Le cure palliative italiane ai vertici mondiali. O no?

La lettera di Filippini, GM di MundiPharma: “Alti standard d’integrazione e bassi consumi di oppioidi dati inconciliabili per un sistema di cure palliative”

Spett.le Redazione di AboutPharma,

Vi invio la presente confidando nella Vostra sensibilità per i temi della salute, certo di trovare nella Vostra testata uno spazio autorevole e particolarmente seguito dai professionisti sanitari. Con questa lettera aspiro ad aprire un dialogo con quanti – medici, specialisti ed esperti di cure palliative – siano in grado di dar risposta ad alcune domande precise, che a mio avviso dovrebbero stare a cuore non solo agli operatori sanitari e ai pubblici decisori, ma anche ai cittadini comuni. Questi ultimi sono infatti i principali titolari dell’interesse alla compiuta realizzazione in Italia di un sistema di cure palliative, diffuso e strutturato, ma soprattutto rispettoso della dignità delle persone fino all’ultimo istante di vita.

 

Dal Global Atlas of Palliative Care at the End of Life – diffuso nel mese di gennaio e redatto dalla Worldwide Palliative Care Alliance in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità – abbiamo appreso alcuni dati, a mio avviso contraddittori, riguardo, rispettivamente, all’organizzazione e all’efficacia del sistema di cure palliative realizzato nel nostro Paese. Il modello italiano di cure palliative, infatti, rientra fra quelli a più elevato standard d’integrazione – tenuto quindi conto dell’organizzazione, della diffusione e dell’accessibilità dei servizi – e tuttavia il consumo di farmaci oppioidi in Italia risulta ancora particolarmente contenuto. Per fare un esempio la Spagna, che pure sembra avere un sistema di cure palliative decisamente meno strutturato di quello italiano, fa registrare consumi di farmaci oppioidi più elevati dei nostri (in termini di mg pro capite).

 

Alti standard d’integrazione dei servizi di cure palliative e bassi consumi di oppioidi sono dati inconciliabili, a mio giudizio, per almeno due ragioni: perché nelle terapie di fine vita non c’è farmaco che possa competere con gli oppioidi per efficacia e appropriatezza – gli specialisti mi possono correggere – e perché il consumo di morfina è ritenuto anche dall’OMS un indice per misurare il grado di civiltà di un Paese. Quindi, o abbiamo una rete di cure palliative ben strutturata, ma che poi finisce per rivelarsi inefficace in quanto non eroga le terapie più appropriate – o le eroga in misura insufficiente – oppure sono poco conferenti i criteri in base ai quali si giudica, in generale, il livello delle reti di cure palliative. Poco conferenti al punto da non tenere in debito conto, fra i parametri di riferimento, uno degli elementi fondamentali per la valutazione di un sistema di cure palliative, ossia i livelli di consumo di farmaci oppioidi. 

 

A ciò si aggiunga che in Italia, nelle stesse unità di cure palliative che sono giudicate ai vertici delle classifiche dell’Oms, è poco diffuso il consumo di oppioidi ad alto dosaggio, ossia quelli destinati alla gestione del dolore nei malati terminali. Anche qui sorge spontaneo un interrogativo: quali altri farmaci, in alternativa agli oppioidi ad alto dosaggio, sono allora prescritti nei centri destinati ad accompagnare i pazienti terminali fino all’ultimo istante di vita? E quali sono, eventualmente, le ragioni che ancora inducono i palliativisti italiani a diffidare dall’utilizzo di questi farmaci, persino nella cura di pazienti ormai, purtroppo, destinati al decesso?   

 

Sono dubbi e interrogativi sui quali, lungi da ogni intento polemico, mi piacerebbe davvero stimolare un dibattito approfondito e partecipato, che possa coinvolgere i medici, gli specialisti, i responsabili dei centri di cure palliative, i pubblici decisori e le associazioni che riuniscono i palliativisti italiani. 

 

Cordialmente,

Marco Filippini