Prescrizione farmaceutica, quali differenze tra immigrati e italiani?

Secondo il rapporto sul consumo dei medicinali degli immigrati, presentato oggi, 4 marzo, presso l'Iss, gli stranieri hanno problemi simili agli italiani

Gli immigrati residenti nel nostro Paese consumano meno farmaci rispetto agli italiani e, in proporzione, pesano meno sul Servizio sanitario nazionale, questi i risultati principali del rapporto “Farmaci e immigrati: Rapporto sulla prescrizione farmaceutica in un paese multietnico” realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Società italiana di farmacia ospedaliera, la Società italiana di medicina delle migrazioni, la Cineca, il Consorzio Mario Negri Sud.

I dati che lo studio ha analizzato, identificando  710.879 persone, pari al 16% della popolazione immigrata residente in Italia, sono quelli relativi alla prescrizione farmaceutica territoriale del Ssn (prevalentemente effettuata da parte di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta). Il confronto è stato fatto con un campione della popolazione italiana pari per età e sesso e sono inoltre stati effettuati raffronti fra le popolazioni di immigrati in base al Paese di origine. Dall’analisi è emerso che il 52% della popolazione immigrata ha ricevuto almeno una prescrizione di farmaci nel corso del 2011, mentre la percentuale per la popolazione italiana è del 59%. In media, la spesa farmaceutica a carico del Ssn nel corso dell’anno è stata di 72 euro per un cittadino immigrato e di 97 euro per un cittadino italiano (-25%). In totale, quindi, il rapporto stima che la spesa farmaceutica a carico del servizio sanitario nazionale della popolazione immigrata è stata di 330 milioni di euro, pari al 2,6% della spesa farmaceutica complessiva, a fronte di una popolazione immigrata che nel 2011 era pari al 7,5% dei residenti in Italia. Gli immigrati, rispetto agli italiani, usano più antidiabetici (1,6% rispetto a 1,1%), gastroprotettori (10,3% vs 8,7%) e antiinfiammatori (11,3% vs 8,3%).

La ricerca ha inoltre evidenziato che cinesi e kosovari sono i minori utilizzatori di farmaci: tra loro, solo il 36% dei cittadini ha ricevuto almeno una prescrizione da parte del Ssn nel corso del 2011.

A parte alcune variabili da tenere sotto osservazione il rapporto documenta che gli immigrati hanno problemi simili a quelli degli italiani e sebbene in tempi di crisi economica, perciò in fase di tagli e ristrettezze, il Ssn, solidale con una delle fasce più deboli della popolazione, dimostra di funzionare “Questa prima e positiva valutazione non ci deve far abbassare la guardia soprattutto nei riguardi di quella parte di popolazione immigrata che accede poco o per nulla alle cure, in particolare cinesi e kosovari, per i quali occorre lavorare di più all’integrazione e alla mediazione linguistico-culturale, ma anche nei confronti di tutti quegli immigrati che non emergono – ha  detto Giuseppe Traversa, ricercatore dell’Iss tra gli autori del rapporto – e che perciò non fanno parte di questa indagine, pur avendo diritto alle cure di emergenza e a quelle salvavita”.

Sono ancora numerose le criticità da affrontare, una tra queste il problema della disomogeneità del sistema sanitario regionale che colpisce non solo gli immigrati ma l’intera popolazione italiana, a cui si aggiunge  la mancanza di una reale governance sugli stranieri residenti nel nostro Paese che sono oggetto di un pendolo delle competenze tra ministeri.  

Secondo gli esperti, riuniti oggi all’Iss, oltre a una maggiore implementazione delle politiche di integrazione, il primo passo per interpretare la complessità delle differenze tra popolazioni nasce dal fare rete di più interlocutori.  Sull’importanza della collaborazione tra competenze diverse si è soffermato Gianni Tognoni, Consorzio Mario Negri Sud, Santa Maria Imbaro, Chieti che ha aggiunto “E’ necessario un cambiamento culturale che consideri la complessità dando un’idea concreta dell’epidemiologia di cittadinanza. Da questo punto di vista il rapporto presentato oggi  è indicatore di un linguaggio possibile e rappresenta  un primo passo verso un monitoraggio che sia risposta concreta a un bisogno reale di salute”