Sif e industria insieme per orientare la ricerca verso SNC e rare

Clinici, ricercatori e manager a confronto sull'importanza di una collaborazione tra ricerca farmacologica e aziende di settore

Causano meno decessi delle malattie cardiovascolari e oncologiche, ma provocano disabilità di maggiore durata: i disturbi del cervello sono la maggior emergenza di sanità pubblica in Ue, riguardano circa 179 milioni di europei e hanno costi sanitari che ammontano a quasi 800 miliardi di euro l’anno. A segnalarlo è la Sif (Società italiana di farmacologia) che accende i riflettori sull’importanza di un’azione sinergica tra ricerca farmacologica e aziende farmaceutiche, come  fattore chiave per lo sviluppo dell’innovazione scientifica. Secondo i ricercatori, i clinici e i rappresentanti del mondo dell’industria farmaceutica, presenti al convegno svoltosi questa mattina in Senato “La ricerca farmacologica italiana e il contributo del Giappone allo sviluppo della salute in Italia”, il ruolo delle società scientifiche nella ricerca dovrebbe essere quello di fornire indicazioni sulle aree terapeutiche dove i trattamenti sono ancora limitati, quindi indirizzare le attività di sviluppo dei farmaci là dove sono maggiori le necessità. Ecco come e perchè Sif e la giapponese Otsuka pharmaceutical, da sempre  specializzata nello sviluppo di prodotti innovativi che soddisfano esigenze mediche non soddisfatte, hanno bandito quattro borse di studio per attività di ricerca nelle neuroscienze e oggi hanno consegnato il riconoscimento ai quattro  vincitori al di sotto dei 38 anni: Gian Marco Leggio, Laura Musazzi, Irene Paterniti, Caterina Scuderi.

La Sif – dichiara Francesco Rossi, presidente Sif – è interessata a tutto il mondo del farmaco in un confronto continuo tra ricercatori, aziende farmaceutiche, clinici, società scientifiche ma anche Enti regolatori, ministero della Salute, per far sì che da questa sinergia la ricerca possa essere rilanciata. Abbiamo necessità di nuovi farmaci che siano efficaci, ma anche sicuri per il paziente, riuscendo a creare un giusto equilibrio tra rischi e benefici. L’accettabilità della terapia, ad esempio, in ambito psichiatrico è molto importante e la ricerca deve guardare anche questi aspetti”.

Oltre all'industria e agli istituiti di ricerca anche la politica è chiamata a fare lasau parte

"La ricerca nell’ambito del Sistema Nervoso Centrale deve diventare una priorità nell’agenda politica – afferma la Monica Di Luca, consigliere SIF e presidente eletto della FENS – Federazione Europea di Neuroscienze –  non soltanto italiana, ma anche europea: solo con un network scientifico di alta qualità si potrà disinnescare la ‘bomba sociale’ rappresentata da queste patologie. La scienza italiana è già in grado di produrre ricerche di primissimo livello – continua la Professoressa Di Luca – nonostante la cronica assenza di fondi. Capire i meccanismi del cervello è quindi un traguardo importantissimo, che deve vedere impegnati tutti: dalla comunità medico scientifica, alle istituzioni, alle aziende farmaceutiche.”

“Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, più del 25% delle persone sviluppa almeno un disturbo mentale nel corso della propria esistenza – afferma Mario Maj, Past President della World Psychiatric Association e Direttore del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Napoli SUN – e tre di questi (depressione, schizofrenia e disturbo bipolare) sono tra le 10 cause maggiori di disabilità nella popolazione generale compresa tra i 15 e i 44 anni. Rispetto ai disturbi dell’umore, la schizofrenia non è una patologia comune (per quanto si possa stimare che in Italia circa 245 mila persone siano o siano state affette da disturbi di tipo schizofrenico), ma è la più grave e invalidante per la disabilità che produce, per lo stigma ad essa associato e per l’impatto sulle famiglie dei pazienti e sui servizi assistenziali. Il riconoscimento ed il trattamento precoce della schizofrenia è oggi possibile. E’ un dato riconosciuto, infatti, che l’intervento tempestivo migliora la prognosi della malattia”.

A differenza di quanto radicato nell’opinione pubblica, infatti, le patologie psichiatriche non sono inguaribili ma possono essere curate con un’alta percentuale di successo.

“La psichiatria, nelle sue espressioni migliori, è molto cambiata negli ultimi decenni e sta continuamente cambiando.  – aggiunge Maj – Questo cambiamento ha riguardato e sta riguardando il target della disciplina, la diagnosi, la ricerca, gli interventi e l’impostazione dell’assistenza, anche se questa evoluzione non si è verificata in modo omogeneo, per cui in diversi contesti esiste un divario tra i nuovi standard e la pratica corrente. Questo divario contribuisce a far sì che i cambiamenti della psichiatria non vengano percepiti da una parte dell’opinione pubblica e della professione medica.”

Se le patologie afferenti il sistema nervoso centrale sono considerate una vera e propria emergenza sociale, esistono malattie che, data la loro bassa incidenza, sono definite “rare”, ma non per questo meno gravi e invalidanti. Questo porta come conseguenza il fatto che, nella maggior parte dei casi, siano poco considerate, poco studiate e, purtroppo, spesso mal curate.

“Nelle malattie rare, comprese quelle renali – afferma Antonio Santoro, presidente SINSocietà Italiana di Nefrologia – non vi è solo carenza di diagnosi appropriate, ma anche di trattamenti specifici. La terapia è, infatti, spesso caratterizzata da una sorta di ‘nichilismo’ che in parte deriva dalla progressione inesorabile della malattia, in parte dalla mancanza di farmaci ad hoc. E’, poi, opportuno considerare che nelle malattie rare, proprio per il numero esiguo di pazienti, è importante aggregare le patologie, i pazienti e gli specialisti in centri specializzati, creando anche un network comune e registri per migliorare la conoscenza di una determinata patologia, permettendo una condivisione su problematiche comuni. Questo è, inoltre, essenziale per capire la patogenesi di genotipi rari, aggregare fenotipi diversi, condividere dati, progettare studi multicentrici, che permettano di definire biomarker specifici e schemi terapeutici appropriati. I registri possono, inoltre, servire per ottenere dati oggettivi di supporto a decisioni regolatorie o anche a fornire informazioni di post marketing in seguito all’utilizzo di farmaci specifici.”