L’oncologia italiana presenta i suoi trial a Chicago

Presentati sia risultati di studi oncologici “classici” sia di studi di biologia molecolare e ricerca traslazionale all’Asco 2013

di Stefania Gori, Aiom

Dal numero 110 di AboutPharma and Medical Devices di luglio/agosto

Presentati sia risultati di studi oncologici “classici” (confronti tra farmaci o regimi antitumorali) sia di studi di biologia molecolare e ricerca traslazionale all’Asco 2013, il meeting annuale dell’American society of clinical oncology e di riferimento a livello mondiale, che si è svolto a Chicago (Usa) lo scorso giugno. Nell’ambito degli studi classici, ha destato particolare interesse lo studio aTTom (Gray RG abs #5), che ha valutato in 6.953 donne con carcinoma mammario infiltrante (ER+: 2.755; ER non noto: 4.198) la durata del tamoxifene adiuvante (5 anni vs 10), e ha riportato una riduzione statisticamente significativa delle riprese di malattia (beneficio assoluto del 4%) e della mortalità per carcinoma mammario (beneficio assoluto del 4%), in linea con i dati dell’analogo studio ATLAS (Lancet Oncology 2013). L’impatto sulla pratica clinica, ove gli antiaromatasici (AI) rappresentano la terapia di prima scelta in upfront, rimane modesto. L’utilizzo di tamoxifene oltre i 5 anni può comunque trovare indicazione in donne ad alto rischio di ripresa in postmenopausa con controindicazioni/intolleranza agli AI ed in donne ancora in premenopausa dopo 5 anni di tamoxifene, valutando ovviamente il bilancio beneficio/rischio (carcinoma all’endometrio).

Tra gli oltre 25 mila specialisti di tutto il mondo presenti, più della metà dagli Stati Uniti, buona la presenza italiana con circa 600 iscritti. Tra i lavori presentati e realizzati in Italia, eccone alcuni di particolare interesse. Nel setting neoadiuvante dei tumori mammari HER2+, sono stati ribaditi i benefici derivanti dal blocco di HER2 associato a chemioterapia e sono stati riportati i risultati a 5 anni dello studio di fase 3 condotto dal milanese Luca Gianni (abs#503). È stato confermato il vantaggio statisticamente significativo in termini di sopravvivenza libera da eventi (Efs) a 5 anni con l’aggiunta di trastuzumab alla chemioterapia, vantaggio maggiormente evidente nelle donne che avevano ottenuto una risposta completa patologica (86% vs 55%; HR=0,29; p=0,008), a ulteriore supporto di come il tasso di pCR possa essere considerato un possibile endpoint primario e indicatore precoce di beneficio in futuri studi di neoadiuvante con farmaci anti-HER2. Altro contributo importante dell’oncologia italiana, nella prima linea del carcinoma del colon retto metastatico non resecabile è stato lo studio TRIBE del GONO (abs #3505), presentato da Alfredo Falcone, dell’Università di Pisa. Questo studio randomizzato di fase 3 ha confrontato una delle opzioni standard (FOLFIRI+Bevacizumab) con uno schema più intensivo (FOLFOXIRI+Bevacizumab) riportando un vantaggio in termini di risposte obiettive (65% vs 53%, p=0.006), PFS (12,1 vs 9,7 mesi; HR 0,77, p=,006) e OS (31 vs 25.8 mesi, dati preliminari) in favore della tripletta + Bevacizumab. In questo studio, il vantaggio in PFS osservato nei pazienti (n=28) BRAF mutati (HR 0,55), a cattiva prognosi, è particolarmente interessante per eventuali studi futuri.

Nell’ambito degli studi di biologia molecolare e ricerca traslazionale deve essere segnalato lo studio PROSE, condotto in Italia e presentato a Chicago da Vanessa Gregorc (Lazzari,abs # LBA8005). Nel trial di fase 3 venivano confrontati erlotinib e chemioterapia come terapia di seconda linea del carcinoma polmonare non microcitoma inoperabile stratificando i pazienti sulla base del VeriStrat, un test prognostico e potenzialmente predittivo dell’efficacia del trattamento, basato sul dosaggio di proteine sieriche, che divide i pazienti in candidati che hanno risposta buona (good) o scarsa (poor). Lo studio ha raggiunto il suo obiettivo principale, dimostrando una significativa interazione tra l’efficacia dei trattamenti confrontati e la categoria di VeriStrat: infatti, mentre l’efficacia di erlotinib e chemioterapia in termini di sopravvivenza globale è sostanzialmente simile nei pazienti VeriStrat-good, nei pazienti VeriStrat- poor l’efficacia di erlotinib è inferiore alla chemioterapia. In altre parole, il test sembra essere in grado di identificare un gruppo di pazienti in cui erlotinib non va scelto come terapia di seconda linea e un gruppo in cui, invece, chemioterapia o erlotinib sembrano scelte sostanzialmente equivalenti. Questo è solo uno degli esempi di studi che sono stati condotti e sono in corso con l’obiettivo di identificare il miglior trattamento per ogni paziente, in base alle caratteristiche biomolecolari del tumore. In questi anni stiamo assistendo infatti ad un aumento crescente di alterazioni molecolari note in varie forme tumorali e a un aumento del numero di farmaci diretti contro tali alterazioni: diventa importante conoscere sempre meglio i risultati ottenibili con trattamenti personalizzati e offrire a tutti i pazienti la possibilità di essere sottoposti a valutazioni biomolecolari nel contesto di grandi network su scala nazionale e non soltanto in alcuni centri di ricerca. Questo è l’obiettivo alla base del progetto condotto da alcuni anni nel nostro paese dall’Associazione italiana di oncologia medica e Società italiana di anatomia patologica e citopatologia diagnostica (Aiom-Siapec) nell’ambito delle principali neoplasie e il messaggio chiave del progetto francese Biomarkers France (Barlesi F, abs #8000) che prevedeva la determinazione di routine, su scala nazionale, dello stato mutazionale dei recettori EGFR, HER2, KRAS, BRAF, PI3KCA e della traslocazione di ALK nei pazienti affetti da carcinoma polmonare non microcitoma (Nsclc) avanzato. I risultati presentati all’Asco 2013 si riferivano a circa 10.000 pazienti (adenocarcinoma =76,1%), rappresentando quindi il più grande studio biomolecolare condotto nel tumore del polmone avanzato. L’analisi biomolecolare condotta su campioni raccolti durante broncoscopia (27,4%), chirurgia (28,1%) o biopsia transtoracica (24,2%), ha evidenziato la presenza di mutazioni di EGFR nel 9,4% dei casi, di HER2 nello 0,9%, di KRAS nel 26,9%, di BRAF nell’1,6%, di PI3KCA nel 2,6% e del gene di fusione EML4-ALK nel 4%.