Il Sole 24 Ore

Marco Magnani


LETTERE DA CAMBRIDGE, MASSACHUSETTS


Italia ben posizionata per beneficiare del rientro di attività manifatturiere anche attraverso il near-shoring di imprese straniere in Europa


Il rientro in patria di attività manifatturiere precedentemente delocalizzate, il reshoring, è un trend in atto da qualche anno negli Stati Uniti. A questo fenomeno si sta affiancando quello del nearshoring, cioè il ritorno della manifattura da paesi lontani ad altri limitrofi al mercato finale. Nel caso degli Stati Uniti gran parte del near­shoring avviene in Messico, soprattutto da quando è in vigore l’accordo di libero scambio tra i paesi del Nord America (Nafta). Un esempio recente è quello di BMW North America che insieme alla decisione di potenziare la fabbrica americana di Spartanburg in Sud Carolina per spostarvi la produzione di auto oggi realizzate all’estero (caso di reshoring), ha annunciato la realizzazione di un nuovo impianto in Mexico che servirà il mercato degli Stati Uniti (caso di near­shoring). Molte aziende americane hanno fatto investimenti analoghi in Messico. Ciò consente di beneficiare della prossimità geografica, temporale ed economica tra sito produttivo e mercato finale, sfruttando anche i vantaggi in termini di costo del lavoro.In Europa occidentale il reshoring ha dimensioni addirittura maggiori rispetto agli Stati Uniti. In Italia invece il fenomeno è ancora ridotto e riguarda soprattutto prodotti di qualità ­ in particolare il made in Italy ­ e il settore elettronicoelettrotecnico. Ci sono tuttavia le condizioni per accelerare. Tra gli obiettivi europei per il 2020 c’è anche quello di portare la manifattura al 20% del pil e per l’Italia si presenta una duplice opportunità. Il nostro paese è ben posizionato per beneficiare del rientro di attività manifatturiere in Europa sia in modo diretto, attraverso il reshoring delle proprie imprese, sia in modo indiretto, con il near­shoring di imprese straniere che, per servire il mercato dell’Ue, decidono di “delocalizzare” in Italia anziché in altri paesi europei. In parte ciò sta già avvenendo. La scelta delle multinazionali di avvicinare alla casa madre i fornitori può attrarre in Italia alcune produzioni in settori nei quali vi è manodopera qualificata a costi competitivi. È il caso del mobile, con Ikea che affida a produttori italiani parte delle forniture che erano state precedentemente spostate in Asia e che troveranno sbocco su tutto il mercato europeo. Nell’abbigliamento, l’inglese Aquascutum ha deciso di produrre in Italia capi destinati a tutto il mondo. Negli elettrodomestici è recente la decisione di Whirpool di consolidare tutta la produzione di forni a microonde a incasso del gruppo a livello mondiale nello stabilimento italiano di Cassinetta di Biandronno in provincia di Varese. Nella stessa sede sarà spostata anche l’attività di ricerca e sviluppo. Grazie all’arrivo delle multinazionali, il polo farmaceutico italiano è diventato il terzo settore per importanza delle esportazioni (all’inizio degli anni ’90 era al 66esimo posto). Serono, Eli Lilly e Pfizer producono rispettivamente a Bari, Firenze e Ascoli Piceno per soddisfare la domanda di diversi paesi europei. Si aprono interessanti prospettive anche nell’Information & Communication Technology (Ict) anche perché la domanda nel settore è oggi più orientata a perseguire obiettivi di natura strategica dei clienti rispetto al puro contenimento dei costi. L’opportunità è rilevante soprattutto per il Meridione, dalle cui università si laureano ogni anno in discipline Ict oltre 20.000 giovani. Oggi i settori nei quali l’Italia acquisisce le produzioni in nearshoring sono abbigliamento e calzature (67%), meccanica (17%), mobili e arredamento (8%), elettrodomestici (8%). Ma il potenziale è grande. Per coglierlo sono necessari interventi volti a rendere il paese più attrattivo agli investimenti. La sfida è importante e la posta in gioco alta. Se perdesse la propria posizione di paese manifatturiero avanzato, la democrazia industriale italiana rischierebbe un pericoloso declino.

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