Hiv/Aids: la terapia dell’adulto guarisce una bambina

In Mississippi il primo caso in cui la triplice terapia con antiretrovirali potrebbe bloccare la trasmissione del virus Hiv.

Eradicare l’Hiv, quindi l’Aids, somministrando entro 30 ore dalla nascita tre diversi farmaci a dosaggi più elevati. Il primo caso noto è di una bambina del Mississippi che, nata da madre sieropositiva, ha ricevuto tempestivamente la triplice terapia prevista nell’adulto e, a due anni e mezzo di distanza, sembra essere guarita: il virus Hiv non è rilevato da tempo. Lo hanno reso noto i ricercatori del John Hopkins Children's Center, dell'Università del Mississippi e dell'University of Massachusetts, che hanno redatto il rapporto presentato alla 20.ma Conferenza sui Retrovirus e le infezioni opportunistiche (Croi) in corso ad Atlanta (Usa).
 

Si tratta di un passaggio importante nella lotta all’Hiv/Aids: “Finora abbiamo dimostrato che la triplice terapia previene l’Aids nella persona Hiv positiva. Non si era dimostrato che blocchi la trasmissione del  virus”, spiega  Renzo Scaggiante, infettivologo dell’Azienda Ospedaliera di Padova. “La situazione è peculiare, diversa da quella che abbiamo di solito nei Paesi occidentali dove viene fatto il test Hiv già durante la gravidanza e, nel caso di sieropositività, instaurata una terapia antiretovirale efficace (nevirapina) in modo da ridurre la probabilità di trasmissione del virus a percentuali vicine allo 0 – spiega l’infettivologo .- La madre della bambina americana non era stata mai testata, quindi la bimba aveva elevatissime probabilità di nascere con il virus”.

Se confermata, la guarigione della piccola, sarà la seconda documentata. La prima è quella di un uomo adulto, Timothy Brown, noto come il paziente di Berlino, guarito dall'Aids nel 2007 dopo un trapianto di midollo osseo.

In caso di elevatissima probabilità di contagio, le linee guida prevedono  il trattamento di madre e figlio con nevirapina. Nella bambina americana, si è applicato praticamente lo stesso protocollo della terapia di profilassi usata dagli operatori sanitari che possono accidentalmente venire a contatto con il virus Hiv (sala operatoria, ago infetto) e che prevede l’associazione di tre antiretrovirali (zidovudina, lamivudina, nevirapina) per 30 giorni.

“Gli antiretrovirali  sono utilizzati da decenni nelle mamme in gravidanza, tra i soggetti più sensibili all'aspetto della sicurezza dei farmaci, con migliaia di dati e con pochissimi effetti collaterali – continua Scaggainte. – Attualmente si tiene sotto controllo la trasmissione dell’infezione ai bambini con una sola molecola. In attesa di ulteriori dati, se la triplice associazione guarisce, potrebbe essere una via alternativa nella lotta all'Aids molto utile soprattutto nei Paesi in via di sviluppo”. 

Nel 2010, i trattamenti antiretrovirali delle donne in gravidanza è arrivato al 48% nei Paesi a basso reddito. Nel 2011 erano 3,4 milioni i bambini con Hiv. (Dati Oms). 
Altri dati e approfondimenti  nel focus “AIDS: quando l’emergenza insegna” in AboutPharma and Medical Devices n. 104