Biologici e biosimilari, la confusione è ancora tanta

Un malato cronico su 5 dimentica di assumere la terapia e c'è poca fiducia negli equivalenti. Presentata l'indagine di Cittadinanzattiva

Tra i pazienti italiani che convivono con una malattia cronica c’è ancora tanta confusione sui farmaci biologici e biosimilari. Il 38% non sa se sta assumendo l’uno o l’altro; il 7% non ha mai sentito parlare di biologici e il 41% non ha idea di cosa sia un biosimilare. A scattare la fotografia è l’”Indagine civica sull’esperienza dei pazienti rispetto all’uso dei farmaci, con focus su biologici e biosimilari”, presentata oggi a Roma da Cittadinanzattiva, attraverso il Coordinamento nazionale delle Associazioni dei malati cronici (Cnamc). Dalla ricerca emerge, inoltre, il ritratto di un paziente che non sempre segue la terapia alla lettera, che si fida ancora poco dei farmaci equivalenti, e soprattutto che vorrebbe assumere meno compresse e avere meno effetti collaterali.

 

Secondo l’indagine – condotta fra agosto e ottobre 2014, che ha coinvolto 619 pazienti, uomini e donne tra i 20 e i 60 anni, affetti da patologie croniche tra cui la malattia di Crohn e colite ulcerosa (47,5%), le malattie renali (18,5%), l’ipertensione (15,2%), le malattie autoimmunitarie e reumatologiche (13,2%), la psoriasi (10,6%) e le malattie oncologiche (10,5%) – quasi la metà dei pazienti (45,4%) ha assunto un farmaco biologico; solo il 4% assume invece un biosimilare. Quasi il 30% sa che il farmaco biologico è una sostanza sintetizzata da una fonte biologica; il 20% che è un farmaco che fornisce solo l’ospedale e ancora il 19% che è un farmaco molto costoso. Esiste, tuttavia, un 17,5% che non sa cosa sia e un 7% che non ne ha mai sentito parlare. Solo il 9% degli intervistati è, invece, a conoscenza della differenza tra i farmaci biologici e biosimilari. La maggioranza (oltre il 41%) non sa cosa sia un biosimilare; il 13,8%, invece, ritiene erroneamente che sia il generico del farmaco biologico di riferimento.

 

Oltre la metà dei pazienti intervistati assume dai 2 ai 3 farmaci al giorno (24,8 e 28,9%), il 10,5% anche più di quattro. All’incirca a un paziente su cinque accade di dimenticare di assumere la terapia, a uno su sette di sbagliare il dosaggio del farmaco. Il 22% dichiara di essere stato costretto a interrompere la terapia, per una media di 12 giorni, nella maggior parte dei casi a causa di una reazione allergica (22,6%) o perché risultata inefficace (20,4%); ma anche per i costi a carico dei cittadini (16,4%) o perché il farmaco non era disponibile in farmacia (14,5%). I pazienti si dimostrano molto responsabili circa la necessità di comunicare tempestivamente eventuali reazioni avverse ai farmaci. Lo ha fatto almeno una volta il 50% degli intervistati, comunicandolo prevalentemente al Medico di famiglia (52,7%) o allo specialista (52%). Parlando di farmaci equivalenti, invece, è emerso che 1 paziente su 4 sa che si tratta di un medicinale che costa meno rispetto a quello di marca e nella stessa percentuale affermano che è un farmaco simile, ma non uguale all’originale. Quasi la metà del campione (47,3%) non cambierebbe la terapia che sta assumendo con quella equivalente o ha dubbi nel farlo (21,6%).

 

“L’indagine civica indica alcune priorità sulle quali è necessario intervenire – afferma Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del Cnamc – Innanzitutto lavorare sui fattori che incidono negativamente sull’aderenza alle terapie, sia per garantire il più alto livello di salute della collettività, sia per contribuire alla sostenibilità del Sistema sanitario nazionale (Ssn), attraverso il miglior utilizzo delle risorse economiche a disposizione”. E poi, date le scarse conoscenze del campione ad esempio sui farmaci biologici e biosimilari, “è necessario lavorare di più sulla formazione e sull’informazione, non solo dei pazienti, ma anche del personale sanitario”, aggiunge Maria Teresa Bressi, responsabile del progetto, Cittadinanzattiva.

 

Dall’indagine emergono anche i desideri dei pazienti italiani: il 37% vorrebbe non essere costretto a prendere tanti farmaci diversi; oltre il 35% vorrebbe assumere terapie che mostrino miglioramenti e non durino troppo a lungo; il 30% auspica terapie con meno effetti collaterali; il 23% desidera che il medico gli prescriva la cura in modo più chiaro, spiegando bene effetti e prospettive. C’è anche un 20% che vorrebbe che fosse lo specialista a prescrivergli il farmaco su ricetta rossa, senza dover ricorrere al medico di famiglia e nella stessa percentuale si lamentano di dover pagare di tasca propria. 

 

Lo strumento di indagine è stato realizzato da Cittadinanzattiva con il coinvolgimento dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), di Società scientifiche e di Associazioni di pazienti aderenti al Cnamc. Alla rilevazione ha inoltre partecipato la Federazione associazioni incontinenti e stomizzati (Fais). L’indagine è stata realizzata con il contributo non condizionato di Fondazione Msd.