sono tutte sotto il cappello più ampio di salute unica – non è in realtà così egualitario come può sembrare a parole. A sostenerlo è Tommaso Furlanello, direttore sanitario della clinica veterinaria San Marco a Veggiano (Padova) in occasione del corso “Zoonosi da vettore in Piemonte e Valle d’Aosta: il valore di un approccio One Health per la salute globale” tenutosi lo scorso 20 marzo a Torino.
Oggi, infatti, la normativa europea nata per regolamentare il consumo di antibiotici in ambito veterinario e contrastare il fenomeno dell’antibioticoresistenza, vieta in alcuni casi l’utilizzo di antibiotici fondamentali per la salute degli animali da compagnia, creando di fatto una gerarchia che premia la salute umana.
Uguaglianza inesistente
“In questo momento storico della nostra professione l’uguaglianza di fatto non esiste più” ha commentato Furlanello. “Abbiamo limitazioni enormi sulle terapie antimicrobiche disponibili, che ormai in uso veterinario sono pochissime e quelle iniettabili praticamente inesistenti. Questo significa che posso avere un animale in casa con un’infezione urinaria, che risulta sensibile solo alla fosfomicina o alla colistina, ma non posso curarlo. Quindi, per ‘preservare la salute umana’, questo cane resterà con la sua infezione urinaria, anche potenzialmente multiresistente, all’interno dell’ambiente domestico”.
Distinguere allevamenti intensivi e animali da compagnia
Il nodo principale riguarda l’applicazione uniforme delle regole a contesti molto diversi: dagli allevamenti intensivi agli animali da compagnia. Una sovrapposizione che, secondo Furlanello, finisce per equiparare situazioni profondamente eterogenee, con ricadute dirette sulla pratica quotidiana.
“Le limitazioni non distinguono, per esempio, tra un allevamento di suini da migliaia di capi per cui il controllo dell’uso degli antimicrobici ha un senso, anche per la gestione del rischio ambientale e della resistenze che possono essere diffuse tramite le deiezioni per esempio; e un cane o un gatto seguito in ambito familiare” sottolinea il medico veterinario. “Questo si traduce in una forte riduzione delle possibilità terapeutiche anche nei singoli animali”.
Serve un’evoluzione del quadro normativo europeo
Sul piano operativo, l’uso in deroga del farmaco umano esiste ma risulta fortemente limitato, e non sempre applicabile nei contesti di urgenza. Ci sono poi molecole – come la fosfomicina già ricordata – per cui l’accesso è completamente vietato e non esistono alternative.
A questo si aggiunge il fatto che gli antibiotici veterinari sono pochissimi e ormai datati. Da qui la richiesta di un’evoluzione del quadro normativo europeo che non rimetta in discussione gli obiettivi di stewardship antimicrobica, ma introduca una maggiore differenziazione tra contesti clinici e specie.
Anche la medicina umana si prenda le sue responsabilità
“Non è neanche dimostrato che il trattamento antibiotico, quando effettuato nei tempi e nei modi corretti, e anche con selezione per trattamenti prolungati, abbia ricadute negative in termini di resistenze” continua Furlanello. “È vero che condividiamo inevitabilmente parte del microbiota con i nostri pet, così come accade tra i membri di una stessa famiglia. Allo stesso tempo quindi, se io assumo un antibiotico posso trasmettere i miei batteri resistenti anche al mio cane”.
Da qui l’invito di Furlanello a usare meno antibiotici anche negli umani. “Se l’obiettivo è davvero quello di un approccio One Health anche nella medicina umana dovrebbero esistere strumenti di controllo più strutturati, come la ricetta elettronica e l’obbligo di giustificare ogni prescrizione di antimicrobici” conclude. “Solo così si potrebbe parlare davvero di un sistema coerente”.


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