Impasse del biosimilare? Lonza e Teva rivedono la collaborazione

L’analisi: in trasformazione lo scenario normativo e commerciale, non decolla il mercato statunitense

Nel portare avanti il suo impegno nel campo dei biosimilari, Lonza Pharmaceuticals, gruppo svizzero leader nel settore dei farmaci biotecnologici, ha rinnovato il proprio interesse per la prosecuzione della joint venture con Teva, che dal canto suo vanta un ruolo di primo piano nel settore dei farmaci equivalenti. Tuttavia – fa rilevare un’analisi di First Word Pharma – la strategia di questa collaborazione sembra essere tornata in discussione e le due aziende partner sembrano attraversare un momento di empasse : una notizia che farà piacere ai produttori di farmaci biotecnologici di marca.

Una dichiarazione del Ceo di Lonza, Richard Ridinger, rilasciata al quotidiano elvetico Finanz und Wirtschaft, fotografa bene, al di là di ogni allusione, la fase di parziale smarrimento che le aziende stanno attraversando: “La nostra joint venture – ha detto Ridinger – in questo momento sta rivalutando se gli assunti dai quali partimmo nel 2009, al tempo della firma della partnership, siano da considerare ancora corretti”.  

 

Benché la collaborazione tra le due aziende sembri destinata a proseguire, infatti, è senza dubbio in corso una nuova valutazione delle opportunità per il futuro offerte dal biosimilare, sulle quali proiettano un’ombra sia la lenta approvazione di un quadro normativo affidabile negli Stati Uniti, sia le strategie di difesa poste in essere dai produttori di biotecnologici “griffati”.

Una prova ulteriore della trasformazione del quadro di riferimento è arrivata qualche settimana fa, quando in Virginia è stata approvata la nuova legislazione in materia, che limita l'intercambiabilità degli originator con i corrispondenti biosimilari. La scorsa settimana, un provvedimento simile è stato licenziato in commissione anche in Florida, con il sostegno della Biotechnology Industry Organization (Bio) e in armonia con i 5 principi chiave sull’intercambiabilità degli originator  biotecnologici fissati dalla stessa Organizzazione.

 

Insomma, se da una parte diverse Big Pharma stanno tentando di conquistarsi una nicchia nel campo dei biosimilari, sullo stesso terreno, ma al contrario, è evidente che per i grandi genericisti, i quali puntano molto sul mercato americano, non si profilano grandi opportunità nel breve termine: lo ha sottolineato anche – come riportato da First Word Pharma – un analista di Bernstein Research, Ronny Gal. Proprio come Teva con Lonza, anche Mylan, Watson e Hospira stanno puntando su collaborazioni simili – rispettivamente con Celltrion, Biocon e Amgen. Il dato di fondo, suggerisce Gal, è che la durata degli investimenti e l’annesso rischio finanziario si mostrano troppo significativi perché anche i più grandi player dell’equivalente si facciano carico di questi oneri “in proprio”, a prescindere dall’aiuto di un partner. In questo senso, le collaborazioni nello sviluppo dei biosimilari potrebbero costituire un antidoto, o almeno un tampone, alla fase di defaillance  che il mercato sta attraversando, e che sta inducendo i principali attori a rivedere le strategie di medio termine.