Batteri resistenti agli antibiotici: trasmissione possibile anche dagli animali domestici

L’interazione tra gli animali domestici e l’uomo può essere fonte di trasmissione (anche) di batteri resistenti agli antibiotici. Ragion per cui, per fronteggiare un problema che ha assunto le dimensioni di un’emergenza di sanità pubblica, occorre fare attenzione anche al rapporto che si instaura in casa con cani e gatti. Anche nel nostro Paese, dove nonostante alcuni lievi passi in avanti si è lontani da una corretta gestione del problema.
“Comprendere e affrontare la trasmissione dei superbatteri dagli animali domestici agli esseri umani è essenziale per combattere efficacemente la resistenza antimicrobica nelle popolazioni sia umane sia animali”, anticipa Juliana Menezes, ricercatrice del laboratorio di resistenza agli antibiotici del Centro di ricerca interdisciplinare sulla salute animale della facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Lisbona, che sul tema presenterà una ricerca nel corso del congresso Escmid Global in programma a Barcellona dal 27 al 30 aprile.
La trasmissione dei batteri resistenti dagli animali domestici all’uomo
Lo studio (prospettico longitudinale) ha coinvolto cinque gatti, 38 cani e 78 esseri umani provenienti da 43 famiglie in Portogallo e 22 cani e 56 esseri umani di altre 22 famiglie nel Regno Unito.
Obiettivo del lavoro è stato quello di studiare l’andamento dei batteri resistenti alle cefalosporine di terza generazione e ai carbapenemi (parte dell’ultima linea di difesa quando altri antibiotici hanno fallito). Tutti gli esseri umani considerati nello studio erano sani, mentre tutti gli animali domestici presentavano infezioni della pelle e dei tessuti molli o infezioni del tratto urinario.
I ricercatori hanno testato tamponi cutanei e campioni di feci e urina dei partecipanti per individuare Enterobacterales (vasta famiglia di batteri che comprende Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae) resistenti ai comuni antibiotici. Pur non riuscendo a provare la direzione della trasmissione, in tre delle case al centro della ricerca in Portogallo la tempistica dei test positivi per i batteri produttori di β-lattamasi a spettro esteso (conferiscono resistenza a penicilline) ha suggerito che (almeno in questi casi) i batteri venivano passati dall’animale domestico (due cani e un gatto) all’essere umano.
L’analisi genetica ha mostrato infatti che i ceppi erano gli stessi, indicando che i batteri si trasmettevano tra l’animale domestico e il proprietario. In una di queste cinque famiglie, anche un cane e il proprietario avevano lo stesso ceppo di Klebsiella pneumoniae resistente agli antibiotici.
Considerare l’antibioticoresistenza in un’ottica One health
La resistenza agli antibiotici, ricordano gli esperti, sta raggiungendo livelli pericolosamente alti in tutto il mondo. Le infezioni da superbatteri uccidono più di 1,2 milioni di persone l’anno a livello globale, dato destinato a salire a dieci milioni entro il 2050 se non verrà intrapresa alcuna azione.
Il tutto nella quasi totale assenza di nuovi farmaci. “Ricerche recenti – spiega Menezes – indicano che la trasmissione di superbatteri tra esseri umani e animali, compresi quelli domestici, ha un ruolo fondamentale nel mantenere i livelli di resistenza, sfidando la convinzione tradizionale secondo cui gli esseri umani siano i principali portatori di questi patogeni nella comunità”.
Isolare gli animali domestici se positivi a un’infezione
I batteri possono trasmettersi tra gli animali domestici e l’uomo toccando il proprio amico a quattro zampe, attraverso baci e carezze e la manipolazione delle feci. Per prevenire la trasmissione, i ricercatori raccomandano ai proprietari di praticare una buona igiene, compreso lavarsi le mani dopo aver accarezzato il cane o il gatto e dopo aver maneggiato i suoi rifiuti.
“Quando il proprio pet non sta bene, va considerata l’idea di isolarlo in una stanza per prevenire la diffusione di batteri in tutta la casa e di pulire accuratamente le altre stanze”, aggiunge Menezes, ricordando che tutti i cani ei gatti dello studio sono stati trattati con successo per le loro infezioni. Non avendo infezione, i proprietari non avevano bisogno di cure.
“I nostri risultati – conclude la ricercatrice – evidenziano l’importanza di includere le famiglie che possiedono animali domestici nei programmi nazionali che monitorano i livelli di resistenza agli antibiotici. Scoprire di più sulla resistenza degli animali domestici aiuterebbe lo sviluppo di interventi informati e mirati per salvaguardare sia la salute animale che quella umana”.


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