“Diversamente piccole”, così le emerging biopharma fanno strada nel mondo

Pubblicato il: 11 Settembre 2019|

Agli inizi degli anni settanta il libro di Friedrich Schumacher lanciava un avvertimento contro l’estremizzazione del capitalismo liberista: per sopravvivere, sosteneva lo studio, il sistema deve puntare su risorse locali e mercati locali. Poi venne la globalizzazione e il gigantismo delle multinazionali ma periodicamente lo slogan di Schumacher veniva rispolverato e applicato a nuovi trend economici e culturali. Così dopo l’ondata di M&A degli ultimi decenni anche il farmaceutico scopre che ‘piccolo’ può generare più innovazione, originalità di approccio e flessibilità nell’affrontare gli unmet needs della nuova medicina. Si tratta ovviamente di una definizione di ‘piccolo’ profondamente diversa rispetto al modello di quaranta anni fa proposto da Schumacher, le Emerging biopharma (Ebp) raggiungono fatturati annui globali fino a 500 milioni di euro o investimenti in ricerca inferiori a 200. Solo una parte di queste dunque rientrano in una definizione standard di piccola media impresa nel senso europeo del termine. La dinamica di mercato vede spesso le Ebp e le grandi compagnie collaborare, in forma di- versa, per portare al paziente tecnologie molto innovative. Un recente studio di Iqvia Institute of Human Data Science presenta un quadro completo di questo segmento.

Il mondo delle emerging biopharma

L’universo Ebp è molto diversificato e piuttosto frammentato. Nel 2018, secondo l’analisi Iqvia, la definizione calzava a 3.212 aziende alcune delle quali veramente molto piccole, meno di 50 milioni di dollari di fatturato; anche il focus della attività può essere molto composito perché alcune di queste aziende portano avanti strategie che mischiano attività di ricerca con la pura commercializzazione conto terzi. In generale Iqvia ha osservato una correlazione diretta fra le dimensioni aziendali e il numero di progetti R&D attivi. Per le Ebp la media è di tre progetti mentre supera i settanta per le big pharma, le quali – spesso per portare avanti tutte queste attività diverse tra loro – cercano le risorse proprio tra le Ebp più specializzate. Considerato il numero totale, malgrado la grande focalizzazione su specifiche nicchie di mercato, le Ebp concentrano l’80% delle attività di R&D dalle fasi più precoci alla pre-registrazione.

Il contributo alla ricerca

Le aziende emergenti sono tipicamente concentrate sulle prime fasi di sviluppo delle nuove molecole. Nel 2003 gestivano già quasi il 70% degli studi fino alla fase I, questa percentuale ha raggiunto l’84% a fine 2018. Tuttavia negli ultimi cinque anni le Ebp hanno accelerato le attività anche nelle fasi finali della ricerca fino a totalizzare il 73% dei trial da Fase II a registrazione. I prodotti in studio, infatti, sono cresciuti del 15% nel 2017 e nel 2018. Il trend del periodo 2013-2018 indica una crescita annua composta del 9,5%. In passato la gran parte degli asset Ebp veniva ceduto prima del lancio mentre più di recente le aziende emergenti arrivano più spesso alla commercializzazione dei loro prodotti tanto che nel 2018 il 64% delle new active substances sono arrivate alla Food and drug administration proprio dalle Ebp (38 prodotti su 59 da parte di 26 aziende). Questa evoluzione riflette un approccio più prudente da parte delle big-pharma che preferiscono lasciare il controllo alle Ebp (anche in fase di co marketing) fino alla prova del mercato e passare alla acquisizione più tardi rispetto al passato. Le aziende di grandi dimensioni nel 2018 hanno infatti lanciato quasi il 50% delle nuove terapie, tuttavia la metà di questi farmaci provenivano da sviluppi Ebp. Attualmente le Ebp conducono il 65% delle attività di sviluppo clinico e superano come numerosità il numero di trial in atto da parte delle big pharma. Il ruolo delle emerging biopharma, secondo lo studio Iqvia, si confermerà probabilmente anche in futuro visto che nel 2018 il numero di molecole in fase avanzata di sviluppo da parte di queste aziende è arrivata a 2120 con un incremento del 15,3% rispetto all’anno precedente (nei cinque anni 2013-2018 l’evoluzione è stata del +57,5%). Le Ebp concentrano le attività di R&D in particolare nell’area oncologia e malattie rare ma sono presenti anche in altri settori ‘di frontiera in neurologia (atrofia spinale) e terapia del dolore, specie per quanto riguarda soluzioni terapeutiche senza oppioidi. In questi settori arrivano a coprire il 70% circa di tutte le fasi di ricerca clinica.

R&D: il ‘caso’ oncologia e terapie avanzate

Le terapie oncologiche in fase avanzata di studio da parte delle Ebp sono quasi raddoppiate negli ultimi cinque anni (+74%) arrivando a 650 nel 2018 e rappresentano il 30% della attività di ricerca in fase avanzata. Le Ebp infatti conducono il 69% e il 72% degli studi clinici in fase precoce ed avanzata rispettivamente. Le target therapy in ultima fase di sviluppo hanno avuto una crescita imponente sia nel segmento biologico che per quanto riguarda le piccole molecole. Lo studio sulle immunoterapie e degli inibitori della kinasi rappresenta un punto di svolta delle terapie oncologiche introducendo, grazie al contributo fondamentale delle emerging biopharma, nuove tecnologie e meccanismi di azione. In Europa sono state registrate quattordici Advanced therapy medicinal products (Atmp), terapie geniche, cellulari e rigenerative. Le prime quattro sono state ritirate per motivi commerciali. La pipeline globale in fase avanzata copre solo il 10% (269) del totale ma è più che raddoppiata negli ultimi tre anni soprattutto grazie al varo di percorsi approvativi specifici che hanno catalizzato interesse e investimenti. Dal 2008 al 2018 molti prodotti sono passati dalla fase I alla fase II incrementando il panel di terapie in late stage. Le emerging biopharma sono protagoniste indiscusse di questa ricerca di frontiera con il 92% delle attività e le startup che hanno ideato gli approcci genici e cellulari in test hanno mantenuto di fatto il controllo delle loro piattaforme. Si tratta di tecnologie che sperimentano metodologie di medicina personalizzata piuttosto che un farmaco specifico e che, compiuto gran parte del percorso, avranno probabilmente necessità di una fase di scale up da parte di aziende con possibilità di investimento maggiore. Storicamente questa evoluzione è emersa anche durante il 2018 visto che sette dei più importanti deal di cui è stato reso pubblico il valore hanno coinvolto una Ebp e una big pharma.

Storie di successo

L’analisi Iqvia, condotta sulla storia di sviluppo clinico da parte delle Ebp, evidenzia che queste realtà esprimono risultati particolarmente positivi nelle attività di ricerca in fase precoce. Il loro tasso di successo globale nella ricerca, calcolato come percentuale di molecole passate da una fase alla successiva, è del 17%, significativamente più alto rispetto ad altri segmenti. Le differenze a favore delle Ebp sono più ampie nelle prime fasi di sviluppo. Lo scostamento arriva infatti a oltre quindici punti per la fase I per ridursi a quattro in fase due e annullarsi successivamente per effetto delle risorse più limitate a loro disposizione allorché l’attività di scale up richieda risorse difficilmente alla loro portata a meno di accordi di sviluppo congiunto.

Non solo Usa

Le Ebp sono basate principalmente negli Stati Uniti. Le più importanti (top 30) hanno circa 700 prodotti in sviluppo su diverse aree terapeutiche. Esistono tuttavia diversi modelli organizzativi e di presenza geografica. La maggior parte ha sede univoca negli Usa, compresa l’azienda con il maggior numero di progetti attivi in assoluto, la Ionis Pharmaceutical con 59 asset focalizzata sugli acidi nucleici. Ci sono poi alcune realtà ‘hub and spoke’ con funzioni core centralizzate (negli Usa) ma che acquistano in sussidiarie diversificate geograficamente e su molte aree terapeutiche. Altre realtà invece hanno fatto una precisa scelta di ‘campo con sedi operative e di ricerca in paesi emergenti considerati molto promettenti. Gli Stati Uniti sono stati a lungo la fonte principale degli investimenti sulle aziende biofarmaceutiche emergenti. Fra il 2008 e 2009 l87% del funding iniziale (Series A) al biofarmaceutico (168 startup) proveniva da investitori Usa. L’analisi Iqvia ha verificato i risultati su queste scommesse a dieci anni di distanza. Benché undici aziende abbiano fallito chiudendo le attività, oltre il 50% sta lavorando a molecole in fase avanzata di sviluppo e alcune hanno già prodotti approvati da Fda. Una parte significativa di queste start up (43) è stata acquisita, sia da grandi aziende (14) sia da altre emerging biopharma e, in misura minore, da medie imprese. Ventotto compagnie in questi dieci anni sono state quotate in Borsa e alcune hanno raggiunto capitalizzazioni ragguardevoli nel frattempo con valori superiori al miliardo di dollari. La più importante è Agios (circa 3,5 miliardi) che ha nel frattempo registrato ben due prodotti per la leucemia.

Cosa succede in Italia

I documenti pubblicati dal gruppo Piccole e medie imprese (Pmi) di Assobiotec ricordano quanto il biotech nazionale sia caratterizzato da alti tassi di sviluppo in termini di numero di imprese, capitalizzazione, numero di brevetti depositati e aree applicative. Tuttavia tra gli elementi critici della situazione italiana vanno rilevate le difficoltà legate alle interazioni tra imprese e accademia. Ne sono riprova i dati pubblicati da Netval (l’associazione italiana degli uffici di trasferimento tecnologico universitari) che mostrano una forte debolezza rispetto agli Stati Uniti per quan to riguarda la capacità di fare technology transfer. Tali dati sono rilevati anche dall’Ocse che imputa la cattiva performance italiana alla mancanza di una forte interazione tra accademia e industria. Pierluigi Paracchi, coordinatore dell’Area Pmi di Assobiotec, si rammarica: “Le realtà italiane in area life science descrivibili come emerging biopharma sono ancora troppo poche purtroppo. Tra queste posso citare Genenta e Altheia, società che ho co-fondato. Ma anche Holostem, Erydel e MolMed. In generale il panorama resta scarso in area terapeutica, nonostante la qualità e la quantità di ricerca scientifica prodotta nel nostro paese, rispetto alla quale godiamo di un ruolo rilevante nel panorama internazionale nel settore ‘Life Science$ continua il rappresentante di Assobiotec. Lo dimostrano gli indici bibliografici, secondo cui l’Italia è il primo Paese nel mondo per numero di citazioni per ricercatore e per numero di pubblicazioni per ricercatore. “Ma anche il fatto – prosegue Paracchi – che il nostro paese si ponga ai vertici per competitività dei propri ricercatori nell’attrarre grant europei”.

Per quanto riguarda le aree principali di attività, è noto che la prima terapia genica ex-vivo approvata al mondo, Strimvelis, è stata sviluppata a Milano, al San Raffaele, in collaborazione con due imprese, Gsk e MolMed. Proprio a Milano, prima che altrove, sottolinea Paracchi “si è capito come ingegnerizzare con vettori virali, ad esempio i lentivirus, le cellule staminali del sangue. E così alcune malattie ultra rare sono diventate curabili. Ora si è passati a bersagli più grossi come il cancro (Genenta) e le malattie auto-immuni (Altheia)”. Malgrado le difficoltà strutturali, Paracchi descrive un contesto di innovation network di cui fanno parte imprese e laboratori universitari e che sta aprendo la strada alla gene therapy 2.0. Il contributo di queste imprese alla attività R&D è dunque straordinario: “Se l’Italia può mantenere una leadership nel campo delle terapie avanzate è proprio per l’intensa attività di R&D che queste imprese apportano. Ricordo che sono frutto della ricerca italiana tre delle prime quattro terapie avanzate approvate in Europa (attualmente dieci)”.

Il dato è confermato nel rapporto Assobiotec-Enea dal titolo “Le imprese di biotecnologie in Italia”. Qui si precisa che gli investimenti totali di ricerca e sviluppo ammontano a oltre due miliardi di euro di cui 500 milioni all’interno di società dedicate alla R&S biotech ovvero imprese che investono almeno il 75% del proprio budget di ricerca intra-muros nella ricerca biotecnologica. Permangono, secondo Paracchi, diversi ostacoli: “Mancano Venture Capital specializzati nel settore Biotech. Fondamentale che si creino uno, o anche più, investitori nazionali, completamente italiani, che possano dialogare con tutte le eccellenze scientifiche presenti nel nostro Paese. E le politiche pubbliche a sostegno del settore non sono riuscite fino ad ora a produrre risultati soddisfacenti. Fondo Italiano Investimento ha investito in fondi di Venture Capital esteri che hanno sostenuto società biotech non italiane; Invitalia Ventures non ha specifiche competenze in area biotech; ITAtech è gestita ora in partnership anche da operatori non italiani, con sede nel nostro Paese ma governance estera”. La capacità di attirare capitali globali è scarsa e Paracchi ricorda: “L’Italia con 157 milioni di euro ha raccolto nel 2018 solo l’1% degli investimenti global di VC nelle life sciences, il 5% del totale europeo. Un apporto di capitali ancora troppo modesto, se si pensa al primato dei nostri ricercatori in termini di pubblicazioni, citazioni, di qualità e quantità della ricerca prodotta”.

 

Tag:

CONDIVIDI

AP-DATE
SCELTE DALLA REDAZIONE
RUBRICHE
FORMAZIONE