Geopolitica della bistecca: se il clima ridisegna la mappa di produzione e potere

Pubblicato il: 18 Agosto 2021|

Se non è un paradosso poco ci manca. È risaputo che gli allevamenti intensivi hanno ricadute pesanti sull’ambiente, modificando interi ecosistemi e minacciando la fauna e la flora di intere nicchie ecologiche. Eppure il clima ferito condurrebbe a nuove opportunità di business attraverso la proliferazione di allevamenti laddove fino a qualche decennio fa sembrava impossibile. Lo dimostrano i tentativi che stanno facendo i Paesi del Nord per la produzione di massa, approfittando del clima che diventa sempre più mite. Ma ci sono anche le repubbliche centroasiatiche e la stessa Siberia. Poi ovviamente intervengono anche nuove tecnologie, ma le manifestazioni di un clima impazzito, nel giro di qualche decennio, potrebbero ridisegnare gli scenari economici globali in fatto di carni e, inevitabilmente, anche quelli geopolitici.

Giochi di potere

A pensarci bene non è così strano. Nell’Artico le marine di Stati Uniti, Canada, Francia, Russia e Giappone si sfregano le mani pensando alle nuove rotte verso giacimenti petroliferi lasciati liberi dallo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento delle temperature mitiga la morsa del freddo in aree particolarmente inospitali, Scandinavia su tutte. In questo contesto di cambiamento rientrano anche Kazakistan e soprattutto la Siberia. La Russia che ha una popolazione limitata rispetto alla sua estensione (144 milioni di persone su 17.130.000 km², con una densità di 9 ab./km²) offre ampi spazi aperti che potrebbero essere destinati ad allevamenti intensivi. Tra l’altro un’opportunità di questo genere modificherebbe le abitudini economiche di Mosca da sempre più attenta all’importazione di animali o di prodotti finiti.

In questo contesto, rivelano fonti ben informate ad AboutPharma Animal Health, la Russia intraprenderebbe la via dell’autosufficienza slegandosi dalla necessità di ricorrere all’aiuto di altri (una leva politico-economica non da poco). E non è detto che il Cremlino non punti ad esportare i proprio prodotti, spingendoli magari proprio verso la frontiera dell’Ue. Ecco l’Unione europea. Una breva parentesi su Bruxelles che è conscia della situazione che la Russia sta vivendo è doverosa. La Commissione Ue, nel rispetto delle normative in tema di sicurezza alimentare e sostenibilità, sta pensando di rivolgersi al mercato russo per esportare proprie tecnologie affinché la produttività di massa del gigante euroasiatico sia maggiormente conforme con le leggi dei 27. La tendenza è dovuta anche al fatto che sta perdendo di “appetibilità” nei confronti del Brasile, uno dei maggiori esportatori di carni verso il Vecchio continente. Il Paese latinoamericano, infatti, negli ultimi anni ha iniziato a dirottare i suoi interessi verso le sterminate steppe asiatiche, lasciando l’Europa a fare i conti con una riduzione delle forniture (una politica simile è stata adottata anche dall’Argentina che sta preferendo il consumo interno tassando pesantemente le esportazioni all’estero). Ma le nuove tecnologie non sono puntate solo ed esclusivamente alla sostenibilità industriale. Anzi. Se nei Paesi dell’estremo Nord o dell’estremo Sud del pianeta le temperature sono destinate ad alzarsi, la desertificazione galoppante rischia di mettere a dura prova le economie nordafricane e mediorientali. Per far fronte all’emergenza, i Paesi del Golfo e del Sahara si stanno dotando di nuovi strumenti per produrre in maniera artificiale proteine animali in aree storicamente non adatte a questo scopo. Capofila in questo senso sono gli Stati del Golfo a suon di petrodollari.

Non dimentichiamoci i vegetali

Avere la capacità di produrre grandi quantità di proteine e venderle dà diritto, tra le varie cose, a sedersi al tavolo dei grandi. La dipendenza dai prodotti animali è vitale e rischiosa allo stesso tempo, tanto che molti Stati, incapaci di avviare massivamente la distribuzione di carni né sul proprio territorio né all’estero, hanno deciso di riconvertire la propria industria puntando sulla lavorazione dei vegetali destinati all’alimentazione dei capi da macello. Un escamotage che consente di mantenere florida la catena di approvvigionamento a livello globale e mantenere gli equilibri politici. Nella politica della carne, infatti, rientra, per esempio, l’aumento registrato nel 2020 del 30% dell’uso di cereali, grano e soia poiché molti governi hanno insistito tantissimo nell’approvvigionamento di questi prodotti. L’energia vegetale è fondamentale, perché più si aumenta la produzione più è necessario avere buone scorte di cereali nei silos.

I poli produttivi: l’Europa…

Nel quadro generale, ci sono almeno due fattori che vanno presi in considerazione. Da un lato ci sono le economie occidentali come Usa e Ue e dall’altra i Paesi “emergenti” e che si vanno ritagliando un posto sempre più pesante sul palcoscenico mondiale, Cina e India in primis. Nel primo caso inizia a fare breccia la sensibilità all’ambiente e le politiche sulla sostenibilità (si veda la strategia Farm to fork) stanno diventando primarie nelle agende dei governi. Con l’aiuto delle nuove tecnologie si cerca di porre rimedio agli sprechi dell’acqua e all’utilizzo intensivo del terreno e ciò avviene anche sull’onda dei desiderata delle popolazioni che sono molto più attente alla qualità e all’origine del prodotto sul bancone del supermercato. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto. Il mercato è un animale strano: da una parte si adopera a far nascere una necessità nell’utente finale attraverso imponenti campagne di marketing, dall’altra, però, subisce le indicazioni dei consumatori stessi adattandosi sulla base di quanto è per loro importante. Gli stessi allevatori, quindi, devono comprendere che se un prodotto non è eticamente accettato, allora farà fatica a restare sul mercato, perdendo quindi competitività e attrattività. Le decisioni governative in merito ai pesticidi, alla salute animale (Efsa per esempio ha stilato numerosi report sulla salute di conigli, maiali e polli con indicazioni molto precise sulla gestione degli stessi) e alle buone pratiche per ripensare gli allevamenti intensivi, vanno in questa direzione e il consumatore apprezza.

…e Asia e Sud America

E poi ci sono loro, i giganti asiatici di Cina e India, ma anche Argentina e Brasile che storicamente sono dei grandissimi produttori ed esportatori di carne. Tale capacità produttiva è riconducibile a un preciso fattore economico secondo cui a una grande crescita e ricchezza di un Paese corrisponde l’inevitabile necessità di proteine animali. A pensarci bene è successo anche in Italia con il boom economico. Il consumo di carne da noi è andato via via aumentando proprio in concomitanza del miglioramento della situazione economica. Al di là dell’impatto ambientale, che in molte aree del globo è ancora scarsamente considerato, la necessità di proteine animali è impellente, poiché prodotti di questo tipo contengono una qualità dal punto di vista tradizionale che altri alimenti faticano a raggiungere.

Fame di proteine

Se la prima necessità di una popolazione in crescita sono le proteine è anche vero che il rischio di cadere in un circolo vizioso è molto alto. Difatti, una volta avviato il processo di reperimento degli alimenti (o tramite produzione in casa o importazione), il consumo di carne, di qualunque genere essa sia, tende ad accrescersi nel corso degli anni. Ciò ha portato certamente a un benessere diffuso registrato dalla Fao stessa la quale ha più volte ribadito che il rischio nutrizione, seppur ancora molto elevato, è inferiore rispetto a 20 o 30 anni fa. Ci sono miliardi di nuovi consumatori in più dispersi tra Indonesia, Vietnam, Paesi del Golfo (tranne che per il maiale), il Caucaso e alcuni Stati africani. Ciò spinge a una richiesta sempre maggiore di prodotti di origine animale invocando, quindi, il supporto dei grandi storici produttori.

Il ruolo dell’industria alimentare

Catena di congiunzione tra i governi è l’industria. Le imprese, siano esse produttrici o semplicemente distributrici, si muovono tra le pieghe del commercio internazionale e il loro ruolo da Risiko è quello di assecondare, quando non di guidare, i desiderata dei consumatori. Tralasciando i cosiddetti prodotti a km zero, i consumatori accedono alle carni soprattutto grazie alla grande distribuzione. L’industria ha una responsabilità enorme perché si cura sia della trasformazione che dell’approvvigionamento attraverso, non va dimenticato, anche campagne di marketing per stuzzicare la voglia di “eticità” che sempre più sta emergendo. Questo comportamento sortisce anche un effetto pedagogico in quanto l’utente finale riconosce il sistema nel quale egli stesso partecipa. Sa se i prodotti che sta consumando arrivano da una filiera sostenibile e rispettosa della “salute animale” o meno. Quindi accetta di partecipare a un sistema di valori ben preciso. L’impresa, da parte sua, non fa altro che ricevere gli input e agire di conseguenza.

L’altro paradosso: il prezzo

L’altro lato della medaglia per quanto concerne la produzione e distribuzione di massa attiene alla sfera del junk food. In ogni parte del mondo il consumo eccessivo di carne di bassa qualità conduce a una serie di criticità per la salute dei cittadini a cominciare dall’obesità che nelle comunità più povere (e che quindi hanno più facilità di accesso a cibo spazzatura) è una vera e propria piaga socio-sanitaria. Se poi anche i colossi multinazionali come Nestlé ammettono che i loro prodotti non sono salutari, si capisce la gravità del problema. Ma al di là di ciò, il junk food pone una domanda a noi tutti. Quanto siamo disposti a concedere in fatto di salute personale per poter gustare del cibo scadente a buon prezzo? Perché il tema è proprio questo. Tutti estremamente attenti alla sostenibilità tra gli scaffali di un supermercato, tuttavia quando bisogna scegliere tra uova biologiche (più costose) e provenienti da galline allevate in gabbia (meno costose) non è così scontato che la risposta vada al trattamento eticamente più accettabile.

Standard privati o pubblici?

Il mercato porta con sé un’altra questione irrisolta. Come detto sopra, le aziende si fanno in un certo qual modo depositarie delle istanze dei consumatori. Per fare questo, tuttavia, forzano il sistema degli standard di qualità che pertengono alla sfera pubblica (Oie, Ue, Codex Fao etc…). Con la ricerca di prodotti sostenibili, le imprese stanno adottando dei propri standard etici attraverso la semplice apposizione sulle confezioni di un bollino che certifichi la provenienza biologica. Ovviamente il corredo di certificazioni e autorizzazioni per l’immissione in commercio ci sono tutte, ma l’elemento aggiuntivo (che è anche discrezionale) risulta determinante per indirizzare il consumatore verso i propri prodotti. La sensazione di alcuni esperti è che se al momento la situazione è in equilibrio tra standard pubblici e privati, molto presto si potrebbe arrivare ad avere i secondi superiori ai primi in quanto a diffusione. Il consumatore si affida molto al marchio che sostituisce la garanzia di qualità offerta dall’ente pubblico.

Il mercato delle carni

Il fulcro della produzione mondiale è in Asia che stacca pesantemente Europa, Nord e Sud America. Stando all’ultimo rapporto della Fao (Overview of global meat market developments in 2020) datato marzo 2021, le esportazioni nel 2020 hanno raggiunto 38,7 milioni di tonnellate registrando un +5,7% rispetto al 2019. Le importazioni dell’Asia sono aumentate del 15,8% arrivando a 22 milioni di tonnellate coprendo il 63% delle importazioni di carne a livello globale. Grande crescita della Cina che ha spiccato il volo con il 57,6% (11 milioni di tonnellate, ossia metà di tutto il continente). Suini e pollame le carni più gettonate. Anche gli Usa hanno registrato un aumento (6,8%) riflettendo l’aumento della produzione domestica di bestiame e pollame. Calano, invece, le esportazioni da Africa, America centrale, Europa, Oceania e Sud America.

Le carni più prodotte

Tra bovini, suini, ovini e pollame vincono questi ultimi che nel 2019 hanno sfiorato le 140 milioni di tonnellate prodotte (133 per l’esattezza) con un aumento dell’1,3% su base annua, ma ha segnato il tasso di crescita annuale più basso mai registrato dal 1960. Tuttavia, la crescita sostenuta nel 2020 è stata ancora un successo, dato il difficile contesto produttivo e commerciale il settore incontrato durante la crisi sanitaria e le epidemie di influenza aviaria in alcuni Paesi europei. La relativa convenienza della carne di pollame e il ciclo di produzione più breve sono stati i due fattori critici abilitanti che hanno contribuito alle migliori prestazioni del settore rispetto ai settori della carne bovina, ovina e suina. Per i bovini la produzione mondiale è stimata a 71,4 milioni di tonnellate, in calo dell’1,4% rispetto al 2019, sostenuta dal calo in molte regioni con il calo più netto in Asia, seguita da Oceania, Sud America, Europa e Nord America.

La produzione è aumentata moderatamente solo in America Centrale e nei Caraibi. Il calo della produzione dell’India è stato il più grande, seguito da Australia, Brasile, Unione Europea e Sudafrica. In India, le difficoltà nella raccolta degli animali e le restrizioni al trasporto hanno causato il calo, mentre, in Australia, il calo è dovuto alla domanda di ricostituzione della mandria e all’esaurimento delle scorte a causa dell’elevata macellazione negli ultimi anni. La produzione brasiliana è diminuita del 3% a circa 9,9 milioni di tonnellate a causa di ritardi nella macellazione e nella lavorazione, compresa l’attuazione di protocolli di sicurezza dei lavoratori e scarse scorte di animali. Nell’Unione Europea, una contrazione delle dimensioni della mandria e prezzi più deboli sono stati alla base del calo della produzione. Il calo della produzione del Sudafrica è dovuto principalmente al divieto delle aste di bestiame, a causa di un focolaio di afta epizootica nel marzo 2020 e delle interruzioni della lavorazione legate al Covid-19.

Passando ai suini, la produzione 2020 è stimata a 109,2 milioni di tonnellate, in calo dello 0,8% rispetto al 2019, principalmente a causa delle contrazioni della produzione indotte dalla Psa in Cina, Filippine e Vietnam. Tuttavia, Stati Uniti d’America, Brasile, Unione europea, Federazione Russa, Canada, Messico e Cile hanno registrato moderate espansioni produttive, compensando parzialmente le contrazioni della produzione altrove. Dopo un calo del 21% nel 2019, la produzione di carne suina cinese è diminuita solo del 3,3% nel 2020 a 42 milioni di tonnellate, indicando un recupero più rapido delle scorte di suini dalla malattia virale, raggiungendo quasi il 76% del livello esistente prima del declino causato dalla Psa, iniziato nel 2018. Gli investimenti in nuove fattorie, una maggiore biosicurezza e genetica sono stati principalmente alla base della ripresa più rapida. Anche la produzione di carne suina ha subito battute d’arresto nelle Filippine e in Vietnam, poiché in alcuni allevamenti è proseguito l’abbattimento dei maiali indotti dalla Psa.

Altrove, la produzione di carne suina è aumentata negli Stati Uniti d’America, in Brasile, nella Federazione Russa, nell’Unione Europea e in Canada. L’assistenza del governo, la robusta domanda estera e le elevate scorte di suini sono stati principalmente alla base di queste espansioni della produzione. Negli Stati Uniti d’America, la produzione è aumentata, trainata dalle elevate scorte di suini, ma il tasso di crescita si è indebolito a causa dei vincoli di manodopera e del ridotto utilizzo della capacità degli impianti. Il Brasile ha continuato ad espandere la produzione poiché la domanda di importazioni è rimasta forte, mentre il sostegno finanziario del governo alle famiglie ha stabilizzato la domanda interna. Nella Federazione Russa, l’espansione della produzione è stata principalmente dovuta all’elevata produzione fornita dalle aziende agricole su larga scala e alla vivace domanda dall’Asia orientale. Nell’Unione europea è proseguita l’espansione della produzione, sostenuta da significativi progressi della produzione in alcuni paesi membri, in particolare Spagna e Danimarca, principalmente trainati dall’assenza di Asf e dall’accesso ai mercati asiatici. In Canada, l’aumento della macellazione e del peso delle carcasse ha contribuito all’espansione della produzione. Per chiudere, gli ovini la cui carne è stata prodotta per 16 milioni di tonnellate, in lieve aumento rispetto al 2019, principalmente a causa dell’aumento della produzione in Asia e Africa, parzialmente compensato dalle contrazioni in Oceania ed Europa.

Gran parte dell’espansione è stata segnalata in Cina, mentre l’Australia ha registrato il calo maggiore. La Cina, il più grande produttore mondiale, che rappresenta il 30% della produzione mondiale totale, ha registrato l’espansione più significativa (+1%), riflettendo gli aumenti previsti tra i piccoli produttori. In Australia, la produzione è scesa del 13% a 700 mila tonnellate, a causa della disponibilità limitata di pecore e capre per la macellazione, che riflette l’eccessiva macellazione nel 2019 e l’elevata domanda di ricostituzione del gregge. La produzione è diminuita anche nell’Unione europea, poiché la produzione ha sofferto nella prima metà dell’anno con un calo della domanda da parte del settore dei servizi alimentari.

La “carne” di insetti

Poi ci sono loro, gli insetti. Al momento outsider della cucina occidentale, potrebbero rosicchiare nicchie di mercato interessanti una volta che saranno meglio regolamentati. Efsa ha dato l’ok per la larva della tarma della farina gialla essiccata (Tenebrio molitor) sia nella versione intera che sotto forma di farina. Un primo passo verso un nuovo approccio di produrre proteine a basso costo e in maniera sostenibile. In una prima fase è quasi certo che gli insetti saranno integrativi e non sostitutivi della normale dieta umana andando a compensare alcuni ingredienti nel pane o negli hamburger vegetali. Il consumo diretto è ancora in una fase sperimentale ed embrionale. L’impatto più robusto lo avranno sicuramente sui processi produttivi di nuove tipologie nutritive.

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