La memoria è salute. Il tema della Sin per la settimana mondiale del cervello

“Il cervello e la memoria” è il tema scelto dalla Società italiana di neurologia (Sin) per la “Brain awareness week”. Servono nuovi modelli di ricerca

Da oggi 10 marzo fino al 16, si celebra la Settimana mondiale del cervello (Baw, Brain awareness week). Quest’anno la campagna di informazione sulle ultime novità in ricerca e cura, promossa nel nostro Paese dalla Società italiana di neurologia (Sin), ha come tema “il Cervello e la Memoria”.

 “Oggi – dice  Aldo Quattrone, presidente Sin –  sappiamo che i disturbi della memoria rappresentano un sintomo sempre più comune che colpisce circa il 7% della popolazione generale con più di 65 anni fino a raggiungere il 30% dei soggetti con età superiore a 80 anni. Purtroppo però i disturbi della memoria non sono caratteristici solo della malattia di Alzheimer ma possono essere presenti in molte malattie neurologiche e, pertanto, devono essere ricercati e correttamente diagnosticati”.

La Settimana del Cervello (Baw) è frutto di un enorme coordinamento internazionale cui prendono parte le società neuroscientifiche di tutto il mondo: oltre 2600 soggetti tra enti, associazioni di malati, agenzie governative, gruppi di servizio ed organizzazioni professionali in 82 Paesi.

Riserva cognitiva

La creazione di collegamenti (sinapsi) tra cellule nervose è il meccanismo principale con cui si forma la riserva cognitiva, da cui la memoria.

“Studi recenti hanno dimostrato come anche l’attività fisica e non solo quella mentale favoriscano lo sviluppo di sinapsi”, osserva Gioacchino Tedeschi, ordinario di neurologia  dell’Università di Napoli.

L’importante è comunque fare qualcosa che piaccia, che interessi, perché stimoli negativi, malattie (Parkinson, epilessia), droghe, traumi, anche farmaci possono compromettere la creazione di questi collegamenti e quindi la memoria, elemento fondamentale per l’autonomia.

“I disturbi della memoria riguardano il 50% delle persone con epilessia”, ricorda Paolo Tinuper, responsabile del Centro Epilessia della clinica neurologica dell’Irccs di Bologna.

Come fa notare Sandro Sorbi, professore di neurologia all’Università di Firenze:

 

“Il 90% delle demenze si ha negli ultra settantenni. Ritardare di cinque anni l’età media di insorgenza della malattia di Alzheimer dimezzerebbe i casi, con riduzione importante dei costi sociali ed economici”.

Nuovi modelli di ricerca farmacologica

In terapia abbiamo farmaci sviluppati con le consoscenze di venti, trent'anni fa. La svolta delle neuroscienze è nel nuovo modello di ricerca basata su partnership pubblico-privata.

“Stiamo vivendo una vera rivoluzione nel modo di fare ricerca – osserva Giancarlo Comi, past president Sin – lo vediamo soprattutto per la sclerosi multipla e l’Alzheimer. Il modello della partnership pubblico-privata mette in rete le aziende pharma e centri accademici di eccellenza per sviluppare quella medicina traslazionale che pone le necessità di cura del paziente (unmeet need) al centro della ricerca di nuovi farmaci”.

I nuovi farmaci non nascono più come un tempo da eventi casuali (serendipità). Nell’epoca della genomica, il farmaco si progetta a partire dal gene, come nel caso della sclerosi multipla, con risultati impensabili vent’anni fa.

“Le Università stanno cambiando, sono accreditate in base alla qualità della ricerca, ai brevetti che richiamano investimenti”, dice Quattrone.

Studi real world

Avremmo necessità di farmaci più intelligenti, capaci di modulare le attività cerebrali, mentre al momento agiscono solo su alcuni aspetti.

“Forse  – fa notare Leandro Provinciali, ordinario di neurologia all’Università Politecnica delle Marche-  dovremmo pensare a una ricerca clinica che, agli studi disegnati sul campione “perfetto”, affiancasse valutazioni più vicini alla realtà, a quello che accade nel mondo di tutti i giorni (studi real world)