Come assistere gli anziani a casa loro? La domotica e le disabilità

3 Luglio, Ministero della Salute: grazie a Italia Longeva parleremo di anziani e tecnoassistenza. Ci avviciniamo all’appuntamento riflettendo sui temi chiave

“Come assistere gli anziani a casa loro?”. È una domanda cruciale – per il sistema sanitario nel suo complesso e per la sostenibilità del SSN – alla quale Italia Longeva crede di poter rispondere con una parola chiave: “tecnoassistenza”. Un neologismo che potrebbe contenere la soluzione a decenni di dibattiti sull’assistenza domiciliare, sull’integrazione ospedale-territorio, sulla continuità assistenziale: insomma, su tutte le peripezie linguistiche e le trovate organizzative con le quali da tempo si tenta di rispondere a una domanda ultimativa. Domanda che in sé potrebbe apparire persino banale, ma è tanto radicale ed esplicativa che AboutPharma, media partner dell’evento, ha scelto di tenerla al centro della convention che si svolgerà al Ministero della Salute il prossimo 3 luglio: come si fa ad assistere gli anziani a casa loro?

 

Si potrebbe farlo, o tentare di farlo, con una maggiore diffusione della tecnoassistenza – lo abbiamo già detto –, ma per sciogliere la circolarità di questo argomentare tentiamo di proporre alcuni esempi concreti, nei quali la tecnoassistenza potrebbe essere declinata nella sua operatività.

 

 

Partiamo, con questo primo contributo, dai potenziali benefici della domotica.

 

I dati Istat ci dicono che tra 25 anni gli ultrasessantacinquenni raddoppieranno, e tra 50 gli ultranovantenni passeranno da 500mila a 2 milioni. Le previsioni dell’Istat, insomma, evidenziano un problema che non potrà essere risolto solo dalle strutture pubbliche e dalle residenze dedicate attualmente esistenti. “Dovrà cambiare il modello di gestione dell’assistenza, dovrà aumentare il numero delle case di cura, e altrettanto indubbiamente sarà necessario intervenire sul fronte della casa – rileva Stefano Dionigi di Gewiss, azienda leader nella produzione e commercializzazione di sistemi di domotica, impianti elettrici per uso civile e industriale e prodotti illuminotecnici – per poter aumentare l’autonomia degli anziani, ovvero la possibilità di permanenza in casa delle persone, grazie ad adeguate soluzioni tecnologiche”.

 

Se le principali soluzioni che sono state identificate sul fronte strettamente medico sono la telemedicina e la teleassistenza, non vanno dimenticate le chance offerte dall’automazione e dall’integrazione delle funzioni della casa, ovvero la domotica. “Giusto per citare alcuni esempi – prosegue Dionigi – la riattivazione automatica dell’energia quando “salta” la corrente, la motorizzazione dei serramenti o la gestione automatica delle luci: se possono essere in genere considerati comfort, per i soggetti fragili sono sinonimo di sicurezza, funzionalità e ausilio”. Insomma, aiuti che qualora rendano possibile “rimanere a casa propria anche da anziani”, si rivelano “un’esigenza specifica – come la definisce Dionigi – e non un semplice ‘plus’”.

 

Dal punto di vista tecnologico, per comprendere meglio il significato dell’espressione “domotica a uso sociale”, soccorre il concetto emergente di “design for all” o “universal design”: la realizzazione di prodotti, di ambienti e di edifici che di per sé sono accessibili a ogni categoria di persone, con o senza disabilità. In che senso la domotica può fare riferimento a questo concetto? “La domotica – spiega Dionigi – è già una tecnologia che, grazie alla sua intrinseca flessibilità, può essere ‘ritagliata’ a misura delle esigenze specifiche della persona che abita la casa. Nella domotica a uso sociale viene ‘sottolineata’ la personalizzazione dell’ambiente in relazione alle specifiche esigenze dell’anziano o del disabile, privilegiando le funzioni che più si addicono alla singola persona. Prendiamo il caso di una persona con problemi di udito: le segnalazioni acustiche, ad esempio il campanello della porta, dovranno essere sostituite o integrate con segnalazioni visive. È un esempio apparentemente banale, ma è utile a richiamare la centralità della progettazione, la quale richiede non solo competenza tecnica, ma anche conoscenza degli aspetti che si trovano in diretta correlazione alle abilità – talvolta abilità residue – della persona che abiterà quell’ambiente”.

Inoltre l’impianto domotico potendo essere comandato in molteplici modi e non solo premendo tasti, permette a qualsiasi persona, anche con abilità limitate, di gestire il proprio impianto utilizzando differenti interfacce, cioè ausili che permettono alla persona di sfruttare le proprie capacità residue. “Ad esempio il telecomando che ‘traduce’ il soffio di un paziente in un comando desiderato – chiarisce Dionigi – o il sensore che legge il movimento delle ciglia e lo traduce in un impulso di gestione. Normalmente questi prodotti non sono a catalogo delle aziende del settore elettrico, ma sono comunque facilmente reperibili e vanno necessariamente tarati sulle capacità di ogni singolo individuo”. Si devono inoltre considerare i passi avanti che hanno fatto gli smartphone negli ultimi anni e gli attuali segnali di un’attenzione particolare delle multinazionali del settore verso la casa intelligente, che rendono già oggi possibile utilizzare questo strumento per gestire la casa anche attraverso comandi vocali, basta ovviamente che la casa sia dotata di tecnologia domotica.

 

Vanno poi considerate le questioni “di marketing”. La percezione diffusa che il consumatore e persino il professionista spesso hanno della domotica è quella di una soluzione tecnologica “di lusso”, legata a “effetti speciali” e quindi costosa. Di conseguenza, la domotica è percepita ancora come non utile o non necessaria. “Evidenziare le possibilità offerte dalla domotica a uso sociale permette di ampliare nel consumatore la consapevolezza delle funzioni che si possono richiedere a un impianto elettrico evoluto, e pertanto dei vantaggi, ancora poco conosciuti, offerti dalla domotica. Di conseguenza – aggiunge ancora Dionigi – la domotica a uso sociale interviene ad aumentare la percezione di utilità, e pertanto di valore, che il consumatore normalmente assegna all’impianto elettrico, giustificando l’eventuale costo aggiuntivo”.

Un impianto domotico ha dei costi che variano molto in relazione alle funzioni che si vuole inserire ma, giusto per fare un paragone diretto e dare una connotazione di valore, può costare quanto due, tre mesi di retta in una casa di cura, e se può permettere all’anziano di vivere in autonomia anche pochi anni in più il vantaggio è evidente, sia dal punto di vista umano che economico.

 

Su queste opportunità s’innesta il tema cruciale delle competenze: “L’installatore e il progettista – dichiara Dionigi – generalizzando non sono ancora abituati a scegliere e a consigliare tecnologie di questo tipo, e propongono ancora troppo spesso tecnologie tradizionali”. Così Dionigi analizza anche il proprio ruolo e formula qualche proposito: “Un primo obiettivo che ci dobbiamo porre, come filiera, è quello di invertire questa logica e gradualmente portare l’impianto domotico al ruolo di prima scelta e non di alternativa all’impianto tradizionale. Inoltre si deve diffondere maggiormente la conoscenza delle domotica a uso sociale sia verso gli utenti, affinché la possano richiedere, che tra i professionisti del settore, formandoli e predisponendo strumenti che facilitino conoscenza, progettazione e proposta di soluzioni personalizzate”. In questo settore, Gewiss ha svolto un’interessante serie di attività, con l’obiettivo di sensibilizzare la filiera e creare cultura, ha promosso diversi corsi e seminari dedicati alla domotica a uso sociale e ha realizzato l’unica pubblicazione che trasmette in maniera strutturata le informazioni di base in materia. Sempre in quest’ottica, naturalmente, parteciperà il prossimo 3 luglio al convegno organizzato da Italia Longeva con la partnership di AboutPharma.  

 

Tuttavia, senza dubitare dell’importanza della promozione di una cultura della domotica a uso sociale presso i professionisti del settore elettrico e del mondo edile, non si può trascurare in questo campo la centralità del mondo specialistico: ASL, medici, caregiver professionali e associazioni di disabili. “Anche queste categorie vanno sensibilizzate in modo istituzionale, il che apre un nuovo fronte di lavoro, vasto e indispensabile, per una vera diffusione della domotica al servizio delle persone più fragili”.

 

Poi un cenno sugli strumenti di agevolazione fiscale, disponibili in Italia, per la promozione della domotica. Si tratta quasi sempre di disposizioni regionali: ad esempio la Legge 23/’99 della Regione Lombardia per l’acquisto di strumenti tecnologicamente avanzati per la disabilità, che copre il 70% del costo complessivo dell’impianto erogando l’intero contributo a 60 giorni dal ricevimento di idonea documentazione. Si tratta di provvedimenti meritori, ma “i fondi assegnati sono limitati e le domande vengono accolte solo una volta l’anno”, commenta Dionigi. Ci sono poi le agevolazioni fiscali promosse dalla Agenzia delle Entrate e descritte nella “Guida alle agevolazioni fiscali per i disabili” reperibile sul sito dell’agenzia. Dionigi propone una considerazione critica su questa guida: “Suddivide le agevolazioni tra ‘acquisto delle auto’ e ‘altre’ – dagli ascensori ai dispositivi più avanzati –: certo è che le problematiche dei disabili non si risolvono con l’uso dell’auto, perché trascorrono in casa buona parte della loro vita. E nelle loro case è necessario costruire relazioni sociali e facilitare il movimento e lo svolgimento del maggior numero di azioni”.

 

Quanto al finanziamento diretto della domotica a uso sociale, Dionigi lo definisce “auspicabile e sostenibile”. “Auspicabile in quanto faciliterebbe l’informazione e la sensibilizzazione dei cittadini sul tema, e inoltre funzionerebbe come leva di incentivazione commerciale. Sostenibile perché la domotica sociale, aumentando sensibilmente l’autonomia in casa, consentirebbe una rilevante diminuzione dei costi sociali complessivi che devono essere sostenuti dalle ASL o, come spesso accade, dalle famiglie. In ogni caso – aggiunge Dionigi – il finanziamento rappresenterebbe un necessario facilitatore di transizione tecnologica: un aiuto temporaneo, perché la sua ragion d’essere verrebbe meno quando la transizione fosse attuata con successo”.