Diabete 2. Italia capofila in Europa ma non basta

Il diabete è una delle poche malattie croniche per cui è evidente il ruolo chiave del paziente nella gestione della patologia. Antonio Ceriello, presidente Amd

Dal numero 113 di novembre di AboutPharma and Medical Devices

L’Italia coordina il progetto lanciato dalla Commissione europea nella realizzazione del modello di management per la gestione delle patologie croniche. Il motivo? “Il diabete è una delle poche malattie croniche per cui è evidente il ruolo chiave del paziente nella gestione della patologia, ad esempio il controllo della glicemia, e si hanno gli strumenti per misurare i risultati. Sembra scontato, ma se misuri quello che fai, sai dove stai andando”, dice Antonio Ceriello, presidente dell'Associazione medici diabetologi (Amd).

Perché la Commissione europea ha scelto l’Italia capofila per il management delle malattie croniche?

Siamo l’unico Paese ad avere da dieci anni la raccolta dati di 320 centri specialistici – il 50% di quelli presenti sul territorio nazionale – e mezzo milione di pazienti (circa il 20% degli italiani con diabete). L’analisi contenuta nel Rapporto Annali Amd 2012, che ha confrontato i dati dal 2004 al 2011, dice che la qualità delle cure prestate nei centri di diabetologia nel nostro Paese è in progressivo e continuo miglioramento. Il valore del Rapporto è testimoniato dai 18 indicatori che sono stati sostanzialmente adottati dall’International Diabetes Federation, e pubblicati nelle Linee giuda IDF 2012, per giudicare in maniera omogenea, nel mondo, gli obiettivi di cura del diabete.

I dati degli annali, impiegati per la prima volta, nella realizzazione del rapporto OsMed 2012 di Aifa sull’uso dei farmaci in Italia, quali cambiamenti rilevano nella terapia?

Tutti i dati sono in miglioramento. Nel diabete tipo 1 negli ultimi anni si è radicalmente modificato il trattamento grazie a regimi “basal-bolus”, che hanno comportamento più simile a quello fisiologico. L’infusione continua sottocutanea, attraverso microinfusori, è raddoppiata, a quota 16,5%. Nel diabete tipo 2, quasi due persone su tre sono in trattamento con ipoglicemizzanti orali o farmaci iniettabili diversi dall’insulina. Tra chi è in cura con insulina, il 50% associa gli ipoglicemizzanti orali. L’impiego dei farmaci è razionale e ragionevole, ma purtroppo l’Italia non riconosce quelli innovativi. Non solo per il diabete. Questa limitazione non c’è ad esempio in Spagna dove è previsto il co-pagamento in funzione al reddito. In Italia c’è un ostacolo all’impiego dei nuovi incretino-mimetici (inibitori del DPP-IV e agonisti del GLP-1): per questioni economiche si è messa una forte barriera all’impiego di farmaci previsti da evidenze scientifiche e linee guida.

Siamo quindi all’avanguardia nella terapia, ma questioni economiche frenano la crescita e l’erogazione di cure migliori?

Sicuramente, ma più che economica, la questione è organizzativa. Abbiamo ottime leggi: la L.115/1987 e, da febbraio 2013, il Piano Nazionale sul Diabete, ma purtroppo tutto, o quasi, resta sulla carta. La riforma del Titolo V è all’origine della frammentazione dei servizi. Ho la fortuna di lavorare anche in Spagna, a Barcellona: il vero federalismo prevede che sia lo stato centrale a fare le politiche che le regioni applicano in base a realtà e necessità locali. L’anarchia italiana si esprime a livello di Asl con regolamenti diversi sul rimborso delle strisce di controllo della glicemia. Non c’è uguale trattamento e questo porta a un diverso controllo della malattia e della cura.

Nella riorganizzazione dei servizi viene demandato al Mmg gran parte della gestione del paziente con diabete di tipo 2. Cosa ne pensa?

A livello di alcune regioni, Veneto e Marche e probabilmente in altre, la riorganizzazione dei servizi sanitari sta portando alla chiusura o accorpamento dei centri. Manca la visione strategica globale. Non è una soluzione demandare ai medici di medicina generale il trattamento del paziente con diabete di tipo 2 senza fare riferimenti o training e all’interazione con lo specialista.

Si riferisce anche alla questione dell’appropriatezza prescrittiva?

L’appropriatezza è priorità per Amd nei prossimi quattro anni. Dobbiamo essere appropriati anche quando nel paziente la terapia che aveva non va più bene perché il paziente nel tempo è cambiato.

All’ultimo congresso europeo (Easd) si è parlato della necessità di nuove metodologie per l’immissione in commercio dei dispositivi per diabete. Può spiegarci il perchè?

C’è richiesta di una migliore qualificazione dei devices perché arrivano in Europa da qualsiasi paese membro, ma non c’è un ente europeo certificatore che riconosca e garantisca, come per i farmaci, le caratteristiche del device.

Quali proposte per una migliore gestione della patologia?

Fare fronte comune. Anche in questo il diabete è all’avanguardia. Con la Società italiana di diabetologia (Sid) stiamo programmando un’azione comune, che sarà formalizzata a gennaio 2014 per proporre un modello di valorizzazione del ruolo dello specialista che ha fatto grandi sforzi per favorire la qualità delle cure ed i cui risultati si vedono. La malattia però galoppa: il mezzo miliardo di pazienti stimato per il 2030, è adesso previsto nel 2020.

Continua a leggere il focus sul numero 113 di novembre di AboutPharma and Medical Devices