L’Esg non basta più: serve coraggio per determinare impatto

La transizione verso i modelli Esg (Environmental, social, governance) negli ultimi anni ha portato le aziende farmaceutiche a focalizzarsi su specifici obiettivi di conformità, come l’abbattimento programmato delle emissioni di CO2 verso il “net zero” e il consolidamento della parità di genere.
Obiettivi lodevoli ma, come nota Mario Calderini, docente alla School of Management del Politecnico di Milano, questa grammatica finanziaria, che secondo le stime muove tra i 30 e gli oltre 40 mila miliardi di dollari a livello globale, ha finito per premiare una logica utilitaristica e introspettiva. Per ottenere un impatto reale sulla società e sull’ambiente occorre rischiare e porsi obiettivi ben precisi.
“Credo che dare grande valore all’Esg abbia determinato pochissime trasformazioni”, commenta Calderini. Secondo l’esperto la dimensione ambientale ha cannibalizzato il dibattito solo perché offriva agli investitori la corsia più comoda per guadagnare o evitare perdite, mentre la dimensione sociale è rimasta confinata in una declinazione quasi esclusivamente introspettiva: “Ha guardato al perimetro dei dipendenti e agli obiettivi interni dell’impresa”. In entrambi i casi si è trattato di “narrative utilitaristiche, che hanno generato processi di cambiamento molto indiretti”.
L’equivoco del settore farmaceutico
L’impact investing è una strategia con il potenziale di ribaltare la tradizionale concezione di valore aziendale. “A monte dell’investimento deve esserci la dichiarata volontà di realizzare un effetto positivo per la società o il pianeta che vada esplicitamente al di là del semplice profitto”. Chi si occupa di salute tende a pensare che il proprio core business coincida con la generazione di un impatto sociale positivo. Un farmaco cura, un ospedale guarisce, un device, migliora la vita: l’utilità sociale è insita nel prodotto stesso.
Ma non basta la natura del settore a tracciare il confine dell’impact investing, serve un’intenzione che sta a monte, ex ante, rispetto all’investimento. Se la generazione di un effetto positivo sulla salute è interamente spiegata e mossa da una volontà di appropriazione del profitto commerciale, quella dinamica rimane un’ottima esternalità, ma non può essere definita impatto.
“Facciamo un esempio estremo: produrre penicillina e i suoi derivati è importante e necessario. Però dobbiamo avere il coraggio di non chiamarlo impatto, perché la produzione di antibiotici e gli investimenti indirizzati in questa direzione sono spiegati da una logica di profitto. Produrre un farmaco orfano per una malattia rara o ultra-rara, dove i ritorni economici sono discutibili o incerti, risponde invece a una logica diversa. In questo secondo caso si manifesta l’intenzionalità che va oltre il profitto”.
Co-progettazione: sviluppare soluzioni con i pazienti
Un altro esempio di impact investing in sanità è la co-progettazione, cioè costruire un trial o produrre un dispositivo partendo da uno specifico bisogno del paziente: un chiaro indizio di intenzionalità.Prendiamo il caso dei sistemi di iniezione dell’insulina, inizialmente progettati seguendo logiche industriali e cliniche, con fiale di vetro, aghi grandi. Le lamentele dei pazienti hanno spinto le aziende a co-progettare, insieme alle associazioni, device usa e getta, penne pre-riempite, aghi ultrasottili.
“Non è detto che la produzione di questi dispositivi e che questa distribuzione del farmaco siano le più efficienti possibili per le aziende, ma aver anteposto il bisogno del paziente, sacrificando la massimizzazione del profitto, può essere catalogato tra i gesti di intenzionalità che poi portano a definire come impatto certe scelte”.
L’atto di coraggio che porta all’innovazione
Secondo Calderini, il fallimento trasformativo della sostenibilità classica deriva dal fatto che le imprese hanno sistematicamente scelto obiettivi di sostenibilità facili, che non creavano alcuna tensione o conflitto con il conto economico.
“Produrre un pannello fotovoltaico è una scelta non conflittuale: ogni ricavo generato coincide con una riduzione di CO2. Il problema sorge quando gli obiettivi sociali creano un trade-off radicale”. Mentre gli obiettivi più difficili da raggiungere sono rischiosi da un punto di vista economico, ma generano un impatto elevato. “Se l’obiettivo sociale è realmente incardinato nella governance di un’azienda, questa è obbligata a un atto di coraggio, che è il primo passo per fare dell’innovazione”.
L’esperto porta l’esempio delle assicurazioni sulla vita per i diabetici cronici. Assicurare una persona affetta da una patologia cronica complessa non è un’operazione conveniente, quindi le compagnie hanno storicamente teso a eliminare queste opzioni dalla propria gamma di servizi.
Offrire questo prodotto apparentemente non conveniente è un rischio calcolato che innesca una pressione innovativa interna. L’azienda si trova stimolata a generare soluzioni innovative per rimettere a posto la funzione di profitto e quella di impatto, trovando il modo di non perdere soldi pur proteggendo una categoria vulnerabile.
“L’innovazione diventa così lo strumento che risolve il conflitto tra profitto e beneficio sociale”, commenta Calderini. “L’innovazione però non nasce dal nulla: fiorisce in ecosistemi-paese con una ricerca pubblica forte, incentivi e industrie ad alta intensità di conoscenza. La mia conclusione sull’Italia, purtroppo, è che oggi siamo esattamente all’opposto: non è un posto fertile per fare innovazione, anche a fini sociali”.
I partenariati pubblico-privati
Quando il compromesso tra profitto e valore sociale è troppo aspro per un singolo attore, l’impact investing si può esprimere attraverso la sinergia con il settore pubblico: i partenariati pubblico-privati a impatto. Questi strumenti reingegnerizzano i risparmi di spesa pubblica futura in investimenti immediati: un privato finanzia un intervento preventivo territoriale e lo Stato gli restituisce il capitale (con un interesse) solo se l’obiettivo viene raggiunto.
“In Israele, per esempio, investitori privati hanno finanziato programmi di prevenzione e stili di vita per le persone a rischio di diabete di tipo 2; lo Stato si è impegnato a ripagarli in proporzione ai risparmi generati dalla riduzione dei nuovi casi”, racconta Calderini. “Nel resto del mondo questi modelli sono usati per gestire malattie croniche e dipendenze, ma in Italia non ce ne sono”.
Le ragioni indicate dall’esperto sono tre: una contabilità pubblica che impedisce allo Stato di impegnare spese future basate su risparmi non ancora accertati in cassa; una governance frammentata, che disperde i risparmi tra amministrazioni diverse e un Terzo Settore storicamente abituato a essere pagato “a piè di lista” sulle prestazioni erogate, anziché sul risultato di salute ottenuto.
Il rischio: confinare la finanza d’impatto a fattore “teorico”
La finanza d’impatto rischia di essere confinata in una dimensione puramente teorica, diventando un movimento che quasi nessuno, oggi in Italia, riesce a praticare concretamente. Molto spesso, a chi opera nel settore farmaceutico manca proprio la consapevolezza di non fare impatto, nel significato economico del termine. Eppure, lo scenario globale sta cambiando. Dopo una prima fase in cui “tutti si sono un po’ innamorati di questo concetto” trasformando l’Esg in una commodity e dopo la successiva ondata di disillusione, si sta aprendo un capitolo nuovo.
“Il fatto che ci sia stato questo momento di crisi e di abbandono da parte di moltissimi”, spiega Calderini, “ha fatto sì che quelli che sono rimasti, quelli che erano convinti e che vedono realmente la capacità trasformativa e innovativa, in questo momento stiano cominciando a fare sul serio”.
Ma è fondamentale iniziare a dare il giusto nome alle cose: fare ottimi farmaci commerciali e ridurre le emissioni dei propri stabilimenti è un esercizio di conformità Esg; scegliere di orientare capitali e ricerca scientifica per risolvere un bisogno sociale laddove il mercato non vede profitto, è fare impatto. Anche in ambito farmaceutico è una transizione culturale di cui l’industria italiana comincia solo ora a discutere e che nella pratica deve ancora iniziare.


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