AstraZeneca e Humanitas, un’alleanza “digitale” per prevenire il re-infarto

Pubblicato il: 10 Novembre 2020|

L’obiettivo è migliorare la qualità della vita ai pazienti nel post infarto. Come? Facilitando la prevenzione secondaria e favorendo l’aderenza terapeutica con la tecnologia digitale che integrerà i dati clinici con specifici programmi di informazione. Il tutto dovrebbe contribuire a contrastare la sottovalutazione del rischio da parte dei pazienti stessi.

Con questo fine è da poco partito in Lombardia un progetto pilota congiunto tra l’Irccs Humanitas di Rozzano (Milano) e AstraZeneca Italia che mira a coinvolgere cinquecento pazienti nei prossimi quattro-sei mesi. Si tratta di un programma di informazione-comunicazione che accompagna il percorso riabilitativo. Questo – preceduto da una visita cardiologica – è mediato da un’app grazie alla quale, oltre a mantenere il contatto stretto con il centro clinico, i pazienti possono ricevere da remoto consigli su stile di vita, indicazioni su terapia in corso, esami diagnostici, esercizi da eseguire etc. Nel follow up si valuterà l’impatto del percorso sullo stato fisico delle persone. In caso positivo , l’esperienza potrà essere proseguita ed estesa anche alla partecipazione di altri attori (es. i medici di medicina generale) e altri territori.

Il bisogno espresso

Spiega Lorenzo Wittum, amministratore delegato di AstraZeneca Italia: “Siamo solo all’inizio. Per il momento è un proof of concept. Se l’iniziativa funziona, se produce outcome positivi e misurabili relativi allo stato di salute del paziente in follow up, tra sei mesi potremmo continuare a sostenerla e cercare anche altri player in giro per l’Italia”. È lo stesso manager a spiegare le due principali novità rappresentate soluzione digitale prescelta. “Probabilmente in questo momento nel mondo ci sono più app che pazienti a usarle. Ma questa nasce da un bisogno vero da noi intercettato nel tempo sui nostri canali social e in particolare sulla pagina facebook “ilcuorenondimentica”, dedicata ai pazienti con problemi cardiaci e ai loro familiari. Ci siamo messi in ascolto e abbiamo scoperto che il paziente nel post infarto si sente solo, non seguito e fondamentalmente non sa cosa fare (es. quando e quanto andare dal cardiologo?). Analizzando le discussioni in rete (AstraZeneca annovera oltre 50 mila tra pazienti e familiari che inteagiscono sulla pagina facebook ilcuorenondimentica, n.d.r.) tale necessità ci ha un po’ sorpreso ma è emersa chiara. Ne abbiamo parlato con Humanitas. L’idea è venuta a loro: non solo offrire una visita cardiologica al paziente infartuato ma anche utilizzare un’app per dare consigli”.

La seconda novità ha a che fare con lo sviluppo e la proposta della app stessa. Prosegue Wittum: “La crea e suggerisce chi ha competenza e i pazienti li segue davvero: il cardiologo, l’ospedale. Tocca a loro riconnettere il paziente al percorso di cura. Humanitas è molto avanti nelle architetture digitali e hanno già unità che gestiscono i pazienti in diverse aree terapeutiche. Insieme abbiamo studiato la forma contrattuale idonea per proteggere la privacy dei pazienti e nel pieno rispetto della compliance. Noi restiamo sullo sfondo. Il nostro ruolo non è fare il follow up del paziente ma collaborare a gestire solo una parte del patient journey e fare in modo che le persone siano seguite realmente dal sistema sanitario. Del resto, migliorare la gestione è importante per loro e importante per l’industria. Alla fine i farmaci hanno valore solo se sono assunti bene”.

Il valore della partnership

A proposito di valore. La partnership, il lavoro condiviso con soggetti pubblici o privati, ha per Wittum un valore intrinseco che si aggiunge a quello del servizio erogato al paziente, in questo come in altri casi. L’ad di AstraZeneca ci tiene a sottolinearlo: “Fare squadra è un concetto che tutti dobbiamo imparare. Non ci si conosce mai abbastanza. Nessuno sa come l’altro gestisce le cose e quale contributo reciproco si può offrire se non ci si confronta. I pazienti sono anche e soprattutto cittadini: sono tante le iniziative che si possono realizzare per facilitare i loro percorsi di salute”. Ma la partnership che l’industria farmaceutica caldeggia di più è senz’altro quella con le istituzioni pubbliche. “Dobbiamo dimostrare che una maniera concreta di collaborare esiste. Stabiliamo se una app quella creata per questo progetto genera vantaggi, produciamo dati e facciamoli vedere. Poi credo che le istituzioni saranno aperte”. Il momento è favorevole: l’esperienza con Covid-19 sta ribadendo l’importanza della collaborazione tra pubblico e privato, dimostrando che la salute “non è una merce ma un bene su cui investire” dice Wittum.

Verso l’ospedale virtuale

L’Irccs Humanitas di Rozzano è un un ospedale ad alta specializzazione, centro di ricerca e sede di insegnamento di Humanitas University, ateneo internazionale dedicato alle Scienze mediche. L’attività si articola in cinque grandi aree (Cardio, Cancer, Neuro, Orto e Immuno Center). L’area Cardio si caratterizza con un’offerta completa di prestazioni cliniche e relativa diagnostica (cardiologia clinica, interventistica, cardiochirurgia, chirurgia vascolare, riabilitazione etc.). Spiega Luciano Ravera, amministratore delegato di Humanitas: “Siamo da sempre un ospedale tecnologicamente all’avanguardia. Crediamo nell’innovazione e nella digitalizzazione, che devono favorire il rapporto medico-paziente per liberare tempo di cura, e possono aiutare l’ospedale ad uscire dalle proprie mura ed essere più connesso con i pazienti”.

Il “dinamismo” di Humanitas nelle soluzioni digitali applicate alla salute si esercita già da tempo. Dice Ravera: “È qualcosa di cui l’ospedale non può fare a meno sia all’interno dell’organizzazione (da noi tutte le aree sono informatizzate) che verso l’esterno (prenotazioni, pagamenti, invio di referti etc.). Covid-19 ha accelerato la necessità di far entrare il paziente solo quando è indispensabile ma, in prospettiva, attività come il teleconsulto diventeranno parte dell’offerta di qualsiasi azienda ospedaliera. Quindi, in tal senso, il progetto di digital solution studiato con AstraZeneca va nella direzione che abbiamo già intrapreso e in cui crediamo molto”.

I canali digitali dell’Irccs Humanitas raggiungono anche i vari “Medical Care” (centri medici satellite presenti nelle zone di influenza dell’Istituto a Milano, Varese, Torino, Bergamo e Catania) che collegano ospedale e territorio. “Uno dei focus – prosegue Ravera – è proprio la prevenzione ‘fatta’ digitalmente (informazioni su salute, wellness, etc,) con un po’ di education a favore del paziente”.

La distanza del paziente

Il tema della sottovalutazione del rischio e della “solitudine” del paziente infartuato, in rapporto al ruolo e alle funzioni esercitate dalle strutture specialistiche, è letto così da Ravera: “L’infarto lo curiamo bene ma quasi sempre il paziente viene intercettato solo dalla rete dell’emergenza/urgenza. Quindi si ritrova impreparato in ospedale e non c’è il tempo di creare un rapporto e informarli in modo completo ed esaustivo. Di fatto si ritrova improvvisamente in una sala di emodinamica e poi intraprende un follow up ospedaliero in cui gli si spiega cosa gli abbiamo fatto, in cosa consiste la terapia etc. Credo manchi quella parte di education che invece tipicamente riguarda il paziente elettivo che sa cosa lo aspetta”. Le digital solution sono l’inizio della storia.

L’importanza della prevenzione secondaria 

Le malattie cardiovascolari come l’infarto acuto del miocardio (IMA) sono tra le principali cause di morbosità, invalidità e mortalità in Italia: il 35,8% dei decessi è riconducibile a esse. Oltre ai fattori di rischio non modificabili (età, sesso e familiarità), esistono fattori modificabili, legati a comportamenti e stili di vita (fumo, consumo di alcol, alimentazione, sedentarietà) su cui è possibile e doveroso intervenire.

Nei pazienti con infarto del miocardio le misure di prevenzione secondaria, farmacologiche e comportamentali, sono essenziali per ridurne la morbilità e la mortalità delle patologie cardiovascolari.

Su oltre un milione di pazienti ricoverati per IMA in Italia dal 2001 al 2011 i tassi di riammissione fatale a un anno aumentano dal 4.75% al 5.28%. Dai registri europei risulta inoltre che un paziente su 4 con età ≥65 anni senza evento dopo il primo anno dall’ infarto, va incontro a un infarto, un ictus o morte entro 3 anni. Da cui l’importanza di avviare a screening e strategie di prevenzione secondarie più intensive per evitare recidive.

La mancanza di consapevolezza dei rischi associati all’IMA da parte del paziente è in parte dovuta all’assenza di educazione/sensibilizzazione sugli aspetti principali di prevenzione secondaria.

In collaborazione con Astrazeneca

 

Tag: Astrazeneca / cardiologia / Humanitas /

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