Farmaci e dispositivi medici: l’hub logistico mediterraneo che guarda al mondo

Da Sud e verso Sud. Guardando all’Italia, all’Europa, al resto del mondo e all’altra sponda del Mediterraneo, in pochi anni potrebbe sorgere in un punto imprecisato del Mezzogiorno continentale un nuovo hub logistico per stoccare, movimentare e sdoganare farmaci, principi attivi, prodotti chimici, cosmetici e dispositivi medici.

L’idea non è nuova, risale al 2022, ma sussistono ottime ragioni per rilanciarla e darle vigore proprio adesso. Sul tavolo del neo presidente della Regione Campania Roberto Fico e, perché no, del suo collega Antonio Decaro in Puglia, già nelle prossime settimane dovrebbe essere recapitato uno snello documento che primari advisor internazionali stanno raffinando, integrandolo con contributi esperti.
Tutto dipende dagli investimenti a disposizione
Non c’è ancora un rendering, uno studio di fattibilità, un business plan, né una previsione di investimento etc. Per il semplice fatto che i volumi, le metriche (e il territorio investito) dipenderanno dalle necessità che gli imprenditori pubblici e privati caleranno nel piatto.
Il lavoro degli advisor, da questo momento in poi, consisterà proprio nel raccogliere le rispettive manifestazioni di interesse, in forma anonima, da coagulare negli sforzi di un costituendo consorzio. La novità – quadro politico a parte – sta infatti nella recentissima scelta di nominare il soggetto terzo che dovrà “fare la squadra”.
…e dalle possibilità di crescita del Mezzogiorno
Ma ce n’è un’altra – di contesto – decisamente incoraggiante: la crescita economica del Mezzogiorno d’Italia, certificata dal cinquantesimo rapporto Svimez presentato il 27 novembre a Roma (si veda l’articolo dedicato), che giustifica simili investimenti in aree strategiche (farma e chimica tra le prime otto) e infrastrutture industriali.
Più o meno è a questo che pensa da tre anni Pierluigi “Pigi” Petrone (in foto), a capo della Sezione chimico- farmaceutica di Confindustria Napoli, vice presidente di Farmindustria, al vertice dell’associazione nazionale dei distributori farmaceutici ex Assoram (oggi Liphe), nonché dell’omonimo gruppo da 700 milioni di euro che mantiene cuore e testa proprio nel capoluogo partenopeo (si legga qui l’approfondimento) con diramazioni a Londra e Singapore.
Campania potenziale hub tra criticità e opportunità
A proposito di Napoli (foto in apertura di studioF64-Napoli). Se la localizzazione dell’hub logistico mediterraneo è tutta da discutere, non altrettanto lo sono le ragioni che già oggi portano al Golfo: su tutte la significativa presenza industriale nel settore specifico e non ultimo, dice Petrone, un ottimo tessuto universitario (la Federico II è il più antico ateneo laico al mondo con 800 anni di storia):
“È comunque fondamentale preparare persone adatte a un comparto che ha bisogno di alta tecnologia”. L’infrastrutturazione e l’intermodalità – per quanto già presenti – sono sicuramente da calibrare quando non da realizzare ex novo.
In uno dei due appunti preparati dagli advisor si legge infatti che la Campania mostra una certa schizofrenia: “Ha il potenziale per diventare un leader globale nella produzione di farmaci biotecnologici e di terapia genica, ma non ha infrastrutture dedicate e attrezzate per la gestione della filiera logistica distributiva dei medicinali”.
Pierluigi Petrone, perché un hub logistico nel Sud Italia? Quali sono le necessità dettate dal mercato?
Dico sempre che non c’è logistica senza industria ma è vero anche il contrario. Nel nostro paese il valore della produzione farmaceutica diretta cresce di anno in anno, basti pensare che soltanto nel 2019 era intorno ai 39 miliardi di euro e nel 2024 ha superato i 56, più del 92% destinati all’esportazione. E se questi dati li traguardiamo al 2025 avremo a tendere un valore prossimo ai 72-75 miliardi, quindi con un incremento anno su anno di circa il 35%, con un export sempre trainante. In più l’Italia gioca un ruolo di grande competitività, la cui manifattura farmaceutica è legata non soltanto alle small molecules, ma anche alle molecole complesse, emoderivati, vaccini, farmaci per l’oncologia.
Sì ma perché proprio il Sud?
Gli analisti ci segnalano che la sola Campania è al quarto posto tra le regioni italiane per valore della produzione farmaceutica italiana ed è la punta di diamante del settore nel Mezzogiorno. Dalla sua ha una evidente baricentricità e qui il valore delle esportazioni di medicinali è quintuplicato dal 2018 al 2023 (+475%) raggiungendo i 6 miliardi di euro, con Napoli che raggiunge il quarto posto nel ranking provinciale italiano per valore esportato.
Tra Napoli e Campania si concentrano quindici grandi imprese – sia a capitale estero che italiano – inserite in una catena di aziende di medie e piccole, altamente innovative che investono sul territorio sia in produzione che in ricerca (tra queste Novartis, Kedrion Biopharma, Damor, Dompé Farmaceutici, Pierrel, etc. Spicca Novartis che ha da poco stanziato 70 milioni di euro per ampliare il suo sito produttivo di Torre Annunziata, n.d.r.). Mi viene in mente anche Altergon, in provincia di Avellino, che è leader nella produzione di acido ialuronico. Ma non voglio fare torto a nessuno non citandolo.
Certo è che queste imprese occupano direttacresce lomente circa duemila addetti (un terzo del totale dell’occupazione farmaceutica del Sud Italia) e oltre quattromila considerando l’indotto. In Campania e principalmente nell’hinterland di Napoli ci sono anche eccellenti centri di ricerca, università e distretti ad alta tecnologia (es. Bio- TekNet, Fondazione Polo T.E.R.R.A, etc.) collegati alle aziende farmaceutiche. E poi c’è la Puglia (es. il compound Merck di Modugno), il Basso Lazio (J&J, Catalent etc.). Insomma, tutta questa potenza, cito una vecchia pubblicità, non è niente senza il controllo.
E se non si controllano la logistica e la distribuzione diventiamo vulnerabili. Penso a tutto il tema delle carenze, dell’approvvigionamento di principi attivi, della dipendenza da Cina e India e alle iniziative di reshoring che non possono prescindere dall’implementazione e dalla tutela delle intere supply chain.
Oltre alle presenze industriali citate e a tante altre, c’è un indotto, pensiamo al packaging, che potrebbe essere coinvolto?
Assolutamente, basti pensare che in tutta la zona del Casertano e dell’alto Salernitano, ci sono fior di aziende tipo All4label, che fa parte del fondo Triton, tra le più specializzate nel mondo nel packaging farmaceutico. Quando parlo di packaging mi riferisco sia al primario (prodotti a contatto con il principio attivo, quindi fiale, flaconi, alluminio e quant’altro) che al secondario (foglietto illustrativo, leaflet, fold in carton e etichette).
Nel Mezzogiorno ci sono colossi come Seda, focalizzati sul food e il largo consumo, che tecnicamente hanno tutte le capability per fare il packaging farmaceutico e altre aziende in grado di realizzare interconnessioni o spillover. Va considerato anche un altro aspetto.
Prego… Un’industria che sposa un progetto come questo, ovviamente, si alleggerisce della parte di packaging che dovrebbe confluire nel sito per la produzione giornaliera, con necessità di stoccaggio. Chi produce farmaci ad alto valore aggiunto e il cui scopo è arrivare velocemente sul mercato, preferibilmente deve aumentare la produzione liberando spazi.
E quindi?
Faccio un esempio e penso al caso di Novartis a Torre Annunziata. Hanno un compound che deve aumentare la sua capacità di produzione e si trova nel bel mezzo di un’area ormai super urbanizzata, senza potersi espandere. Due sono le soluzioni: o delocalizza (con ripercussioni anche occupazionali sul territorio circostante, n.d.r.) o libera spazi all’interno dell’impianto, affidando a terzi il prodotto semilavorato, il finito, il packaging, l’inbound e l’outbound, dando in outsourcing forse la parte meno nobile o quantomeno che non tocca direttamente la produzione.
Nel nostro caso la gestione sarebbe affidata a chi sa perfettamente come un prodotto deve essere movimentato, immagazzinato, preparato, ma anche pronto per le singole spedizioni. Nella mia idea c’è un’ottimizzazione delle aree di stoccaggio, dei processi logistici e della riduzione dei costi operativi: un conto è muovere “enne” posti pallet, un’altra è la maggiore scalabilità di processi, la flessibilità e la concentrazione dei volumi che automaticamente fa risparmiare a monte e a valle.
Ne avete parlato con Novartis?
Sposano l’idea al cento per cento. Basti pensare che hanno già dovuto realizzare una piattaforma adiacente al sito da 3000 posti pallet per fare spazio al prodotto finito. Ma il giorno in cui Novartis, che non soltanto produce per sé ma fa anche un po’ di conto terzi, dovesse ancora aumentare la capacità produttiva o gli ordini che dovranno essere spediti in giro per il mondo, casomai dopo quattro o cinque settimane, avrà una necessità stringente.
Pensando all’hub, viene spontaneo pensare alla collocazione geografica, alle rotte del Mediterraneo, a quel Piano Mattei voluto dal Governo che ha coinvolto anche Farmindustria nell’idea di investire e collaborare in Nord Africa…
Esatto, direi che l’Italia e il Sud in particolare, rappresentano un perfetto anello di congiunzione, tra il Nord Africa e il Nord Europa. Sappiamo che la domanda di farmaci e salute crescerà esponenzialmente nei prossimi due lustri sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo. Quindi penso sia utile guardare strategicamente al nostro paese come a un hub logistico e distributivo.
D’accordo ma al di là della prossimità, delle rotte, degli spazi, quali vantaggi offre ai produttori del settore e al loro indotto un polo logistico come quello che immagina?
C’è anche la questione doganale…
Cioè?
Il magazzino, come l’ho concepito, è un magazzino bounded, ovvero un magazzino doganale: consente che la merce in transito possa essere “liberata” direttamente in arrivo e in partenza, senza poi fermarla negli hub dei paesi di ricezione o invio.
Ciò comporta ovviamente un flusso e una velocità dei processi distributivi molto maggiori. Inoltre aumentano la sicurezza e la conformità alle norme di GMP e GDP cui le aziende devono ottemperare. In sintesi, direi che il grande vantaggio stia qui: l’industria farmaceutica deve occuparsi di scoprire e produrre farmaci e solo marginalmente spendere parte del suo tempo nella movimentazione. Questa va fatta da chi sa perfettamente come gestirla, dentro un processo di logistica industriale.
In due parole, quindi, che cosa succede in un simile polo logistico e quali sono le presenze coinvolte nel processo?
Nella gestione dell’inbound, quindi dell’arrivo, dello stoccaggio e dell’outbound, ovviamente l’affidamento a quei corrieri che possano mantenere le catene di temperatura, rispettando le norme di tracciabilità secondo le norme di buona distribuzione. Chi si occupa di logistica e distribuzione gestisce prodotti da -22 °C a -8 °C a 12 °C, 25 °C, per non parlare di vaccini a -40 °C, radiofarmaci o altro. Dobbiamo capire e raccogliere le esigenze dei produttori. Considerato che la produzione farmaceutica in Italia è molto varia, focalizzata su più forme, il nostro progetto dovrà quindi settare e settorializzare i magazzini in virtù delle necessità rilevate. In parallelo si devono raccogliere le informazioni e i need: la logistica non è più semplice movimentazione di pacchi ma anche raccolta e processing di dati che sono sempre più strategici per le aziende.
A proposito di dati, nel primo dei due documenti preparati dagli advisor si accenna a soluzioni digitali innovative “per garantire la completa tracciabilità e visibilità real-time, nonché la pianificazione, coordinamento e monitoraggio dei servizi fisici della piattaforma e di tutti i flussi ad essa correlati (fornitori, clienti, partner, enti terzi, etc.)”.
Di cosa si tratta esattamente? Pensiamo a una piattaforma digitale che dovrà armonizzare i flussi fisici e informativi tra tutte le parti coinvolte, ma anche rendere scalabili le soluzioni permettendo il rapido ingresso e integrazione di nuovi attori (nuove imprese farmaceutiche, nuovi provider logistici).
La Campania è dentro la Zona economica speciale (Zes) unica. Quali opportunità per chi investe?
Intanto è previsto un credito di imposta, fondamentale per investimenti in beni strumentali, nuovi impianti, macchinari, attrezzature, acquisto di terreni o ampliamento di immobili. In più con la legge di bilancio 2026 la misura sarà ulteriormente rifinanziata con quasi due miliardi e mezzo nel primo anno, un miliardo nel 2027 e quasi 800 milioni nel 2028. Sono agevolabili investimenti compresi tra 200 mila e 100 milioni di euro. Direi che è un buon incentivo.
Prossime tappe?
Vanno raccolte le adesioni e le manifestazioni di interesse, bisogna parlare con la politica ovviamente locale e regionale, anche per capire quale potrebbe essere una superficie utilizzabile, magari partendo da qualcosa già esistente. Tutto questo considerando volumetrie che possano in qualche modo soddisfare le esigenze di tutti, una volta parametrate rispetto alla tipologia dei prodotti.
Se dovesse scommettere un euro che tempi prevede per presentare un progetto credibile?
Scommetterei molto più di un euro se il dialogo tra Regioni e Governo nazionale partisse con buoni presupposti. Non voglio entrare in beghe politiche ma penso che il nostro tema possa essere dipanato nei prossimi dodici, diciotto mesi.
Cos’altro serve?
Dobbiamo trovare due player fondamentali: chi gestisce e segue il mondo del trasporto e il developer, cioè quello che poi va a costruire il sito o a rimodernarlo in base alle esigenze raccolte. Per questo è fondamentale il ruolo dell’advisor indipendente che deve spiegare il progetto e chiedere se piace. Se no, amici come prima.
Una volta definito il concept, il progetto nero su bianco quando potrebbe essere pronto?
Verosimilmente entro i primi tre mesi dell’anno prossimo.


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