La Janssen riparte da ricerca e sviluppo mirando alle partnership

Jane Griffiths, presidente di Janssen Europa, Medio Oriente e Africa (Emea)

di AboutPharma and Medical Devices di novembre

 

Determinata e sorridente Jane Griffiths, presidente di Janssen Europa, Medio Oriente e Africa (Emea), guida con inconfondibile stile british un’area che per il ramo farmaceutico del gruppo Johnson&Johnson (J&J) interessa un centinaio di Paesi, 14.000 dipendenti e un fatturato annuo di 6,5 miliardi di dollari, un quarto del totale.

In J&J da circa trent’anni, Griffiths ha iniziato la carriera come informatore scientifico, ma dopo 18 mesi è passata alla ricerca clinica. Seguendo lo sviluppo di un prodotto è entrata nel marketing, quindi nel ramo commerciale e, avanzando in ruoli di sempre maggiore responsabilità, è diventata la prima donna presidente dell’area Emea di Janssen. “Ho altre due colleghe con lo stesso ruolo in altre aree del gruppo”, si affretta a precisare l’executive che, lungi dal fare la prima donna, al momento dell’intervista concessa in esclusiva ad AboutPharma and Medical Devices chiede a Bill Hait, Janssen Global head research and development, di affiancarla. L’argomento da cui partiamo infatti è la sfida lanciata dalla farmaceutica di investire in ricerca e sviluppo (R&S) di farmaci innovativi per poter rendere sostenibile l’assistenza sanitaria a fronte di un aumento di domanda e taglio di risorse. Lo scenario è descritto nello studio realizzato da Deloitte dal titolo “Investing in European health R&D, a pathway to sustained innovation and stronger economies” e commissionato da Janssen.

La farmaceutica investe 5,3 miliardi di dollari l’anno (1,5 in Emea) in R&S, pari al 21% del fatturato che l’anno scorso è stato di 25,4 miliardi. J&J con 67,2 miliardi di dollari di fatturato annuo è all’ottavo posto a livello globale come azienda farmaceutica e al quinto per farmaci biologici, ma è prima per numero di molecole approvate dall’A- genzia americana del farmaco Fda: 13 negli ultimi dieci anni (dati InnoThink Center for Research in Biomedical Innovation/For- bes). Con il sostegno di J&J, sotto l’ombrello Janssen sono state riunite negli ultimi anni varie aziende tra cui Centocor Ortho Biotech, Tibotec e Cougar Biotech, MorphoSys, e sono stati realizzati accordi di distribu- zione con Gsk, Crucell e AstraZeneca. Si è così rafforzato il portafoglio prodotti che si concentra su cinque aree chiave: neuroscienze, infettivologia (Hiv e Hcv) e vaccini, immunologia, malattie cardiovascolari e metaboliche (diabete).

La ricerca è la chiave

“Dove sono arrivate, le terapie innovative nel giro di qualche decina d’anni hanno aumentato del 40% le aspettative di vita”, osserva Griffiths. I dati segnalano che la sopravvivenza per alcune forme di cancro è passata dal 58 all’83% e la mortalità da infarto cardiaco si è dimezzata dal 1980 ad oggi in Europa, nell’epatite C la risposta ai farmaci è passata dal 10% dei primi anni Novanta, all’80% di oggi, per non parlare della cura dell’Hiv/Aids: chi ne soffre ha ormai un’a- spettativa di vita simile a quella della popo- lazione generale. “Il costo dei clinical trial negli ultimi dieci anni è aumentato del 10% l’anno e sono lievitati i costi per i sistemi sanitari a causa dell’invecchiamento della popolazione e l’incidenza delle malattie croniche come il diabete, l’Alzheimer”, sottolinea Hait. Come emerge infatti dal report, dove c’è più salute non diminuiscono solo i costi diretti e indiretti per la gestione della malattia, ma si favorisce lo sviluppo economico dell’intera società che può contare su più risorse anche a livello lavorativo.

Quale collaborazione per crescere

“La sanità costa moltissimo ai governi e sono tanti i bisogni insoddisfatti (unmet need). Per rispondere in modo adeguato si devono mettere insieme diverse competenze: creare una partnership con il meglio di ciascuna realtà universitaria, industriale, i pazienti e la società, il mondo politico e le istituzioni”, spiega Griffiths. Quindi la ricerca si concretizza grazie alla partnership, alla collaborazione tra diverse capacità. “Il modo accademico ad esempio è eccellente nella ricerca, quello farmaceutico ha le risorse per lo sviluppo. Dobbiamo condividere le abilità di ciascu- no per sviluppare il meglio per il paziente che comunque è sempre più chiamato a un ruolo di protagonista anche nello sviluppo di nuove terapie”, aggiunge Hait.

Ma come mettere a fattore comune queste competenze, soprattutto pensando ai pazienti? Griffith, con soddisfazione, ricorda: “Abbiamo un ottimo esempio nello sviluppo di farmaci per l’HIv/Aids, malattia abbastanza recente e di esempio da molti punti di vista. Quando abbiamo iniziato la ricerca dei farmaci, trent’anni fa sono stati i pazienti a darci preziosi e continui feedback sul tipo di medicina che avrebbero preferito, gli effetti collaterali, la maneggevolezza e aspettative: abbiamo acquisito competenze impensabili in uno sviluppo verticale”. Le condizioni per far funzionare al meglio la partnership? “Il paziente deve essere al centro di ogni processo, patient first. Quindi tutti gli stakehol- der, dal mondo istituzionale, scientifico o aziendale, devono essere buoni partner, saper lavorare insieme, collaborare, dimen- ticare ruoli da prima donna, avere il senso del condividere”. Come sintetizza Hait in una parola: “Umiltà. Quando ci troviamo a lavorare con piccole biotech di 10-15 per- sone che lavorano su nuove terapie, noi che siamo centinaia ci rendiamo conto che dobbiamo essere abbastanza bravi per loro!”.

Portare farmaci innovativi al paziente è la cosa principale, ma non basta. “Dobbiamo aiutare il paziente a ottenere il meglio dalla terapia migliorando lo scambio di informazione per favorire compliance, aderenza alla cura e successo terapeutico. Non possiamo fermarci al “questa è la medicina”, siamo convinti che la cura non si esaurisca con il trattamento farmacologico e ci consideriamo attori chiave nell’attenzione al paziente a 360°. Abbiamo molti programmi in Europa noti come around the pill anche per ricevere dai pazienti feedback preziosi”, spiega l’executive.

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