Il biotech sposa la clinica, Seagen approda in Italia. Nuove chance per l’oncologia

Pubblicato il: 5 Ottobre 2021|

Pionieri nella R&D dei farmaci anticorpo-coniugati in oncologia. Oggi Seagen si presenta in Europa con una vasta pipeline, tutta centrata sulla terapia antitumorale e con una particolare attenzione alle eccellenze italiane. Tra gli obiettivi portare in Italia la ricerca a tutto campo, anche di fase I. I benefici riguardano gli attori dell’intero sistema: l’azienda che investe sui prodotti innovativi, gli istituti di ricerca che possiedono il know-how e soprattutto i pazienti che chiedono risposte concrete ai loro bisogni insoddisfatti.
“La mission di Seagen è agire con l’innovazione in ambito oncologico”, spiega Rodrigo F. Baca, country manager in Italia. “L’azienda nasce proprio in quest’area ed è stata fondata da Clay Siegall, più di vent’anni fa. Siegall, che è tuttora l’amministratore delegato, aveva perso il padre per un tumore al cervello e, avendo un solido background di ricercatore in oncologia, ha deciso di fondare un’azienda dedicata, ora quotata in Borsa. Ha puntato su una tecnologia esclusiva, ai tempi estremamente innovativa, cioè la ricerca e lo sviluppo di farmaci anticorpo-coniugati (ADC). Siamo stati pionieri in questo settore”.

Un’azienda americana che decide di entrare in Italia deve rapportarsi innanzitutto con il mondo clinico e specialistico. Come sono i rapporti su questo versante?

Intendiamo partecipare pienamente al sistema dell’oncologia italiana, che può contare su diverse eccellenze distribuite su tutto il territorio nazionale. Per noi, fin dall’inizio, era importante ottenere credibilità, fare conoscere a tutti gli stakeholder la qualità del nostro lavoro: per noi è importante essere associati alla vera innovazione. Non bastano le parole, servono i fatti. Abbiamo promosso partnership su temi molto concreti e puntiamo sull’innovazione della pipeline. Lavoriamo insieme ai centri d’eccellenza italiani per sviluppare i farmaci, dialoghiamo costantemente con tutti gli stakeholders coinvolti nella ricerca pre-clinica, clinica e nei processi di gestione ed innovazione dell’assistenza socio-sanitaria.

Come vi state muovendo su questo fronte?

Collaboriamo con centri certificati per la ricerca di fase I in Italia. Credo vada sottolineato che non tutte le aziende americane siano disposte a portare la ricerca di fase I in Europa e in Italia in particolare. L’impostazione arriva dalla casa madre: Seagen crede molto nella partnership con l’accademia e la ricerca. Per noi di Seagen Italia è particolarmente importante che centri italiani siano in grado di poter arruolare pazienti in studi altamente innovativi. Non solo. Per noi è importante il dialogo aperto e trasparente con Aifa per valorizzare l’innovazione e contribuire alla sostenibilità del sistema. A cascata, faremo lo stesso confronto con gli interlocutori regionali.

La richiesta di innovazione scientifica arriva “dal basso”, dalle pazienti che si trovano ad affrontare la loro malattia. Che rapporto avete con le associazioni pazienti?

Consideriamo le associazioni di pazienti al pari di altre istituzioni, quindi cerchiamo un confronto costruttivo che ci aiuti a indirizzare la ricerca clinica ma anche la ricerca nell’ambito dell’assistenza sociosanitaria. Sono coinvolte in tutte le fasi, dal disegno del protocollo dello studio clinico ai progetti educazionali nell’ambito della telemedicina. Ricordiamoci del ruolo prezioso che le associazioni hanno come reti di volontariato a sostegno dei malati e delle loro famiglie. Un ruolo chiave di orientamento, prevenzione e supporto ai percorsi di cura su tutto il territorio nazionale.

La sfida che state raccogliendo in Italia e nel mondo è ora legata a terapie innovative e promettenti per i casi avanzati di carcinoma mammario HER2+

Sì, la decisione di Seagen di espandersi in Europa è dovuta al lancio di un farmaco inibitore della tirosin chinasi. In Italia ci costituiamo nel maggio del 2020 con la missione di creare un’affiliata che ci consenta di fare ricerca clinica, come detto precedentemente, e di commercializzare i farmaci della nostra pipeline che arrivano alla fine della propria fase di sviluppo. Abbiamo già avuto una prima approvazione Ema e stiamo dialogando con Aifa per completare l’iter registrativo e di rimborsabilità italiani. Sono i primi passi di una organizzazione che ci auguriamo includerà in futuro la nostra piattaforma di anticorpi coniugati (ADC).

Quali sono dal suo punto di vista i punti di forza e le eventuali debolezze del sistema Italia, ovviamente per quanto riguarda il settore dell’innovazione farmacologica?

L’Italia dispone di centri di eccellenza assolutamente paragonabili ai migliori nel mondo. È vero però che abbiamo tempi più lunghi per quanto riguarda l’avvio degli studi clinici. Anche perché ci raffrontiamo con la presenza di comitati etici in ogni ospedale, chiamati ad approvare i protocolli. Da questo punto di vista non abbiamo efficienza di sistema e siamo alle prese con un fenomeno di dispersione. Forse non c’è una città di riferimento per le decisioni, un po’ come Londra lo è per il Regno Unito o Parigi per la Francia. Assomigliamo di più alla Germania, ma per fortuna, in relazione al lavoro svolto sul cancro della mammella, possiamo contare su centri d’eccellenza diffusi, anche nel Sud del Paese. Tuttavia, la dispersione, come in questo caso, può rappresentare un limite. Di fatto, l’Italia parte dopo altri Paesi ed è un meccanismo che si auto-alimenta perché da fuori si percepisce un ritardo nelle partenze. Non siamo, in realtà, più lenti di altri Paesi ma sicuramente lo siamo rispetto a Regno Unito, Germania e Francia.

A che punto è in Italia la negoziazione sul prezzo del farmaco?

L’iter negoziale è in corso, attendiamo comunicazione da parte di Aifa. Ho molto rispetto delle istituzioni e cerco di trasferire sempre questo senso di fiducia e credibilità delle istituzioni ai colleghi americani spiegando le dinamiche che caratterizzano il nostro processo di prezzo e rimborso. Tuttavia l’Italia è percepita come un Paese che pone più attenzione al controllo della spesa che ai benefici degli investimenti in sanità. Vorrei però sottolineare un aspetto: possiamo fare di più in Italia, le potenzialità ci sono tutte. Anche l’industria può dare un maggiore contributo, contando sulle nostre università le cui risorse potrebbero essere sfruttate in maniera diversa.

Facciamo un passo indietro: Seagen ha una storia importante alle spalle, inizialmente l’azienda si chiamava Seattle Genetics. Com’è proseguita poi?

L’azienda nasce e cresce a Seattle, negli Stati Uniti, ed è una realtà consolidata da molti anni. Quest’anno fattureremo circa 1,5 miliardi di dollari nel mondo, capitalizziamo più di 30 miliardi in borsa (Nasdaq), abbiamo più di duemila dipendenti. Non sono i numeri di una start-up, tutt’altro. Spendiamo più del 60% del fatturato in ricerca e sviluppo. E oltre la metà delle nostre risorse umane è impegnato nella ricerca. Ora che siamo entrati in Europa abbiamo cambiato la denominazione da Seattle Genetics, che comporta un’accezione che rimanda alla localizzazione americana, in Seagen, prendendo le prime iniziali del nome originario per riflettere l’espansione dell’azienda a livello globale senza perdere la nostra identità.

Seagen acquisisce farmaci da piccole aziende o start-up per portarne a termine lo sviluppo…

Certamente, non è la prima né l’unica, e non si tratta solo di acquisizioni di aziende, ma spesso di partnership e alleanze per il co-sviluppo. La ricerca clinica è costosissima, non solo dal punto di vista strettamente economico. Ci vogliono le “teste” e occorre una struttura consolidata. Le piccole aziende magari arrivano con una molecola in fase I ma difficilmente riescono a portare avanti il percorso. È bene che aziende come Seagen, ma non solo, a questo punto entrino in azione. La nostra vasta pipeline di farmaci innovativi in varie fasi di sviluppo riflette questo approccio.

Il termine utilizzato da Seagen per designare l’ambito della R&D è “Transformative Cancer Medicines”. Perché questa scelta?

Abbiamo voluto sottolineare la nostra mission, che sostanzialmente è centrata sul cambio di paradigma delle terapie oncologiche. È il richiamo che mi ha spinto ad accettare la sfida per portare sul mercato farmaci che possono fare davvero la differenza. Questo riguarda me stesso e tutti i miei colleghi. Oggi in Seagen Italia contiamo già su una ventina di persone, tutte professionalità importanti che arrivano da aziende leader del settore. Personalmente, mi fa molto piacere vedere come il richiamo della tecnologia centrata sull’innovazione e dei valori Seagen incontri l’interesse di professionisti che sono informati da tempo su di noi, sulla nostra evoluzione. Stiamo creando un bel gruppo. Attualmente siamo attivi a Milano. Non siamo una startup, alle spalle abbiamo un’azienda solida con un headquarter presente a Zug (Svizzera). È molto importante che l’espansione in Europa e in Italia avvenga in maniera organizzata e sostenibile.

Quali sono attualmente i maggiori traguardi raggiunti da Seagen?

Due anticorpi monoclonali coniugati (Adc), altri sono in fase di sviluppo. Quest’anno festeggiamo i dieci anni di brentuximab vedotin dal momento del lancio, commercializzato in 75 Paesi. Si basa su una tecnologia che consente di unire in una molecola tre agenti: l’anticorpo che riconosce in maniera selettiva la cellula maligna, un farmaco citotossico (vedotin) e un linker che permette al citotossico di aggredire la cellula tumorale. Come prima indicazione viene utilizzato in sei tipi di linfomi. È sicuramente il farmaco “flagship” di Seagen. Ai tempi, l’azienda non disponeva della massa critica per espandersi in Europa ed è quindi stato siglato un accordo con Takeda, per il co-sviluppo e la commercializzazione fuori dagli Stati Uniti. Un altro nostro anticorpo antitumorale che sta entrando nella pratica clinica è enfortumab vedotin, approvato nel 2019 negli Stati Uniti per il trattamento dei pazienti adulti per i tumori del tratto urinario o del carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico. In questo caso l’azienda partner in Europa è Astellas, in attesa di approvazione da parte dell’Ema. Per ultimo, lo scorso 20 settembre la Fda ha concesso un’approvazione accelerata negli Stati Uniti per tisotumab vedotin, anticorpo monoclonale coniugato (Adc), per il trattamento del carcinoma della cervice avanzato. Questo farmaco è co-sviluppato insieme a Genmab, un’azienda danese.

Il leadership team

Padre peruviano e madre italiana, Rodrigo Fernandez-Baca è nato a Lima, in Perù. Completati gli studi all’Università La Sapienza di Roma in Economia e Commercio, Baca fa una prima esperienza lavorativa nel gruppo Angelini. “Dopo un master in SDA Bocconi, il mio ingresso nel mondo della farmaceutica multinazionale avviene in Eli Lilly. In questa azienda mi sono formato per dieci anni, rivestendo diversi ruoli non solo in Italia ma anche a livello europeo”. Successivamente passa in Gilead Sciences (quattro anni a Londra, come responsabile del marketing della piattaforma HIV “un’esperienza esaltante” dice oggi). Poi sempre con Gilead approda a Milano per creare nel 2013 il gruppo italiano dell’oncoematologia, lanciando il primo farmaco Gilead in questo settore. Successivamente coglie l’opportunità per avviare la sede italiana di Clovis Oncology lanciando un inibitore della polimerasi degli enzimi della poli (ADP-ribosio) utilizzato per il trattamento del carcinoma ovarico in recidiva. A maggio 2020 è arrivata la chiamata di Seagen. “Un’azienda che seguivo da anni con ammirazione – dice il manager – e ho deciso di accettare la loro proposta di unirmi al progetto”.
Oltre a Rodrigo F. Baca, del leadership team fanno parte Francesco Berardo, Alfonso De Rosa, Simona Patercoli e Francesco Piaggi, nei rispettivi ruoli di Market Access, Medical, Marketing e Sales Director. Francesco Berardo, farmacologo esperto di HTA e value based medicine proviene da AstraZeneca dove aveva la carica di Market Access and Government Affairs Manager (prima ancora era in Eli Lilly). Alfonso De Rosa, laureato in medicina, specializzato all’Università di Roma “La Sapienza”, un MBA a Londra e una vasta esperienza in R&D in diverse aree terapeutiche, prima di approdare in Seagen e di un breve passaggio in Zambon come Global Medical Affairs Director ha lavorato in Shire come Country Medical Lead Italy Oncology & Hematology di Shire. Simona Patercoli, biotecnologa molecolare con un master in Biotecnologia e farmacogenomica conseguito a Milano, ha alle spalle robuste esperienze nell’oncologia di Boehringer Ingelheim e AstraZeneca e prima ancora in Oxoid SpA – Thermo Fisher Scientific. Da luglio scorso è in Seagen anche Francesco Piaggi. Laureato a Pavia, con un Exec MBA alla Sda Bocconi, arriva da Biogen dove ricopriva l’incarico di Sales manager in neurologia (focalizzazione in sclerosi multipla). Nel recente passato ha lavorato in Merck Serono come Area Business Manager Oncology.

Un salto di qualità nella cura del cancro mammario HER2+

A fronte dei progressi nella terapia del carcinoma mammario restano ampi spazi di miglioramento per alcune specifiche popolazioni di pazienti. Tra queste, le donne che si presentano in fase metastatica, colpite da tumore HER2-positivo. È noto che risulta HER2-positiva una porzione compresa tra il 15 e il 20% dei casi di carcinoma mammario, che mostra la tendenza a essere più aggressivo con maggiori probabilità di incorrere in recidiva rispetto al ca mammario HER2-negativo. Inoltre, circa il 50% delle pazienti positive a HER2 sviluppa nel tempo metastasi cerebrali. Occorre in questi casi sviluppare risposte ad hoc.
La medicina oncologica deve trovare soluzioni mirate, ritagliate sul profilo clinico e biologico della malattia, per gruppi sempre più selezionati di pazienti, anche nei casi attualmente più difficili da curare con gli attuali standard terapeutici. Per questo motivo la ricerca Seagen si è incentrata proprio sul ca mammario HER2-positivo metastatico con o senza interessamento cerebrale puntando su un trattamento orale costituito da un inibitore tirosin-chinasico della proteina HER2 in aggiunta a trastuzumab e capecitabina. I dati della sperimentazione, accolti da Ema, hanno già portato all’approvazione europea. Non un passaggio di poco conto se si considera che in Italia circa 37 mila persone convivono con un carcinoma mammario metastatico, tra cui quelle con tumore HER2-positivo. Situazioni che incidono pesantemente non solo sulle pazienti ma anche sulle loro famiglie e l’intera collettività.

I farmaci di precisione anti-tumorali al centro della pipeline Seagen

In termini tecnici si parla di coniugati farmaco-anticorpo (antibody-drug conjugates, ADCs) e costituiscono l’ampio armamentario nelle varie fasi R&D di Seagen. L’azienda fa parte della galassia delle 696 compagnie biotech attive in Italia alla fine del 2019 (dati Assobiotec/ENEA). Si contano più di 13 mila persone occupate e investimenti in R&D di circa 2 miliardi di euro con una presenza sul territorio che si concentra in Lombardia ma con attività importanti in altre aree del Paese, compreso il Sud Italia con Puglia e Campania. Quasi la metà del settore biotech italiano è dedicato alla salute (344 aziende) rappresentando, però, ben il 92% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Dati non certo sorprendenti se si considera che, secondo le previsioni formulate dall’Ocse, il biotech genererà il 2,7% del prodotto lordo globale entro il 2030. Un enorme potenziale che si sta dispiegando anche in termini di opportunità di occupazione e sviluppo economico.
Proprio sul fronte biotech, da cui arriva ormai in clinica circa il 50% dei nuovi farmaci, si delinea la visione strategica di Seagen, centrata sull’oncologia. Il biotech, del resto, è stato decisivo anche nel contrasto alla pandemia Covid-19 permettendo il sequenziamento genetico virale, l’identificazione del recettore responsabile dell’infezione e dunque la diagnostica e l’allestimento dei vaccini.
La pipeline oncologica di Seagen ha già ottenuto importanti traguardi. Ma sono tuttora in corso sperimentazioni di fase I e II in vari contesti clinici, anche relativi ad altri tumori solidi localmente avanzati o metastatici. Tucatinib, in particolare, viene indagato contro i tumori colorettali, gastroesofagei, gastrici e solidi HER2+. Un ulteriore contributo è portato dall’Adc tisotumab vedotin che ha già completato la fase III nelle pazienti colpite da cancro cervicale metastatico o ricorrente. La pipeline si compone di altre otto molecole, disegnate contro i tumori solidi, mammari, pancreatici ed ematologici. Si attendono gli esiti delle indagini cliniche di fase I e II.

In Italia a tutto campo fin dalle prime fasi R&D

Numerose le partnership che Seagen sta intrattenendo con i centri di ricerca italiani, a partire dalla preclinica. “Lo facciamo anche per avere indicazioni di medicina traslazionale e indirizzare la ricerca su target tumorali innovativi mantenendo la partnership anche in fase di sviluppo clinico”, spiega Alfonso De Rosa, direttore medico di Seagen. “Stiamo parlando in questo caso di grandi centri dotati di una buona organizzazione sia per la ricerca preclinica, che comprende laboratori specializzati, modelli animali e linee cellulari proprie, che per la ricerca clinica a partire dalle prime fasi dello sviluppo (fase I). L’obiettivo comune è sviluppare nuove medicine target per supportare i pazienti”.
I centri italiani, sottolinea il responsabile, sono dotati di grande eccellenza ma spesso mancano le risorse per portare avanti le fasi precoci della ricerca. Stretta è la collaborazione anche con società scientifiche come Aiom e gruppi cooperativi come il Gim.
La ricerca Seagen è globale e l’Italia in ambito europeo è uno dei Paesi in cui l’azienda ha deciso di investire maggiormente. “Attualmente collaboriamo con circa cinquanta centri italiani nello sviluppo clinico di molecole con target tumorali presenti nella nostra pipeline, continua De Rosa, e prevediamo di estenderne il numero il prossimo anno”. Riscontriamo grande disponibilità da parte dei responsabili medici delle strutture italiane cui ci rivolgiamo, ma a volte c’è qualche ritardo nell’attivazione degli studi per quanto concerne la parte burocratica. In alcuni centri, i tempi sono obiettivamente più lunghi, ma le cose a mio modo di vedere stanno migliorando da questo punto di vista”.
In Seagen da marzo 2021, Alfonso De Rosa tiene a sottolineare i motivi all’origine della sua scelta. “Seagen ha scelto di investire su particolari popolazioni di pazienti affetti da patologie oncologiche estremamente difficili da trattare assumendosi anche dei rischi. Nel campo specifico del tumore della mammella, un esempio è rappresentato dagli studi anche su pazienti con metastasi cerebrali attive, popolazione non sempre inclusa negli studi clinici in questo ambito. Si rischia in termini di ritorno degli investimenti ma è giusto farlo”.

La scheda di Seagen

Anno di inizio delle attività: 1998
Luogo di nascita: Seattle (Stati Uniti)
Mission: ricercare e sviluppare nuove terapie biotech in ambito oncologico
Occupazione: più di 2200 persone a livello globale
Sedi nel mondo: Seattle, San Francisco, Canada, Svizzera, Unione europea

Milestones

1999 – Inizio della ricerca sugli anticorpi ani-CD30.
2006 – Primo paziente trattato con brentuximab vedotin (linfoma di Hodgkin).
2009 – Accordo tra Seagen e Takeda per il co-sviluppo globale del farmaco.
2011 – Brentuximab vedotin approvato dalla Fda per il trattamento del linfoma di Hodgkin e il linfoma anaplastico sistemico a grandi cellule
2017-2019 – Il farmaco viene approvato in 75 paesi per la cura del linfoma che esprime CD30
2019 – Enfortumab vedotin approvato dalla Fda per la cura di alcuni tipi di cancro uroteliale metastatico
2020-2021 – Tucatinib approvato contro il ca mammario HER2+ negli Stati Uniti, Unione europea e alcuni altri paesi.
boiron In collaborazione con Seagen

Tag: biotech / Ricerca clinica / ricerca scientifica / Seagen /

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