La storia complessa di una “miniera” vegetale che ancora non finisce di sorprendere

Intervista al farmacologo Gioacchino Calapai, tra i massimi esperti internazionali in ambito fitoterapeutico

Dal numero 116 di AboutPharma and Medical Devices di marzo

L’interesse c’è, le applicazioni terapeutiche pure. La cannabis e i suoi derivati scatenano dibattiti infi niti sull’opportunità di coltivare la pianta al fine di estrarne principi attivi utili alla medicina. Alcuni degli effetti indotti dalle sostanze contenute nella pianta sono noti da tempo immemore. Altri se ne stanno studiando non senza difficoltà. Una in particolare: la barriera culturale (e quindi normativa) che complica le sperimentazioni e impedisce, ad esempio, con rare eccezioni, la coltivazione intensiva a scopi scientifici. Su questi temi (e molto altro) interviene uno dei massimi esperti internazionali in ambito fitoterapico: Gioacchino Calapai, farmacologo e direttore della Scuola di specializzazione in Tossicologia medica dell’Università di Messina. Il professore, dal 2008 a oggi, è membro del gruppo di lavoro sulle monografi e comunitarie, dedicate alle erbe medicinali, dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) nonchè della Commissione HMPC (Herbal Medicinal Products Committee) in seno allo stesso organismo. Fa parte dell’intergruppo Ema-Efsa (Agenzia europea per la sicurezza degli alimenti) e dal 2009 siede nel Consiglio direttivo della Società italiana di Tossicologia. Dal 2010 è consulente dell’Agenzia italiana del Farmaco per le registrazioni dei medicinali vegetali.

Professore, nella cannabis sativa sono identificate circa quattrocento sostanze chimiche attive, di cui molte riconducibili alla famiglia dei cannabinoidi. Quali sono, a suo giudizio, le più interessanti e promettenti dal punto di vista della farmacologia e delle possibili applicazioni terapeutiche?

Le tre sub specie incluse nel genere cannabis, la sativa, l’indica e la ruderalis contengono almeno 85 composti terpenofenolici unici denominati con il nome collettivo cannabinoidi o fitocannabinoidi. I due più abbondanti cannabinoidi sono il (delta)9-tetraidrocannabinolo (THC, chiamato anche dronabinolo) e il cannabidiolo (CBD). Il principale costituente psicoattivo della cannabis è il THC, un alcaloide altamente lipofilo. Dronabinol è la denominazione comune internazionale (DCI) per il (-)-trans-delta-9-tetraidrocannabinolo ed è usato come sinonimo di THC. La maggior parte degli effetti farmacologici indotti dalla cannabis e cioè le modificazioni di tipo emotivo-cognitivo, l’analgesia, l’ipotermia e la stimolazione dell’appetito sono considerati un riflesso dell’azione del THC come agonista parziale dei recettori per i cannabinoidi CB1 e CB2. Il THC agisce anche come inibitore dell’enzima acetilcolinesterasi. Il cannabidiolo non è un agonista dei recettori per i cannabinoidi. Il rapporto tra il contenuto di THC e quello di CBD è il criterio principale per definire diversi chemiotipi cannabis. È importante notare che la maggior parte dei ceppi di cannabis incontrati nei mercati illegali contengono generalmente quantità elevate di THC. Diversamente dal THC, il CBD non è psicotropo, ma sembra che in ogni caso abbia un ruolo nella modulazione degli effetti comportamentali della cannabis. Altri cannabinoidi interessanti sono il cannabigerolo (CBG), il cannabicromene (CBC) e il cannabinolo (CBN). È stato dimostrato che questi composti esercitano attività di tipo antibiotico e antinfi ammatorio. Più recente è la dimostrazione che il CBG è un potente agonista del recettore (alfa)2 adrenergico e un bloccante del recettore per la serotonina 5-HT1A. Quest’ultima scoperta indica che questo alcaloide ha molto probabilmente un ruolo nel determinare il profilo psicoattivo della cannabis.

 

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