Artrite reumatoide: corso ecm per la gestione integrata del paziente

Clinici e farmacoeconomisti a confronto nell'ambito del corso “Driver clinici e di costo nella gestione integrata del paziente con artrite reumatoide"

Aumentare la conoscenza del’Artrite Reumatoide, misurare l’impatto economico della patologia e il costo del suo trattamento, specie con farmaci biologici, incrementare l’empowerment dei pazienti e “pretendere” l’applicazione dei protocolli e delle priorità validate in ambito internazionale dall’Eular: ecco gli obiettivi prioritari che attendono clinici, politici e pazienti per contrastare una patologia che in Italia colpisce ben 300mila persone. A sottolineare criticità e tracciare nuovi orizzonti gli esperti di settore che hanno partecipato ai workshop interattivi nell’ambito del corso Ecm “Driver clinici e di costo nella gestione integrata del paziente con artrite reumatoide”, organizzato da Pfizer a Roma.

La patologia non solo peggiora la qualità della vita, ma ha ripercussioni particolarmente negative sull’attività lavorativa.

“Le  conseguenze socioeconomiche di queste patologie sono ben più pesanti rispetto ai costi sostenuti per curarle. – ha sottolineato Federico Spandonaro, presidente CREA Sanità – I costi diretti oscillano tra i 504 e 840 milioni l’anno, mentre quelli indiretti arrivano a 2 miliardi”.  

L’introduzione dei farmaci biologici ha rappresentato una vera rivoluzione per i malati reumatici, incidendo molto favorevolmente sulla loro qualità di vita, ma sono terapie costose. Un anno di trattamento con biologici costa circa 14mila euro a paziente, tuttavia, l’erogazione di queste cure abbatterebbe parte dei costi indiretti aumentando la capacità lavorativa e la produttività delle persone colpite. Eppure in Italia, rispetto agli altri Paesi europei, i biologici sono ancora usati poco e con una estrema disparità e differenza da regione a regione. Secondo i clinici le amministrazioni locali dovrebbero uniformarsi alle linee guida internazionali ed essere tra loro omogenee nella definizione dei percorsi assistenziali che non dovrebbero essere calati dall’alto da decisori che non gestiscono la malattia, ma provenire dai professionisti sanitari (caso Sicilia, dove sono necessari  6 mesi prima d iniziare il trattamento biologico). A questo proposito è stata inoltre evidenziata la mancanza di un PDTA nazionale e di conseguenza la presenza di una reumatologia a “macchia di leopardo”.

I tecnici oltre a individuare le criticità, che in maniera del tutto disomogenea caratterizzano la vita di chi è affetto da Artrite reumatoide da Nord a Sud, nei workshop hanno elaborato proposte concrete per migliorare la gestione integrata del paziente:

· Valorizzare i dati relativi alla cronicità, all’aumentata mortalità e alla disabilità associata (costi indiretti)

· Implementare sistemi per la raccolta di dati volti ad oggettivare/misurare l’impatto economico della patologia e del suo trattamento con farmaci biologici.

· Incrementare la comunicazione da parte della comunità dei reumatologi con le istituzioni per riappropriarsi del proprio ruolo socio-sanitario, che è stato marginalizzato negli ultimi anni rispetto ad altre discipline.

· Orientare le attività delle società scientifiche verso fini “pratici” (promuovere tavoli tecnici di discussione).

· Promuovere "reti" tra le associazioni dei malati reumatici.

· Favorire lo “spostamento” dei clinici verso strutture convenzionate (modello svizzero).