Il capitale del Pharma sono le sue qualificate risorse umane

Intervista a Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil

Dal numero 117 di Aboutpharma and Medical Devices di aprile

Il dialogo c’è, la condivisione dei problemi pure ma cercando le soluzioni non si possono abbandonare per strada i qualificati lavoratori del Pharma. Altri percorsi sono da battere: principalmente ridurre il costo dell’energia per consentire anche in Italia il decollo di politiche attrattive che consentano all’industria di fare il suo mestiere.
Lo pensa Emilio Miceli, palermitano, classe ’57, segretario generale della Filctem Cgil, già segretario della Camera del Lavoro di Palermo ed ex dirigente del Pci cittadino.
Nell’approssimarsi del Congresso nazionale di categoria (8-9-10 aprile) seguito un mese dopo da quello della confederazione retta da Susanna Camusso, Miceli racconta anche il difficile momento interno che sta vivendo il maggior sindacato italiano.

Con Farmindustria avete buone relazioni ma in sei anni sono stati persi 12 mila posti di lavoro. Significa che poteva andare peggio?
Le buone relazioni rappresentano sempre una metodologia di approccio, sono utili e importanti e servono a costruire un sistema nel quale si può anche discutere e dissentire. Altra cosa è che ci possano essere vertenze, contratti e conflitti: in una fase di crisi come questa, di fronte agli effetti della riorganizzazione del Ssn, dei tagli alla farmaceutica, della lievitazione dei costi della ricerca e dell’introduzione dei generici, noi continuiamo a fare il nostro mestiere che è quello di difendere i lavoratori.

Il modello industriale vigente in Italia fi o a qualche anno fa è andato in crisi per molte ragioni, alcune delle quali lei ha appena elencato. Come si difende l’occupazione e come si può
incrementarla?

Difficile rispondere. In generale e in particolare per il settore farmaceutico, ci sono fasi nella storia di un’azienda in cui i processi di innovazione tecnologica, di apertura e chiusura di mercati, determinano condizioni che contraggono l’espansione. È buona norma che il capitale umano non venga disperso nelle fasi di grande difficoltà perché poi un’azienda rischia di non trovarselo.
Il sindacato piuttosto chiede alle aziende di stare sempre di più sul versante dell’innovazione e della ricerca, senza le quali non si va da nessuna parte. Dobbiamo provare a governare
la difficoltà sapendo che l’interesse comune è salvaguardare un capitale umano e professionale. Guardare altrove è una logica che non è mai stata vincente.

Intanto però gli informatori scientifici sono sempre più esternalizzati e sta crollando il rapporto di lavoro subordinato. Si può fare qualcosa?
Siamo di fronte a un tema molto complesso. Non stiamo parlando di persone che fanno marketing o di una mera rete commerciale ma di gente con un’alta professionalità, che deve spiegare le ragioni di un prodotto delicato come il farmaco. Gli isf sono sempre stati una categoria anomala da questo punto di vista e le stesse aziende li hanno considerati una punta di diamante, una rete “intelligente”, in cui si riponefiducia. Non è gente che si può prendere in un’agenzia interinale. Nasce nell’azienda, ne conosce tutto, sa qual è il processo produttivo.

Tuttavia sono i primi a essere tagliati…
Le condizioni in cui si muovono le aziende sono cambiate e stanno cambiando. Però ribadisco che quella degli isf non è una figura facilmente sostituibile.
Leggi "ISF 2014": Come cambia l’Informazione Scientifica del Farmaco: stato dell’arte e prospettive future, dal Seminario organizzato da AboutPharma and Medical Devices in collaborazione con Lupi & Associati, tenutosi il 20 marzo a Milano.

La critica forte espressa negli anni dal sindacato (e non solo) alle multinazionali chimico-farmaceutiche è stata quella di considerare l’Italia solo un mercato. È ancora così? Come s’inverte la rotta?
Partiamo da un dato generale. C’è un lento,  progressivo e preoccupante processo di delocalizzazione. Fatte le debite eccezioni, i gruppi stranieri tendono ad andare via dall’Italia. Nell’area di Terni tra otto e nove aziende chimiche ed energetiche sono tornate indietro e vanno rilocalizzandosi. Succede che la Merkel ordina il rimpatrio e loro obbediscono. In questo, il governo italiano è stato il grande assente: non ha fatto solo scappare Marchionne e la Fiat (anzi gli ha fatto pure i tappeti rossi…) ma ha favorito il depauperamento della presenza delle multinazionali.
Non possiamo essere usati come un mercato in cui piazzare un prodotto.

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