Sondaggio Doxa-Teva: gli italiani temono per il Ssn e lo giudicano male

Indagine su un campione rappresentativo di 600 cittadini: sprechi e corruzione mettono a rischio il sistema. Gli equivalenti sono una possibile risorsa

Sperperi, disuguaglianze e corruttele sono le principali minacce alla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, che peraltro, nella percezione generale, quanto a efficienza e performance scivola agli ultimi posti in Europa, pure dietro quello greco. Non è decisamente un bel quadro quello dipinto da un campione rappresentativo di 600 cittadini italiani tra i 18 e 64 anni, e riassunto nell’indagine quali/quantitativa elaborata da Doxa (“Sostenibilità delle cure, chi è il responsabile?”) presentata il 30 ottobre a Milano e commissionata da Teva Italia. Il 64% degli intervistati ritiene che il denaro gettato via dalle amministrazioni pubbliche sia il principale fattore di debolezza del sistema. Seguono la “scarsa equità sociale” (63%); l’opportunismo e la scarsa onestà di chi è al potere” (59%) e anche “l’alto costo dei farmaci”. In proposito l’utilizzo dei farmaci equivalenti è stato poi indicato dal campione come uno tra i “comportamenti virtuosi” a garanzia di cure più accessibili per tutti. Lo sostiene il 29% degli intervistati, mentre il 38% ritiene che “le autorità sanitarie dovrebbero effettuare più controlli sul Ssn” e il 30% che “sarebbe necessaria una maggiore prevenzione, soprattutto se si parla di certe malattie. Molti dei fati riportati a Milano (soprattutto quelli relativi ai ruoli giocati dai principali attori del sistema) peccano in qualche misura di riconoscenza. Proprio l’amministratore delegato di Teva Italia, Hubert Puech d’Alissac, solleva l’obiezione:

“C’è un problema di attribuzione di valori: una terapia antipertensiva su base quotidiana pesa meno di un caffè. Inoltre occorre sottolineare come i progressi scientifici registrati negli ultimi cinquant’anni siano stati enormi e spesso possibili proprio grazie all’impegno e alle risorse investite dall’industria farmaceutica. Le aziende che producono farmaci equivalenti – prosegue Puech d’Alissac – sono state in grado di far risparmiare al Sistema sanitario italiano 1,5 miliardi di euro negli ultimi sei anni. Teva in particolare è un esempio di realtà che oltre a rendere più accessibili le cure con i farmaci equivalenti continua a impegnarsi”.

In effetti c’è un filo rosso che pare tenere uniti tutti i dati – è stato rilevato anche da Massimo Sumberesi, managing director di Doxa Marketing Advice – ed è il gap esistente tra la realtà oggettiva dei fatti e la loro percezione. Una spiccata tendenza all’autoflagellazione fa effettivamente capolino qua e là in tutti gli ambiti esplorati. Ancora Hubert Puech d’Alissac:

“Qual è il Paese europeo dove si vive di più? Forse il Ssn qualche merito lo avrà, anche perché garantisce l’80% del costo globale dei farmaci contro una media europea del 72%”.

Un capitolo a parte della ricerca (autentica miniera di possibili riflessioni) lo merita l’informazione sulla salute. Gli italiani vogliono riceverla soprattutto da medici di famiglia (65%), farmacisti (24%) e mezzi di informazione (34%). Che però parlano ancora poco di equivalenti e dei vantaggi connessi.