Zoonosi emergenti: la prevenzione va fatta sulla fauna selvatica

Zoonosi emergenti
Pubblicato il: 26 Agosto 2026|

Zanzare, zecche e fauna selvatica rappresentano oggi una delle principali sfide della prevenzione veterinaria. A differenza degli animali allevati, infatti, non possono essere controllati attraverso gli strumenti tradizionali della sanità animale.

“In entrambi i casi, i sistemi classici di monitoraggio non funzionano bene”, conferma Paolo Calistri, responsabile del Dipartimento di epidemiologia dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam) e del Centro di collaborazione dell’Organizzazione mondiale della sanità animale (Woah) per quanto riguarda l’epidemiologia e la sorveglianza.

Vettori e selvatici introducono una complessità ecologica per cui servono approcci nuovi: i sistemi tradizionali sono stati costruiti pensando ad animali domestici e da reddito e le attività principali includono vaccinazioni di massa, anagrafe animale, controlli in allevamento, movimentazione regolamentata. Tutto questo funziona bene per bovini, suini, polli. Ma quando si ha a che fare con zanzare, zecche o animali selvatici questi strumenti mostrano tutti i loro limiti.

Perché Ebola interessa anche i veterinari

A inizio giugno la Woah ha diramato un comunicato su Ebola. Si tratta di una zoonosi la cui ecologia di trasmissione presenta ancora diversi aspetti da chiarire. Non è, infatti, soltanto una malattia umana: le evidenze scientifiche indicano che il serbatoio naturale più probabile è costituito da alcune specie di pipistrelli frugivori. Il virus può poi passare ad altri animali selvatici (come primati e antilopi) e da questi all’uomo. Per questo, secondo la Woah, la prevenzione non può limitarsi agli ospedali: occorre monitorare gli ecosistemi e la salute animale.

Comprendere l’origine del virus e i meccanismi che ne favoriscono la diffusione richiede una stretta collaborazione tra salute animale, ambiente e sanità pubblica. A questo si aggiunge la necessità di una condivisione efficace dei dati. Nel documento gli esperti hanno sottolineato l’im­portanza di rafforzare la sorveglianza dell’interfaccia tra animali, esseri umani e ambiente, invitando a una più ampia applicazione dell’approccio One health.

Tra le azioni consigliate, l’aumento del sostegno alle attività di prevenzione a monte del passaggio del virus dalla fauna selvatica all’uomo e il ruolo cruciale di sistemi di sanità animale adeguatamente finanziati e competenti. “L’intervento in Paesi la Repubblica Democratica del Congo, ma anche in alcune aree dell’Asia e del Sud America, è mol­to complicato e rappresenta probabilmente una concausa dello spillover – riflette Calistri -. Esistono driver sociali ed economici molto forti e difficili da spezzare. A causa della difficoltà di reperire cibo, le persone tendono a cibarsi di quello che viene definito bushmeat, ovvero carne di animali selvatici”.

Per contro, da alcuni anni diversi gruppi di ricerca si stanno concentrando su queste aree per capire quali sono i fattori di rischio e come può essere facilitato lo spillover all’uomo di determinati agenti patogeni, tentando anche di comprendere meglio l’ecologia di questi virus nei selvatici.

“In Congo – chiarisce Calistri – il nostro Centro non ha collaborazioni, ma in Uganda esistono diversi progetti molto attivi. Inoltre, sempre più Paesi chiedono di avere un supporto trasversale sia per gli aspetti medici sia per quelli veterinari”.

La situazione europea

“In Europa la situazione è un po’ diversa, perché non abbiamo grandi foreste o popolazioni di selvatici di quel tipo. Però esiste comunque un problema di convivenza dal punto di vista sanitario tra uomo e animale. La peste suina africana, in Italia e in Europa, ne è un classico esempio”. Per questo nel nostro Paese si stanno cercando di sperimentare sistemi di sorveglianza sui selvatici, operazione non priva di difficoltà: “L’idea è di partire dalle specie più diffuse alle nostre latitudini e più rilevanti dal punto di vista sanitario, come il cinghiale, i caprioli e i cervi. Per alcune malattie, come la tubercolosi, esistono già attività di monitoraggio. Ora si sta ragionando su come trasformarle in veri e propri Piani nazionali”. A questo si aggiungono sistemi di allerta per monitorare la circolazione di agenti patogeni: “Esistono un paio di esempi strutturati, come quello sull’influenza aviaria sugli uccelli mi­gratori e un lavoro di metagenomica che stiamo portando avanti qui a Teramo, insieme con Padova e l’Istituto Superiore di Sanità su roditori e pipistrelli”.

La metagenomica studia il Dna di intere comunità di microrganismi direttamente nel loro ambiente naturale, permettendo di mappare batteri, virus e funghi senza doverli isolare o coltivare in laborato­rio. “Con questo approccio normalmente si arriva a definire le famiglie di virus che potrebbero essere più propense al salto di specie, rarissimamente i generi – afferma l’epidemiologo -. A quel punto occorrerebbe fare un lavoro diverso sui campioni per identificare in maniera più specifica determinati virus e capire il loro corredo genomico”. Sappiamo infatti che alcuni virus sono relativamente stabili, altri hanno una capacità di mutazione abbastanza veloce, e questo può facilitare l’adattamento su mammiferi di specie diverse.

Tra le novità recenti, l’avvio del Tavolo tecnico per l’epidemiosorveglianza delle malattie animali, di cui Calistri fa parte e che è partito alla fine dello scorso anno. “Oltre a una migliore armonizzazione dei dati a livello nazionale vuole includere anche i cosiddetti veterinari aziendali che seguono gli allevamenti e i colleghi che si occupano di cani e gatti. Il lavoro di entrambe le categorie finora non era stato messo a frutto nella sorveglianza nazionale. L’obiettivo finale è individuare precocemente l’insorgenza di malattie animali: non sarà un cambiamento immediato, ma siamo sulla giusta strada”.

One health nel mondo

Da decenni si parla di approccio One health, ma quanto davvero è messo in pratica? “Le cose sono molto cambiate negli anni, soprattutto a livello di organizzazioni internazionali – spiega Calistri -. Oggi assistiamo a una spinta decisa da parte della World Bank e di altri finanziatori internazionali che richiedono sempre più progetti che siano integrati”.

L’Izsam collabora intensamente con il Nord Africa: “In Tunisia, per esempio, abbiamo diversi progetti che riguardano West Nile e gli arbovirus, ma anche il virus sinciziale umano, che non è una zoonosi.

Eppure, utilizzano gli stessi strumenti di sorve­glianza genomica. Per questo sono stati integrati in un unico programma”. Un altro esempio è rap­presentato  dalla Giordania, dove è stato attivato un Cdc nazionale in cui lavorano sia veterinari sia medici, che insieme si occupano delle malattie che derivano dal contatto tra uomo e animale.

“Per quanto riguarda i selvatici, alcuni Paesi africani come Namibia e Sudafrica hanno investito molto in questo ambito grazie alla presenza di grandi aree protette e di importanti popolazioni di fauna – ricorda Calistri -. Non si fermano allo studio delle zoonosi, ma hanno molti progetti sull’interfaccia uomo-animale, anche perché i confini tra selvatici, esseri umani e animali da allevamento sono spesso labili o assenti”.

Coinvolgimento e tecnologia

La prevenzione delle zoonosi emergenti richiede non solo reti scientifiche internazionali, ma anche il coinvolgimento delle comunità locali e strumenti tecnologici adeguati: “Sono fermamente convinto che molto possa venire dal basso e per questo ci deve essere consapevolezza: le comunità locali hanno un ruolo centrale. In Uganda, per esempio, la prevenzione del Marburg è passata dalla comuni­cazione alle persone: è stato spiegato loro di evitare l’ingresso nelle caverne, anche quando queste rappresentavano un rifugio o una fonte di cibo”.

È stato infatti dimostrato che il serbatoio del virus era rappresentato dalle colonie di pipistrelli all’in­terno di grotte e miniere. Come in ogni cosa, i comportamenti individuali, da soli, non bastano. Servono politiche internazionali e tecnologie adeguate: “Noi lavoriamo molto con l’Agenzia per lo sviluppo, che presta molta atten­zione alla ricaduta e alla resilienza dei progetti. E poi oggi disponiamo di strumenti di ricerca diretta degli agenti sempre più piccoli e facili da utilizzare anche senza un laboratorio e in mezzo alla savana. Inoltre, per le informazioni di tipo epidemiologico sono molto utili i dati satellitari, che ci permettono di monitorare gli andamenti climatici, fondamentali per le malattie trasmesse da vettori”, conclude Calistri.

Tag: Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam) / Organizzazione mondiale della Sanità Animale (Woah) /

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