Prevalentemente privati o equiparati? Il dilemma degli ospedali classificati

Le strutture ecclesiastiche reclamano finanziamenti adeguati a mantenere i livelli d’assistenza che le Regioni sono costrette a tagliare.

Dal numero 108 di AboutPharma and Medical Devices di maggio

di Marino Nonis, Ospedale Cristo Re, Roma

 

Una riflessione sul presente e futuro degli ospedali “religiosi” non può che prendere il via dall’inizio della storia, quasi mezzo secolo fa: si era nel 1968 e la Legge 132, detta Mariotti dall’allora ministro della Sanità, dedicava ben due commi del primo articolo proprio agli istituti ed enti ecclesiastici che esercitavano l’assistenza ospedaliera. Il quinto comma manteneva fermo il precedente regime giuridico-amministrativo, che riconosceva l’autonomia a questi enti (fatta salva la vigilanza tecnico-sanitaria spettante al ministero), mentre il sesto comma conferiva ai medesimi, ove in possesso dei requisiti prescritti dalla stessa Legge 132 per gli ospedali pubblici, la facoltà di chiedere e il diritto di ottenere che i loro ospedali fossero appunto “classificati” in una delle categorie contemplate dal nuovo ordinamento, attuandone in sostanza una piena equiparazione. In altri termini,la Legge 132 riconosceva natura pubblicaal servizio ospedaliero purché svolto allecondizioni da essa stessa stabilite (requisitidella struttura, retta di degenza, programmazione,status del personale), a prescinderedalla natura, pubblica o privata, delsoggetto che lo espletava.

La riforma sanitaria del 1978 ha sostanzialmente confermato questo ordinamento, ripetendo a sua volta l’espressione “nulla  è innovato alle disposizioni vigenti per quanto concerne il regime giuridico amministrativo” sia degli enti ecclesiastici e dei relativi ospedali classificati, sia degli ospedali acattolici (Legge 833, articolo 41), salvo che per la vigilanza tecnico-sanitaria (trasferita dal ministero alle Asl) e la “convenzione obbligatoria” da stipulare in conformità a uno schema-tipo. Le “istituzioni sanitarie riconosciute che esercitano l’assistenza pubblica(sono così testualmente definiti gli enti ecclesiastici e gli ospedali acattolici nell’articolo 41) conservano la loro posizione di soggetti attivi nel sistema pubblico dell’assistenza; e a conferma di ciò sta la circostanza che questi ospedali hanno continuato a operare come nel passato, anche quando la stipula delle nuove convenzioni è avvenuta in ritardo o è mancata del tutto. Anche secondo il legislatore delle due riforme del Servizio sanitario nazionale susseguitesi nel 1992 e nel 1999, “nulla è innovato alla vigente disciplina” in materia (come recita l’articolo 4, comma 12, del Decreto legislativo 502/92, che il D.lgs 229/99 ha lasciato invariato).

Peraltro, novità introdotte dal Dlgs 502 atte a riflettersi sulla posizione degli ospedali classificati, menomandone ruolo e attribuzioni, sono state poi rese ancor più incisive dalla Legge 724/94 e dalla successiva riforma-ter. Incidono sul pagamento a prestazione (Drg e tariffe) e sui rapporti intrattenuti dalla Regione e, per essa, dalle Asl con tutte le strutture, pubbliche private attraverso le quali sono assicurati i Livelli essenziali di assistenza.

Sono tre, ai sensi dell’articolo 8-bis e seguenti, i momenti nei quali si articola il sistema dei rapporti con i soggetti erogatori di prestazioni: l’autorizzazione, l’accreditamento istituzionale, gli accordi contrattuali. Dalle disposizioni dettate dagli articoli 8-ter e 8-quater non è dato cogliere nella disciplina dell’autorizzazione e dell’accreditamento differenze di sorta tra ospedali religiosi e ospedali pubblici, tutti accomunati nella formula “strutture pubbliche ed equiparate”. Al contrario, per quanto riguarda gli accordi contrattuali – stipulati tra Asl e soggetti accreditati sulla base dei criteri definiti dalla Regione – in tema di finanziamento, a partire da quanto stabilito dall’art. 8 quinquies si delinea e si amplia il solco tra pubblici ed equiparati che porta questi ultimi a far parte dell’insieme delle strutture private accreditate tout court.

A partire dalla Legge costituzionale numero 3 del 2001, con la riforma del Titolo V e il pieno passaggio delle competenze sanitarie alle Regioni, il quadro si fa più variegato (e confuso), ma generalmente si distinguono sempre meno pubblici/equiparati da un lato rispetto a privati dall’altro, preferendo la più semplice distinzione “pubblico-privato”.

Un impegno non mantenuto del Patto della salute 2010-12, sottoscritto il 3 dicembre 2009 in sede di Conferenza Stato-Regioni, che sanciva infatti al primo comma dell’articolo 7: “si conviene, nelrispetto degli obiettivi programmati di finanzapubblica, di stipulare un’intesa ai sensi dell’articolo 8, comma 6, della Legge 131 del 2003 insede di Conferenza Stato-Regioni finalizzata apromuovere una revisione normativa in materiadi accreditamento e di remunerazione delleprestazioni sanitarie, anche al fine di tenereconto della particolare funzione degli ospedalireligiosi classificati”. In seguito nulla di rilevante, almeno a livello nazionale; si può così chiudere il cenno al passato.