Aspettando il metodo alternativo: sacrificare vite è penoso e costa tanto

Per la ricerca in vitro si spende un decimo rispetto a quella in vivo e per mantenere uno stabulario servono 250 euro al mese per metro quadro

Dal numero 110 di AboutPharma and Medical Devices di luglio/agosto

Se potessero, eviterebbero volentieri. I ricercatori non amano sperimentare sugli animali e lo hanno ribadito il 3 giugno a Milano, durante la manifestazione indetta da Pro Test Italia. Giuliano Grignaschi responsabile della Animal care unit dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri chiarisce bene la posizione di chi lavora in vivo. “L’aspirazione massima di un ricercatore è il replacement, cioè la sostituzione del modello vivente, magari con uno cellulare”. Oltre a “replacement”, le altre parole ricorrenti nel lessico scientifico sono “reduction” (impegno a utilizzare il minor numero di animali possibile) e “refine” (miglioramento costante delle procedure, anestesia, analgesia ecc. per non infliggere inutili sofferenze): è proprio su questi termini che si edifica l’impianto culturale (e normativo) della moderna ricerca pre clinica, riassunto a sua volta dalla Dichiarazione di Basilea firmata nel 2010.

“Sacrificare gli animali è non solo penoso – prosegue Grignaschi – ma anche molto costoso: la ricerca in vitro costa un decimo di quella in vivo ma purtroppo non può riprodurre le interazioni che si verificano in un organismo animale. Il mantenimento di uno stabulario costa circa 250 euro a metro quadro ogni mese. La gestione ambientale è particolarmente gravosa, sia per assicurare temperatura e umidità costante che assistenza quotidiana agli animali (non esiste Natale, né Ferragosto). Poi va considerato il costo della produzione di animali certificati. Si va dai 5 euro per un topo normale a diverse migliaia di euro per un organismo geneticamente modificato”.

Grignaschi scuote la testa mentre ascolta in piazza le urla e gli improperi che gli animalisti rivolgono ai ricercatori radunati da Pro Test. “Questa è una manifestazione totalmente spontanea, organizzata da ragazzi che studiano 5-6 anni, senz’alcuna certezza professionale e spesso costretti a espatriare. Sono loro, siamo noi, a cercare metodi alternativi. Non qualcun altro. E poi ci chiamano assassini…”. Quindi Grignaschi consegna a Bice Chini, oltre 5 mila firme di solidarietà, raccolte tra i ricercatori di tutto il mondo. A Milano parla anche Nadia Malavasi, presidentessa e fondatrice di T.A.I. Onlus, l’organizzazione che raggruppa i talidomidici italiani. Negli anni ’60 non c’era l’obbligo di sperimentare in fase pre clinica gli effetti dei farmaci sulle femmine gravide, con la tragica conseguenza di oltre 20 mila malformati in tutto il mondo (per non parlare dei decessi). “Oggi i sopravvissuti sono il 30% di coloro che erano nel grembo materno all’epoca dei fatti. Se questa sorte fosse toccata prima a qualche coniglietto, oggi racconteremmo un’altra storia”. Sembra passato un secolo a Giorgio Racagni, direttore del Centro di Studio e Ricerca di Neurofarmacologia dell’Università statale di Milano e tra i più noti neuroscienziati italiani, anche lui in piazza per sostenere le sperimentazioni. “Quando ho iniziato, trent’anni fa, erano migliaia le molecole chimiche che venivano iniettate agli animali senz’alcun discrimine. La ricerca oggi punta sempre di più sulla personalizzazione, grazie all’identificazione e al sequenziamento del genoma. Per questo motivo si fanno molti più studi in vitro che in vivo e solo due molecole su duemila finiscono per essere sperimentate sugli animali. Parlare di vivisezione, oggi, è una stupidaggine: l’animale in condizioni di stress ci dà risultati falsi”.