Epatite virale: un’epidemia silenziosa

Per l’Organizzazione mondiale della Sanità la patologia rappresenta un problema di salute pubblica globale

Dal numero 117 di Aboutpharma and Medical Devices di aprile

di Chiara Finotti

Nel 2010 la World health assembly (Wha) con la risoluzione 63.18 ha riconosciuto l’epatite virale come “un problema di salute pubblica globale”. All’origine della patologia c’è l’infezione di un gruppo di virus noti come Hepatitis Virus di tipo A, B, C, D ed E. I cinque virus si distinguono per epidemiologia, gravità e durata dell’infiammazione che segue l’infezione. I virus di tipo A (Hav), D (Hdv) ed E (Hev) hanno via di trasmissione oro-fecale con infezione acuta (durata inferiore ai sei mesi). Particolarmente prevalenti nella popolazione sono il tipo B (Hbv) e C (Hcv). L’infezione, per contatto diretto con f uidi corporei (sangue) e oggetti contaminati, può portare a infiammazione cronica. Nel mondo sono stimate in 240 milioni le persone con infezione da Hbv e 184 milioni con anticorpi per l’Hcv. La mancanza di sintomi specifici non rende consapevoli le persone dell’infezione che, silenziosamente, continua ad espandersi.

L’insidia è nel fatto che se non trattate, l’epatite cronica B e C possono provocare cirrosi e, quest’ultima evolvere in cancro del fegato. Secondo le stime del Global burden of disease, epatite B e C insieme hanno causato 1,4 milioni di morti nel 2010, pari ai decessi per tubercolosi del 2011 e solo 3 milioni in meno di quelli per Hiv/Aids nello stesso anno.

“Negli anni Settanta – spiega Gaetano Ideo già direttore di epatologia all’Ospedale Sant’Anna di Como, poi al Niguarda e al San Giuseppe di Milano (oggi è direttore scientifico della Fade, Fondazione amici dell’Epatologia – l’epatite A era molto diffusa in Italia, paese considerato ad alta endemia. Al Sud l’83% degli adulti aveva gli anticorpi positivi al virus Hav (Hepatitis A Virus). La percentuale – continua il professore – scendeva al 45% al Nord. Tale dato stava a significare che avevano contratto la malattia da bambini e, nella maggior parte dei casi, la patologia non era stata diagnosticata correttamente e scambiata per una banale influenza. Grazie al miglioramento delle condizioni igienicosanitarie alla fine degli anni Ottanta al Nord solo il 5% dei giovani presentava anticorpi positivi e il 25% al Sud”.

 

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