Parkinson, se ritardare l’uso della levodopa è inutile

Uno studio italiano condotto in Africa dimostra che la fobia nei confronti di questo medicinale è infondata

Rimandare l’utilizzo della levodopa nei pazienti affetti dal Morbo di Parkinson è inutile. A spazzare via la fobia di questo farmaco, che si è progressivamente diffusa sia tra i neurologi che tra i pazienti nel corso degli anni, è uno studio italiano condotto nell’Africa sub-sahariana dal Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento (Icp), supportato dalla Fondazione Grigioni.

Secondo i risultati della ricerca – che ha coinvolto 91 pazienti ghanesi mai trattati prima farmacologicamente – una terapia a basso dosaggio del farmaco può essere somministrata subito, vale a dire nel momento in cui viene fatta la diagnosi. L’obiettivo dei ricercatori, che hanno raccolto dati per 4 anni, era studiare gli effetti dell’interazione tra la malattia e la terapia con levodopa, e più nello specifico la possibilità di utilizzare o meno il farmaco come terapia di prima linea in considerazione del rischio di sviluppare complicazioni motorie.

“Fino ad oggi si è sempre pensato che le fluttuazioni motorie che si sviluppano dopo diversi anni di terapia a base di levodopa fossero complicazioni a lungo termine della terapia. Pertanto, si tendeva a rimandare l’introduzione del farmaco il più possibile, a scapito della stessa qualità di vita dei pazienti”, spiega Gianni Pezzoli, direttore del Centro Parkinson di Milano, presidente dell’Associazione italiana parkinsoniani (Aip) e presidente della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson. Ma i risultati di questo studio segnano un’inversione di tendenza: “alcuni pazienti, anche con più di 10 anni di malattia, hanno mostrato la comparsa di fenomeni di fluttuazioni motorie solo dopo qualche ora, o al massimo qualche giorno, dalla loro prima assunzione di levodopa – aggiunge Pezzoli – a dimostrazione del fatto che l’insorgenza delle fluttuazioni è indipendente dalla durata del trattamento ed è invece strettamente legata alla progressione naturale della malattia”.

Ma perché lo studio è stato condotto in Africa? La scelta è stata dettata dalla “possibilità di fornire levodopa, per la prima volta, a pazienti affetti da malattia di Parkinson già da molti anni e mai trattati prima per mancanza di risorse – afferma Roberto Cilia, medico specialista in Neurologia e primo autore dello studio – Nei Paesi africani, infatti, l’accesso al farmaco è possibile solo nel 12.5% dei soggetti con questa malattia. Questo studio è stato il primo a indagare direttamente la latenza tra inizio tardivo della levodopa e la comparsa di fluttuazioni motorie e movimenti involontari”.  

La malattia di Parkinson ha una prevalenza nel mondo di circa 2 persone su 1.000 e circa 4-5 milioni di malati vivono in realtà dove non è possibile affrontare una cura farmacologica tradizionale per una questione economica. La spesa media per la terapia con levodopa è di circa 2 dollari al giorno, in Paesi dove lo stipendio mensile, per chi ha un impiego, è di circa 50-80 dollari. Questo ha portato i ricercatori del Centro Parkinson Icp, che da alcuni anni si occupano anche di studiare e trattare la Malattia di Parkinson nei Paesi tropicali a scarso reddito, a cercare una terapia alternativa a quella farmacologica tradizionale.

“Per offrire un’opportunità di cura anche in realtà molto povere dove il costo per sostenere il trattamento farmacologico risulta nella maggior parte dei casi insostenibile, abbiamo concentrato la nostra attenzione su una potenziale terapia proveniente dal mondo vegetale: il legume mucuna pruriens, i cui semi contengono una buona concentrazione di levodopa”, dichiara Erica Cassani, medico specialista in Scienza dell’alimentazione-Centro Parkinson, Icp di Milano.

La mucuna pruriens è un legume semplice da reperire nei Paesi più poveri in aree tropicali e facile da preparare, senza alcun passaggio industriale e tecniche chimico-farmaceutiche, ma gestibile con altrettanta precisione al fine di personalizzare la dose di mucuna necessaria per ciascun paziente e ridurre al minimo gli effetti collaterali. I suoi semi vengono tostati, decorticati, tritati, setacciati e sono pronti per essere assunti. “Una volta individuata l’esatta corrispondenza tra il dosaggio di semi di mucuna e il dosaggio tradizionale del farmaco, abbiamo somministrato la “terapia naturale” così ottenuta ai pazienti e abbiamo constatato la sua effettiva efficacia. Non solo. Si tratta di un’alternativa terapeutica a bassissimo costo, ottenibile con soli 12 dollari all’anno”, conclude Cassani.