Zootecnia e agricoltura, la promessa degli insetti

Pubblicato il: 3 Novembre 2022|

E se gli insetti fossero la chiave per un nuovo modo di fare zootecnia e agricoltura? La base di un’economia circolare basata sulle risorse del territorio? Se permettessero di allevare, in sicurezza e a costi contenuti, con potenziali benefici sulla salute dell’animale, le galline ovaiole? È questa la sfida in cui si sono lanciati i ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana e dell’Università della Tuscia, spinti dalle esigenze degli allevatori preoccupati dall’aumento del costo delle materie prime e dalle difficoltà di trasporto. “A Viterbo abbiamo iniziato a interessarci all’uso della farina di insetti come alimento dei polli, e in particolare delle galline ovaiole, sin dal 2019. Lavoriamo in collaborazione con le realtà zootecniche e con il territorio: in provincia di Viterbo è presente un’importante concentrazione di allevamenti avicoli”, spiega Erminia Sezzi, Dirigente sanitario presso Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana e referente per le attività sul tema della sostenibilità ambientale ed economia circolare nei sistemi zootecnici.

Ostacoli legislativi

Attualmente i mangimi delle galline allevate per la produzione di uova sono principalmente a base di farina di soia, a volte di farina di pesce. Facili da allevare, ricchi di amminoacidi e di peptidi antimicrobici, gli insetti suscitano da alcuni anni l’interesse di diversi Paesi del mondo come alimento per gli animali. A febbraio di quest’anno, per esempio, un articolo di autori cinesi pubblicato dalla rivista Animal Bioscience, ha analizzato le possibilità per un corretto uso della farina di insetti nella dieta del pollame come promettente fonte proteica alternativa. Attualmente la mosca soldato nera, il verme della farina, la mosca domestica, gli ortotteri, sono gli invertebrati più comunemente usati nelle diete dei polli da carne e delle galline ovaiole. I ricercatori cinesi aggiungono il baco da seta e il lombrico, che però in Europa non sono autorizzati. Secondo gli autori, con l’emergere di studi più accurati e affidabili rispetto a quelli attualmente disponibili in letteratura, le farine a base di questi insetti giocheranno senza dubbio un ruolo importante nell’industria dei mangimi per pollame.

L’eredità della BSE

“Fino all’anno scorso le norme europee vietavano l’uso di farine animali trasformate, nel mangime degli animali da allevamento, a seguito degli episodi di BSE (mucca pazza). Nel 2021 un nuovo regolamento ha permesso di nutrire il pollame con proteine animali trasformate, derivate da insetti e maiali d’allevamento e questo ha dato una grossa spinta al mercato delle farine di insetti”, continua Sezzi.

La produzione è comunque energivora

La farina di insetti viene prodotta da diversi anni in alcuni Paesi del nord Europa. Uno di questi è l’Olanda, dove le uova prodotte da galline nutrite con gli insetti vengono ampiamente sponsorizzate e pubblicizzate come “più naturali”. In questi Paesi sono stati creati grandi impianti di allevamenti di insetto, che sono particolarmente energivori, considerando che gli insetti vanno mantenuti a una temperatura costante di 27 gradi. “Se adottassimo questo modello anche in Italia correremmo il rischio di non discostarci, in termini di impatto ambientale, consumo di energia e spese, dalla produzione di farina di soia (che implica deforestazione, consumo di ingenti quantità di acqua e il trasporto, visto che ne siamo importatori)”.

Una proposta di economia circolare e sostenibile

Il progetto dell’IZS Lazio e Toscana – proposto anche come risposta a una manifestazione di interessi emanata dall’assessorato alla Transizione ecologica della Regione Lazio, sul tema economia circolare – punta invece allo sviluppo di piccole economie circolari e sostenibili a livello locale. “L’idea è di collegare la ricerca con gli allevamenti zootecnici e con la filiera agricola: gli insetti potrebbero essere allevati sugli scarti agricoli prodotti localmente, sempre tenendo presente che anche loro hanno bisogno di una dieta bilanciata. Inoltre, visto che la criticità maggiore di questo tipo di allevamento è la spesa energetica per mantenere gli animali (nel nostro caso la mosca soldato) alla giusta temperatura, alcuni territori potrebbero essere naturalmente più vocati, come la provincia di Viterbo che può sfruttare la geotermia”, continua l’esperta.

Va bene anche il biogas

Secondo Sezzi un’altra fonte di calore possibile per questo tipo di allevamento potrebbe essere l’uso di biogas (una miscela di vari tipi di gas, principalmente metano e anidride carbonica, prodotti dalla fermentazione batterica in anaerobiosi di residui organici vegetali o animali). “Nella produzione di biogas si verifica naturalmente la perdita di una quota di calore, quindi, associando un impianto di insetti studiato proprio per recuperare questo calore riusciremmo ad abbattere il costo energetico e l’impronta di carbonio”.

L’accordo quadro per la collaborazione interdisciplinare

Perché il progetto possa funzionare, come sottolinea Sezzi, bisognerà cambiare il modo di pensare i diversi settori, per una maggiore integrazione e interdisciplinarietà. A tal fine è stato siglato ad agosto 2022 un accordo quadro che prevede la collaborazione tra Confagricoltura, IBE-CNR, Università della Tuscia, associazioni di categoria, produttori agricoli locali, allevatori avicoli, decisori politici e realtà come il biodistretto. Obiettivo: fare in modo che la ricerca venga co-progettata.

Le norme da adeguare

Tutto ciò premesso, superando alcuni ostacoli legislativi, la produzione della farina di insetti potrebbe avere un impatto ancora minore sull’ambiente ed essere effettuata a un costo ancora inferiore rispetto a quanto accade al momento. Attualmente gli insetti sono considerati animali da allevamento a tutti gli effetti, quindi secondo i regolamenti vigenti in Europa sottostanno alla normativa che riguarda il trasporto, il benessere animale, la macellazione, l’uso dei sottoprodotti e l’alimentazione di altri animali da allevamento, come mucche, maiali e galline. Ciò significa che, per far crescere una mosca soldato nera si possono usare substrati vegetali ed ex-prodotti alimentari di origine animale (come latte e uova), ma non i rifiuti di macellazione, ristorazione o la frazione organica dei rifiuti prodotti (che, secondo Sezzi, sarebbe l’ideale) o le feci animali, che sono il substrato naturale delle mosche. “Il problema è che al momento dell’ideazione della normativa, gli insetti non erano assolutamente contemplati, quindi, visto l’interesse recente verso l’uso di mangimi a base di insetti, bisognerebbe rivedere queste leggi”. E aggiunge: “Una strada praticabile fin da ora potrebbe essere quella di far crescere gli insetti sugli scarti agricoli. Tali scarti, una volta consumati, diventerebbero un terriccio ricco di nutrienti che potrebbe essere nuovamente usato in agricoltura, per favorire la crescita delle piante. Ed ecco che il cerchio si chiuderebbe”.

Galline in salute che mangiano meno

L’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana – che dal 2020 è membro dell’International Platform of Insects for Food and Feed (IPIFF) – in collaborazione con l’Università della Tuscia e della Gent University, in Belgio, sta conducendo un progetto di Ricerca Corrente, finanziato dal Ministero della Salute, che si concluderà a maggio 2023. Lo scopo è studiare gli effetti della sostituzione della farina di semi di soia con quella di insetti in termini di benessere animale, quantità e valore nutrizionale delle uova e impronta di carbonio del sistema messo a punto. Erminia Sezzi anticipa i risultati preliminari di queste ricerche che gli scienziati ritengono incoraggianti sotto diversi punti di vista. “Il processo è durato 58 giorni, abbiamo usato in totale 108 galline ovaiole di 16 settimane e le abbiamo divise in tre gruppi: un gruppo di controllo, costituito da animali che continuavano a mangiare soia; un gruppo in cui la farina di soia è stata sostituita al 50% dalla farina di insetti e un gruppo di sostituzione al 100%. Per quanto riguarda le galline, non sono emerse controindicazioni nell’uso degli insetti. Gli animali sono rimasti in salute, quindi confermiamo che la farina di insetti può essere considerata una fonte alternativa di proteine nell’alimentazione degli animali monogastrici. Inoltre, maggiore era la percentuale di farina di insetti nel mangime, minore era la quantità di cibo di cui le galline avevano bisogno: si saziavano più facilmente, senza che questo comportasse cambiamenti nel numero o nella grandezza delle uova prodotte. È un aspetto interessante, da considerare dal punto di vista economico”. È attualmente in corso l’analisi delle uova dal punto di vista nutrizionale. I dati non sono ancora disponibili, ma la letteratura fornisce alcune indicazioni. “Diversi lavori passati hanno mostrato che le galline alimentate in questo modo producono uova con un contenuto più basso di colesterolo, è questo il risultato che ci aspettiamo di trovare anche noi. Stiamo conducendo studi sul contenuto di tutti i tipi di grassi, mono- insaturi, poli-insaturi e saturi”, dice Sezzi. Gli scienziati hanno anche valutato la conservazione della farina di insetti, e hanno scoperto che il prodotto non subisce alcun danno a distanza di un anno dalla produzione.

Effetto anti–microbico degli insetti

Una delle resistenze che naturalmente potrebbe insorgere all’idea di usare gli insetti riguarda la sicurezza alimentare e l’eventuale presenza di patogeni portati da questi animali. Nel 2015, è stata pubblicata una Opinion dell’Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) in cui gli esperti hanno evidenziato che la potenziale insorgenza di pericoli microbiologici derivati dall’uso di prodotti a base di insetti è prevedibilmente simile a quella associata ad altre fonti di proteine non trasformate, nel caso in cui gli insetti vengano nutriti con sostanze per mangimi attualmente autorizzati. Secondo Sezzi la presenza degli insetti potrebbe addirittura ridurre la presenza di patogeni. Gli insetti producono delle molecole antimicrobiche che abbassano la carica batterica dei patogeni principalmente presenti negli allevamenti, come listeria, salmonelle ed enterobatteriacee, pericolose sia per l’uomo sia per gli animali. Le larve di insetti crescono naturalmente nel letame e nei rifiuti organici, quindi in substrati ricchi di patogeni. Per questo producono peptidi antimicrobici, per proteggersi dalle infezioni. Tali peptidi potrebbero essere funzionali nei mangimi per pollame e potrebbero diventare una risposta all’antibiotico-resistenza diffusa negli allevamenti. “Ovviamente devono essere studiate in modo approfondito, ma possiamo immaginare che siano di estremo interesse a livello sanitario”, continua Sezzi. “Noi abbiamo in programma di condurre delle ricerche mirate su questi aspetti, per ottenere evidenze scientifiche che confermino delle ipotesi e dei primi dati già emersi in letteratura sul fatto che la presenza di tali antimicrobici porti ad un abbattimento della carica batterica e a un miglioramento della conservazione del mangime”.

Le prospettive si allargano

La ricercatrice illustra anche la possibilità di future ricerche sugli insetti che vanno al di là dell’uso alimentare. “Gli insetti producono peptidi antimicrobici con un meccanismo di feedback positivo: più microrganismi sono presenti nel substrato, maggiore sarà la produzione. Si potrebbe quindi ipotizzare di separare la linea per uso alimentare (della filiera food and feed), da una filiera per usi tecnici, e di usare degli insetti cresciuti su deiezioni e naturalmente non destinati all’alimentazione di uomini o animali, per la produzione dei peptidi e molecole tecniche come il chitosano”. Gli alimenti a base di insetti sembrano anche avere un effetto positivo sulle malattie allergiche di animali da allevamento e animali da compagnia, probabilmente per la presenza della chitina, un immunostimolante che agisce al livello del microbioma intestinale. “Un mercato che fin ora era molto limitato si inizia ad aprire, proprio in virtù delle molte possibili applicazioni dei mangimi a base di insetti. Questa apertura e lo sviluppo di modalità di allevamento sempre più economiche e sostenibili porteranno probabilmente a una riduzione del prezzo della farina di insetti, proprio mentre il costo della farina di soia e della farina di pesce sta aumentando”, dice Sezzi. “Un mangime più economico, sostenibile e soprattutto prodotto localmente, potrebbe essere la risposta per i nostri agricoltori che in questo frangente, con gli aumenti del costo del mangime, sono in serie difficoltà”. La ricerca è in corso, il progetto non è ancora partito, e già i ricercatori immaginano la possibilità di estendere l’uso della farina di insetti all’alimentazione di altri animali, come i suini. “I primi risultati emersi dalla letteratura sui cuccioli sono promettenti. Credo che ora, vista l’autorizzazione nei suini e il patrimonio zootecnico di competenza dell’IZSLT, ci possano essere i presupposti, per allargare il campo anche ai suini in Toscana”.

Tag: istituto zooprofilattico di lazio e toscana / università della tuscia /

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