Dream: un “sogno” per sconfiggere il virus Hiv

Il programma, iniziato nel 2002 in Mozambico, punta ad abbattere il contagio verticale da madre a figlio

Dal numero 110 di AboutPharma and Medical Devices di luglio/agosto

L’Hiv in Africa colpisce 25 milioni di persone su un totale di 34 milioni di infetti al mondo. La trasmissione del virus avviene anche durante la gravidanza, il parto e l’allattamento: la Comunità di Sant’Egidio porta avanti dal 2002 il progetto Dream, con l’obiettivo di contrastare il contagio verticale. Ne parla Leonardo Palombi, ordinario di Igiene e Sanità pubblica all’università di Roma Tor Vergata, nonché direttore scientifico del programma Dream.

Il programma si concentra sulla trasmissione verticale dell’Hiv tra madri e figli: qual è in generale la situazione dell’infezione in Mozambico e nell’Africa sub-sahariana?

Si tratta di una pandemia: seppur con alcune luci, la situazione resta ancora drammatica. Secondo l’ultimo rapporto Unaids, su un totale di 34 milioni di infetti nel mondo, ben 25,5 milioni, pari al 69%, appartengono a questo continente. Sono i Paesi dell’Africa australe a essere i più colpiti e il Mozambico non fa eccezione. Per dare un’idea dell’estensione del problema, ricordo che in Italia abbiamo attualmente circa 150 mila persone colpite dall’infezione, pari ad una percentuale dello 0–2%. In quel Paese la percentuale sale all’11% degli adulti, ovvero 55 volte tanto. In pratica, un adulto su nove richiede cure antivirali per tutta la vita. Un aspetto particolarmente doloroso della malattia è costituito dal fatto che la trasmissione dell’infezione avviene anche per via verticale, durante la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ogni anno in Africa sono circa 1,4 milioni i casi di gravidanza in donne infette da Hiv, con la conseguente infezione di ben 350 mia neonati. In Mozambico ancora nel 2011 erano 27 mila i bambini infetti alla nascita.

Quali conseguenze ha la condizione di sieropositività sulla salute della madre e del neonato?

Si stima che senza cure appropriate solo la metà dei bambini che sono stati infettati per via verticale raggiungeranno il secondo anno di vita. Una vera e propria strage.

In che misura le madri sieropositive sono a maggior rischio di mortalità da parto?

Si calcola che il contributo dell’Aids a questo fenomeno si collochi tra il 20 ed il 40%, in pratica circa un decesso materno su tre è imputabile al virus dell’Hiv. Partiamo dal fatto che oltre il 90% delle morti materne – circa 250 mila all’anno – avviene in Paesi in via di sviluppo. Le donne africane pagano il tributo più pesante, dal momento che la metà dei decessi si verifica in territorio sub-sahariano. Possiamo immaginare poi le ricadute sull’intero nucleo familiare: la donna è davvero la colonna della famiglia africana e la sua scomparsa rappresenta un rischio concreto per la sopravvivenza di tutti gli altri figli.

Quali sono le strategie terapeutiche adottate nel progetto e quelle che si sono rivelate più efficaci nell’impedire la trasmissione verticale madre-figlio?

Il programma Dream ha concentrato molti dei suoi sforzi di ricerca ed intervento sulla possibilità di prevenire sia la trasmissione verticale che il decesso materno con un appropriato intervento farmacologico, educativo e nutrizionale, che ha avuto grande successo e riconoscimenti dalla comunità scientifica. Abbiamo dimostrato per primi che è possibile allattare al seno sotto adeguata terapia farmacologica e alcuni nostri studi hanno evidenziato una sostanziale riduzione della mortalità materna attraverso l’utilizzo combinato di farmaci antivirali in gravidanza e per un anno dopo il parto.

Dal punto di vista medico quali sono i risultati, in termini di riduzione della mortalità materna e controllo dell’infezione?

Posso affermare che la trasmissione madre-bambino a un anno, nell’esperienza di Dream, si riduce dal 40% al 2-3% e i decessi materni vedono una flessione pari ad almeno il 70% di quelli osservati in donne senza terapia.

E rispetto allo stato di salute complessivo delle comunità coinvolte?

Un intervento olistico come il nostro, mirato alla completezza e all’integrazione degli interventi, consente di acquisire risultati che vanno oltre il semplice controllo della pandemia. Ad esempio l’educazione sanitaria migliora i comportamenti in molti campi: dall’alimentazione alla cura dei bambini, dalla consapevolezza dei meccanismi di malattia alla fiducia nelle istituzioni sanitarie. Dream finisce per avere un significativo e positivo impatto anche su altre patologie, come ad esempio la tubercolosi o la malnutrizione infantile. Abbiamo poi dimostrato come l’estensione della cura rappresenti un vero e proprio intervento preventivo, capace di ridurre in modo sostanziale nuovi casi d’infezione. I risultati sono stati subito importanti e questo peraltro ha generato un contagio virtuoso nel senso che dopo i primi successi moltissimi si sono rivolti a noi per adottare la stessa strategia in altre realtà. Considerando la riduzione drastica della mortalità materna, la diminuzione o azzeramento della trasmissione dell’Hiv da madre a figlio e il calo complessivo del tasso di infettività nella popolazione globale, l’impatto positivo sull’equilibrio delle comunità è enorme.

Quali sono i possibili sviluppi del programma e il suo impatto a lungo termine?

Il valore strategico del programma Dream consiste nel rappresentare un modello di successo che combina efficacia e sostenibilità. Adesso occorre trasfonderlo all’intero Sistema paese in Mozambico. Si tratta di un’operazione complessa che richiede di estendere e moltiplicare il modello senza degradarne le qualità. Il programma Dream è operativo in Mozambico fin dal 2002. Fino a oggi si è trattato di un programma circoscritto solo ad alcune realtà del Mozambico. Grazie al sostegno di Msd adesso possiamo puntare all’obiettivo di estendere questo programma a tutto il Paese, sulla base di un accordo con il ministero della Sanità del Mozambico e con il coinvolgimento delle strutture sanitarie pubbliche. Lavoreremo affiancando le strutture locali per ottenere gli stessi risultati su scala nazionale e non solo nei centri da noi gestiti. Per ora il progetto firmato con il ministero prevede l’implementazione di questo programma in 11 centri con la presa in carico di 5.700 donne in gravidanza nell’arco di tre anni. Credo che supereremo abbondantemente questo numero.

Come nasce la partnership con Msd?

È di lunga data e nasce dall’attenzione che l’azienda ha dedicato sin dal 2005 al programma Dream. Allora il nostro intervento in Africa aveva bisogno di molto personale che formasse e seguisse i primi centri in Mozambico e Malawi ed è su questo fronte che abbiamo iniziato a collaborare. Anche grazie al contributo di Msd posso affermare che una delle chiavi della sostenibilità di Dream, oggi è costituita dal fatto che la gestione dei centri di salute e dei laboratori è ormai interamente affidata a personale africano, mentre i nostri volontari mantengono funzioni di monitoraggio e coordinamento. Non meno importante il fatto che il programma va oltre la gravidanza e la nascita del bambino.

Come riuscirete a rendere autosufficienti le risorse umane locali nell’assistenza alle donne?

Per arrivare a questo risultato non è sufficiente creare delle strutture in cui si danno le medicine: occorre un approccio che segua le donne in tutto il loro percorso, che le accompagni, che le sostenga anche risolvendo i vari problemi che si presentano, che siano di natura sanitaria, sociale o psicologica. Puntiamo a riprodurre le stesse strategie di contrasto adottate in Occidente, lavorare sul piano della cultura delle popolazioni, dando piena fiducia agli operatori e alle popolazioni locali.