La Repubblica – Affari Finanza

(v.d.c.)


ANCORA UN NO ALLA VENDITA NELLE PARAFARMACIE LO STABILISCE IL DDL CHE È ALL’ESAME DEL SENATO APRIRE AVREBBE SIGNIFICATO, SECONDO L’ISTITUTO LEONI, PORTARE LA LIBERA COMPETIZIONE ECONOMICA SUL 16% DEL VALORE COMPLESSIVO DELLE MEDICINE


Milano Con il ddl sulla concorrenza, ora all’esame del Senato, sta prendendo forma il puzzle sulle liberalizzazioni. Si tratta della prima legge annuale in materia dal 2009, cioè da quando è stato previsto di approvare una norma che elimini gli ostacoli alla competizione economica, accogliendo le segnalazioni dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). In questo pacchetto, già licenziato in prima lettura dalla Camera, sono previste una serie di riforme che intervengono nei più svariati settori: energia, assicurazioni, telefonia, professioni e farmacie. Proprio in quest’ultimo campo il provvedimento introduce alcune innovazioni: liberalizza definitivamente l’orario di apertura delle farmacie, permette l’ingresso nel settore delle società di capitali rimuovendo l’obbligo della presenza di una farmacista nell’assetto proprietario ed elimina il limite di 4 licenze in mano allo stesso soggetto. Tra le novità nel ddl è però assente la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, sebbene nella bozza iniziale fosse presente: ovvero, la possibilità che anche questi farmaci con l’obbligo di prescrizione, a totale carico del paziente, possano essere venduti nelle parafarmacie e nelle parafarmacie dei supermercati della Grande distribuzione organizzata (Gdo). Una bocciatura che fa rumore perché, alla stregua dell’articolo 18 sul lavoro, la liberalizzazione dei farmaci di fascia C rappresenta per il nostro Paese una sorta di totem. Come si evince chiaramente dall’ultimo report redatto dall’Istituto Bruno Leoni che sull’argomento è ritornato mettendo a nudo la poca utilità di questa battaglia da parte della lobby dei farmacisti che, paradossalmente, difendono lo status quo sui farmaci di fascia C ma nello stesso tempo assecondano l’ingresso delle multinazionali nello loro compagini societarie. Nel contempo, il report mette chiaramente in luce quanto sia importante la liberalizzazione di mercati più piccoli come quello dei farmaci di fascia C per dare un contributo significativo alla crescita economica e al miglioramento della vita quotidiana delle persone. Per quanto riguarda il peso economico, sottolinea il report, i farmaci di fascia A con circa 12,1 miliardi di euro di valore per le vendite al pubblico rappresentano circa il 70% del mercato, i farmaci di fascia C con obbligo di prescrizione (quelli interessati dalla potenziale liberalizzazione) con 2,9 miliardi valgono circa il 16% e i farmaci senza obbligo di ricetta (Sop e Otc già liberalizzati) con 2,4 miliardi il 14%. Quindi, secondo il report, attualmente il mercato farmaceutico è per l’86% monopolio o esclusiva delle farmacie (fascia A e fascia C) e solo per il restante 14% aperto alla concorrenza di parafarmacie e parafarmacie della Gdo (anche se, come vedremo in seguito, pure questa fetta è quasi totalmente in mano alle farmacie). Con l’eventuale liberalizzazione della fascia C, il mercato del farmaco sarebbe aperto alla concorrenza solo per il 30%, meno di un terzo, mentre il restante 70% resterebbe comunque esclusiva delle farmacie. Quali sono gli argomenti di chi si oppone alla liberalizzazione dei farmaci di fascia C? «”Sono all’incirca gli stessi usati contro la liberalizzazione dei farmaci da banco – rileva il report – , oggetto della prima liberalizzazione, e sono essenzialmente di due tipi: di sicurezza ed economici. Quindi questa volta, a differenza che in passato, per poter valutare le conseguenze positive o negative della liberalizzazione della fascia C si può guardare a quali sono stati gli effetti del “decreto Bersani”». Eccoli: il mercato dei farmaci senza obbligo di prescrizione, quelli interessati dalla liberalizzazione, è in costante calo per il numero di confezioni vendute, circa – 10% dal 2007 al 2013. Il pericolo di maggiori rischi per la salute dei cittadini, osserva il report, è pertanto scongiurato e le previsioni più allarmanti smentite. Mentre nel campo delle critiche economiche, una di quelle che viene spesso rilanciata è che con la liberalizzazione c’è stata sì una riduzione dei consumi, ma a causa di un aumento dei prezzi. «L’affermazione è sbalorditiva – conclude il report – perché sarebbe l’esatto opposto dello scenario ipotizzato da chi criticava la liberalizzazione (si abbassano i prezzi e aumentano i consumi)». S. DI MEO, NIELSEN GLOBAL SURVEY ON NIELSN, GLOBAL SURVEY ON HEALTH, WELLNESS AND NUTRITION,

Foto: Qui sopra Serena Sileoni vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni