Gli allevamenti abusivi spianano la strada alle malattie

Pubblicato il: 5 Settembre 2022|

Tra ordinanze e decreti dirigenziali e commissariali sono più di dieci i provvedimenti emessi dal ministero della Salute da quando, lo scorso gennaio, è stata rinvenuta in Piemonte la prima carcassa di cinghiale infetto da Peste suina africana. E sono più di 50 i milioni stanziati finora per incentivare la biosicurezza all’interno degli allevamenti, ai quali se ne aggiungeranno altri 15, oltre a 25 milioni per i danni al comparto. Eppure il virus non sembra volersi fermare. Uno dei focolai più recenti è stato registrato a fine maggio scorso in un piccolo comune della provincia di Rieti (Borgo Velino), distante appena 80 chilometri da Ascoli Piceno. Segno evidente, quest’ultimo, di come il contagio continui a correre più velocemente di qualsiasi azione deterrente con il serio rischio di far calare di un punto e mezzo percentuale di un Pil già messo a dura prova da Covid-19 e dalla guerra in Ucraina. Ecco perché viene naturale chiedersi cosa accade (o potrebbe accadere) in altre zone d’Italia considerate ufficialmente non infette e se non ci sia il timore che il virus possa sfuggire ai controlli e continuare a circolare indisturbato.  

La “cupola” del bestiame 

A febbraio scorso, grazie a un’indagine della Procura di Benevento, i carabinieri dei Nas e dei Forestali hanno sequestrato una decina di strutture tra allevamenti, aziende zootecniche, aziende agricole e macellerie sparse tra la provincia sannita e quella irpina. I rispettivi titolari devono rispondere attualmente di macellazione clandestina, maltrattamento di animali, ricettazione e falso. Questa inchiesta, che presenta tutte le caratteristiche di quella che anni fa in Sicilia fu denominata “La cupola del bestiame”, sembra essere comunque solo il prologo di una serie di sigilli giudiziari che dal 2020 hanno interessato la provincia campana. Infatti il comandante dei carabinieri della Forestale di Sant’Agata de’ Goti, Domenico De Filippo, da quasi tre anni ha all’attivo il sequestro di circa cento suini: gli ultimi (una cinquantina in totale) erano stati cresciuti in un allevamento completamente abusivo, non erano assolutamente tracciabili perché privi di auricolari e tatuaggi identificativi e risultavano già macellati, di modo da poter essere distribuiti tra gli agriturismi e le macellerie della zona.  

Gli allevamenti abusivi 

Gli allevamenti abusivi rappresentano senza dubbio una delle cause principali di diffusione delle malattie animali, Psa compresa. Lo afferma chiaramente (nell’intervista pubblicata a seguire) la vicepresidente della Federazione nazionale ordine veterinari italiani (Fnovi), Daniela Mulas e lo confermano i dati dei Nas. Nel 2021 su 777 allevamenti di animali da reddito controllati, il Nucleo antisofisticazioni ne ha scoperti 220 irregolari. Delle 777 strutture, 55 allevavano solo suini e 20 di queste sono risultate fuori norma. Il risultato delle attività dei carabinieri conta complessivamente 6.090 animali sequestrati per un valore di circa sei milioni e mezzo di euro (di cui 2.284 suini) e 71 strutture costrette alla chiusura (due milioni di euro), di cui due dedicate esclusivamente all’allevamento dei suini. A marzo dell’anno scorso, in un allevamento di Catania, la maggior parte dei mille suini “neri dei Nebrodi” erano infetti, mentre a fine 2021 in un allevamento di Paliano (in provincia di Frosinone) sono stati scoperti 257 capi assolutamente non registrati. CARNI IN NERO Più sono piccoli i paesi più prolificano gli allevamenti abusivi “perché – spiega il comandante De Filippo – c’è un contatto più diretto con macellerie, agriturismi e ristoranti e il tragitto che compie l’animale dal macello alle attività di ristorazione è molto più veloce”. Gli addetti ai lavori definiscono “carne in nero” quella che finisce in commercio e che riesce a eludere qualsiasi controllo e norma igienico-sanitaria soprattutto grazie ai cosiddetti “faccendieri del posto”: gente locale cioè che ha preso già accordi con ristoranti e macellerie del luogo per smistare la merce. Ma da dove arrivano gli animali destinati a diventare “carne in nero”? Secondo gli inquirenti, i Paesi più gettonati sono quelli dell’Est. Bulgaria ed Ungheria in primis. Da qui partono camion muniti di validi documenti di trasporto (Dsce, Documento sanitario comune di entrata) e carichi di cuccioli di ovini, suini e caprini regolarmente registrati. “Può accadere – aggiunge De Filippo – che qualche cucciolo muoia o che alcuni di essi vengano fatti viaggiare senza tatuaggio identificativo per essere poi venduti ad un allevatore diverso da quello dichiarato e più è grande il carico più diventa difficile controllare, soprattutto se il controllo avviene su strada”.  

Traffici clandestini 

In questo modo appare chiaro che imbucare animali “clandestini” risulta più semplice di quanto si creda. Anche, e soprattutto, all’interno dei Paesi che appartengono all’Unione europea, perché basta che l’operatore di prima destinazione (cioè colui che compra un carico da qualsiasi Stato membro) non si registri presso gli uffici veterinari per gli adempimenti comunitari (istituiti dal regolamento europeo n.265 del 2017 in sostituzione dei controlli alla frontiera) oppure che non segnali la partita di merce acquistata all’ufficio veterinario e al servizio veterinario dell’Asl competente per territorio (delegati appunto a controllare la merce una volta giunta a destinazione). Inoltre, a differenza dei carichi provenienti dai Paesi extra Ue che sono obbligati per legge ai controlli frontalieri, per la movimentazione degli animali nel territorio europeo il regolamento Ue (recepito dal decreto legislativo numero 23 del 2021) non sancisce l’obbligo per gli Stati membri di destinazione di segnalare l’arrivo del carico, ma ne prevede solo la “possibilità” e i controlli vengono effettuati “a campione e in modo non discriminatorio”. Ciò significa che una partita commerciale tra l’Italia e qualunque altro Paese europeo può essere segnalata così come può non esserlo. E, in entrambi i casi, si agisce nel pieno rispetto della legge.  

La strategia europea 

Comunque entro la fine di quest’anno sarà pienamente applicato il nuovo regolamento comunitario conosciuto come “Legge di Sanità animale” (entrato in vigore ad aprile 2021), che si pone come obiettivo principale il potenziamento del benessere animale (quindi prevenzione ed eradicazione delle malattie) e della sicurezza alimentare. Non a caso lo slogan della nuova strategia comunitaria è “Farm to fork”, cioè dal campo (o dalla stalla) alla tavola, con il fine cioè di preservare l’intera filiera alimentare da ogni contaminazione esterna e pericolosa sia per l’animale che per l’uomo. L’uso sempre più sporadico di antibiotici, la diagnosi precoce e il controllo delle malattie sono gli strumenti che la Commissione europea chiede di adottare a tutti gli Stati membri.  

Il sistema Classyfarm 

La risposta dell’Italia è arrivata con la creazione di un sistema innovativo denominato Classyfarm. Il progetto, voluto e finanziato dal ministero della Salute e realizzato dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Lombardia ed Emilia Romagna (con la collaborazione dell’Università di Parma), mira a rafforzare e semplificare la collaborazione tra gli allevatori e l’autorità competente deputata ai controlli attraverso il veterinario aziendale, figura centrale dell’intero sistema in grado di sostituirsi finanche ai controlli delle autorità sanitarie pubbliche. È compito e responsabilità del veterinario aziendale difatti caricare sul nuovo portale (inserito nella piattaforma www.ventinfo.it) tutti i dati relativi alla biosicurezza, al benessere animale, ai parametri sanitari e produttivi, all’alimentazione animale, al consumo di farmaci antimicrobici e alle lesioni rilevate al macello. L’incrocio di questi dati con quelli sanitari (e non) pubblicati già nel tradizionale portale nazionale sarà utile per misurare il livello di rischio di un allevamento. Di contro sarà compito delle singole aziende effettuare esami di laboratorio, ridurre l’utilizzo di antibiotici e predisporre sistemi di sicurezza come l’installazione di recinzioni e zanzariere o la programmazione di disinfestazioni. 

Non bastano i recinti 

Per quanto alte siano, però, le recinzioni da sole non bastano a proteggere un allevamento. Nella maggior parte dei casi i cinghiali selvatici che si introducono nelle aziende lo fanno scavando nel terreno al di sotto delle recinzioni stesse. Per preservare la loro razza di “vitello Alburnino”, i fratelli Daniele e Gianni Marcigliano, titolari di un allevamento situato a Postiglione (un piccolo paese in provincia di Salerno situato ai piedi dei Monti Alburni, da cui il nome della loro razza di bovini), hanno piantato nel terreno 70 centimetri di cemento al di sotto della recinzione, a sua volta intervallata ogni metro e mezzo da paletti di ferro. “Nessun cinghiale riuscirebbe a scavare a tale profondità”, assicura Daniele. Infatti l’allevamento non ha mai subito spiacevoli incursioni esterne. I loro vitelli pascolano in oltre 2.500 ettari di terreno e i loro maiali crescono in una cascina al coperto dove le porte restano rigorosamente aperte (tranne di notte), dividono una recinzione di dieci metri quadrati in quattro (che viene pulita quattro volte al giorno), dormono su un letto di fieno e nelle calde giornate estive hanno sei ventilatori puntati addosso per sentirsi più freschi. E chi pensa che i maiali siano animali che mangiano qualunque cosa, sbaglia di grosso. I suini dei fratelli Marcigliano mangiano solo mangime ricavato dalla macinazione di granone, orzo, mais, soia e frumento rigorosamente italiano e macinato esclusivamente in un piccolo mulino montato all’interno della struttura. “Quando qualcuno mi chiede di tagliare un cinghiale nella nostra macelleria – dice Gianni – io mi rifiuto categoricamente, perché non so da dove proviene l’animale e potrei mettere a rischio il mio allevamento”. La cabina di frollatura dei fratelli Marigliano, dotata di sistema di dry aging, sembra l’incarnazione reale del portale virtuale dei veterinari. Su ogni pezzo di carne lasciato a frollare c’è un’etichetta grande e grossa che riporta tutti i dati dell’animale: data di nascita, provenienza, cure sanitarie, tipo di alimentazione e data e luogo di macellazione. Una carta di identità europea a tutti gli effetti. 

Tag: Agenas / allevamenti abusivi / carabinieri forestali / Commissione europea / fnovi / Ministero della Salute / peste suina /

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