Dispositivi medici, l’export cresce ma cala il mercato interno

Tutti i numeri del Rapporto 2014 di Assobiomedica sullo stato di salute del settore biomedicale

Nel 2013 le esportazioni di dispositivi medici sono aumentate del 2,8% (5,9 miliardi di euro) e le importazioni sono scese dell’1,9% (6,8 miliardi) mantenendo nel complesso un saldo negativo pari a quasi un miliardo di euro. Di contro, l’andamento del mercato interno ha subito una forte riduzione della domanda sia pubblica che privata con una contrazione del 4% rispetto al 2013 e dell’11% negli ultimi quattro anni. Sono alcuni dei dati emersi  dal Rapporto 2014 su produzione, ricerca e innovazione nel settore dei dispositivi medici presentato oggi a Roma da Assobiomedica. La flessione del mercato interno – secondo il presidente di Assobiomedica, Stefano Rimondi – è da attribuire agli “ospedali che si stanno impoverendo per i continui tagli”: “Si tratta di un dato sconfortante, ci auguriamo che la legge di Stabilità non incida ulteriormente sui tagli ai servizi sanitari altrimenti si segnerebbe la fine della sanità pubblica”.

Le aziende. Le imprese che operano nel settore dei dispositivi medici in Italia sono 3.025 per un totale di 54 mila addetti. Di queste, 989 sono imprese a ciclo completo (manifattura e commerciale), 1.975 sono imprese commerciali, 118 imprese di servizi rivolti a strutture sanitarie e 243 rivolti alle aziende del settore. Nel complesso, il 56% delle attività si occupa di distribuzione, il 40% di produzione il 4% di servizi. Il settore è caratterizzato da una forte concentrazione territoriale che esclude quasi del tutto il Sud. L’88% del fatturato si concentra in sei regioni del Centro Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Veneto, Toscana, Piemonte. Su circa mille aziende che si occupano di produzione ben il 60% si trova in Veneto, Emilia-Romagana e Lombardia.

Innovazione. “I dispositivi medici sono un settore ad alto contenuto di tecnologia e ricerca, la cui industria ha un forte potenziale di sviluppo”, spiega Rimondi. “Soltanto puntando su ricerca e innovazione – aggiunge – si può imboccare il percorso della crescita stabile e solida”. Un’opportunità per un Sistema sanitario nazionale che avrebbe “tutte le caratteristiche per diventare polo di riferimento mondiale per la ricerca e l’innovazione relativamente alle tecnologie”. Secondo il rapporto di Assobiomedica, due imprese su tre hanno introdotto almeno un’innovazione fra il 2010 e il 2013 e una su due ha depositato o acquisito brevetti. Con 70 mila domande di brevetto l’Italia è il 12esimo brevettatore nel ranking internazionale del settore. Ma è anche un vivaio di nuove realtà imprenditoriali con 255 start-up. Di queste, il 27% si occupa di diagnostica in vitro, il 21% di biomedicale strumentale, il 55% sono spin off universitari.

Spesa sanitaria. Il titolo del convegno organizzato oggi a Roma per presentare i dati del Rapporto 2014 è “Oltre la siringa. Dispositivi medici: solo costi o più salute?”. Uno spunto per analizzare l’incidenza dei dispositivi medici sulla spesa sanitaria nazionale. “In Italia – spiega Rimondi – il mercato delle siringhe vale appena lo 0,02% della spesa sanitaria, ma il loro prezzo sembra essere diventato la causa di tutti i mali della sanità italiana. Ridurre investimenti in prodotti e apparecchiatura mediche, quando la spesa in dispositivi rappresenta solo il 5,1% del Fondo sanitario nazionale, non significa tagliare gli sprechi, ma limitare l’accesso a cure innovative e rinunciare a un’eccellenza industriale”. L’esempio delle siringhe è utile per fare chiarezza sulle differenze di prezzo, registrate fra i vari enti del Ssn, per gli stessi dispositivi medici. “Le differenze – aggiunge Rimondi – riflettono diverse condizioni di fornitura: quantità e durata, servizi accessori e periodi di acquisto, consegne in emergenza e urgenza. Sono tutti elementi che incidono sul prezzo unitario e che vanno tenuti in considerazione quando si vogliono fare dei confronti che siano appropriati”.

Le Regioni. In Italia solo cinque Regioni rispettano il tetto di spesa (4,8% del Fondo sanitario regionale) per i dispositivi medici.  A fronte di una media nazionale del 5,1%, infatti, solo in Lombardia (4,4%), Campania (3,6%), Basilicata (4,7%), Calabria (3,5%), Sicilia (4,1%) viene rispettato questo limite. A spendere di più per garze, siringhe, cerotti, e apparecchi biomedicali più sofisticati sono Friuli (7,7%), Abruzzo (7%), Umbria (6,9%), Marche (6,7%), Molise (6,1%), Toscana (6%). Gli esperti di Assobiomedica invitano però a prendere questi dati con le molle: "Non è detto che le Regioni che spendono meno e si mantengono sotto il tetto (che nel 2013 era del 4,8% e nel 2014 è passato al 4,4%) siano virtuose. Più facile pensare – spiega all'Adnkronos Salute Paolo Gazzaniga, direttore Centro studi Assobiomedica – che la misura del tetto fissata sia troppo bassa".

Le specializzazioni. Dal Rapporto 2014 emerge anche un tessuto produttivo caratterizzato da una forte specializzazione territoriale. In particolare, il mercato locale in assoluto più rilevante risulta quello dell’infusione, trasfusione, drenaggio e dialisi nella provincia di Modena, che con il distretto di Mirandola rappresenta la realtà produttiva d’eccelenza del settore. Sulla mappa delle specializzazioni territoriali ci sono altre nove province: Sondrio (infusione e dialisi), Bergamo (imaging), Pavia (laboratorio), Vercelli (biomarcatori reagenti), Bolzano e Vicenza (dentale), Belluno (terapia intensiva), Bologna (ortesi) e Chieti (ausili assorbenti).

 

La presentazione di Stefano Rimondi

La spesa delle Regioni per i dispositivi medici

La mappa delle specializzazioni territoriali