Staminali e Parkinson: passi avanti verso l’applicazione clinica

Lo studio nasce all'interno dei consorzi europei Neurostemcell e Neurostemcellrepair guidati da Elena Cattaneo dell’Università degli Studi di Milano

Ci sono voluti anni di studio e lavoro e una fitta collaborazione tra diversi centri europei per arrivare a un’importante novità sperimentale in medicina rigenerativa che potrebbe aprire la strada all’applicazione clinica delle cellule staminali nei pazienti affetti da Parkinson. Lo studio pubblicato su Cell Stem Cell, è stato guidato da Malin Parmar dell’Università di Lund in Svezia, ed è nato all’interno dei consorzi europei Neurostemcell e Neurostemcellrepair guidati da Elena Cattaneo dell’Università degli Studi di Milano e nel consorzio Transeuro coordinato da Roger Barker dell’Università di Cambridge nel Regno Unito.

A darne l’annuncio l’Università degli Studi di Milano che ricorda come prima di arrivare allo step finale i ricercatori abbiano affrontato diverse fasi. A iniziare dalla produzione in vitro di neuroni dopaminergici “veri” ottenuti da cellule staminali embrionali umane. Per passare poi ai test sui modelli animali, tramite cui è stato dimostrato come i neuroni trapiantati fossero in grado di imitare le caratteristiche dei neuroni danneggiati. Per finire con quella che gli autori del lavoro definiscono la sorpresa più grande: la capacità delle cellule trapiantate di connettersi con i neuroni del tessuto ospite attraverso una fitta rete di ramificazioni che raggiungevano le aree cerebrali bersaglio.

“Una conquista senza dubbio molto importante per la ricerca di base a cui sono stati dedicati tanti anni di ricerche ed esperimenti” spiega Malin Parmar. “È un risultato che speriamo di raffinare ulteriormente sino a poter produrre le cellule nel rispetto dei parametri necessari per l’utilizzo clinico.

Il tutto all’interno di una fitta rete di collaborazione europea che vede protagonisti i consorzi Europei che mirano a studiare le possibilità della medicina rigenerativa per il Parkinson e l’Huntington. Ogni consorzio europeo è il punto di incontro di più gruppi leader da più Paesi Europei, riconosciuti a livello mondiale per i propri studi con staminali o sulle malattie neurodegenerative.

“Ciascun laboratorio mette a disposizione la propria strategia e i propri piani per un progetto sinergico e un obiettivo comune” spiega l’Università di Milano in un comunicato stampa. “Per vincere il finanziamento europeo, le proposte progettuali dei vari consorzi vengono sottoposte a ferrea valutazione internazionale. Vincere significa poter ricercare e quindi disporre di 4-5 anni e 6-12 milioni di euro per identificare la cellula e la strategia ottimale per il Parkinson o l’Huntington e poi sperimentarne il trapianto nell’animale di piccola taglia e quindi di grossa taglia. Tappe di analisi, queste, imprescindibili per poter sperimentare nell’uomo. I risultati si rendono pubblici. Chiunque anche al di fuori dei Consorzi potrà utilizzarli”.

In quest’ottica la scoperta di Malin Parmar nel modello di Parkinson è importante anche per i ricercatori di Milano che si occupano di Huntington. Perché

“i consorzi accelerano i percorsi di studio in tante direzioni” spiega Elena Cattaneo. “Abbiamo potuto conoscere i risultati svedesi prima del tempo, discuterli, incorporarli nei nostri esperimenti. In questa prospettiva, la collaborazione europea emerge ancora una volta come qualcosa di enormemente prezioso e da cui, per nessun motivo, le nostre società dovrebbero prendere le distanze”.

L’unione fa la forza quindi, come sembra aver capito anche l’Europa che da diverso tempo sta puntando sulla collaborazione tra centri e la condivisone di idee e risultati all’interno dei consorzi.

 “L’Unione Europea ha cambiato il modo di fare ricerca nei nostri laboratori, abbattendo i confini tra le nazioni, sollecitando sinergie e collaborazioni, promuovendo la mobilità dei giovani e lo scambio di materiali, cellule, idee affinché siano verificabili da altri colleghi” continua Elena Cattaneo. “Il viaggio tra i laboratori europei è continuo per confrontare esperimenti, strategie, risultati. Lavoriamo in network, come se fossimo parte di un super- laboratorio transnazionale capace di aumentare la competitività europea e di vincere sfide di conoscenza e innovazione con gli altri continenti. Capita che si preparino le cellule a Milano, poi si mettano in un incubatore portatile, si prenda quindi un aereo e poche ore dopo si atterri in Svezia o in Inghilterra dove verranno trapiantate. Lì ci sono gruppi forti nelle strategie di trapianto e allora ci mettiamo insieme. Così si guadagna tempo e qualità. Si creano le nuove generazioni di scienziati. Ciascuno ha responsabilità verso il progetto comune”.