L’introduzione dell’Italian patent box è sempre più vicina. Obiettivo: attrarre investimenti

Il patent box "italiano" è ora in discussione nel DDL Stabilità 2015. I vantaggi e le criticità della misura nell'evento di AmCham, DLA Piper, Fimi

Il patent box – sistema di agevolazione fiscale per i redditi da sfruttamento di proprietà intellettuale – potrebbe presto diventare realtà anche in Italia ma rimangono ancora molte questioni da chiarire (prima fra tutte la definizione di marchi registrati funzionalmente equivalenti ai brevetti) e procedure da semplificare. In estrema sintesi è quanto emeso durante l'evento "Italian Patent Box, profili pratici", che si è svolto ieri a Milano a Palazzo Isimbardi, organizzato dall'American Chamber of Commerce in Italy con la collaborazione dello studio legale DLA Piper, della Federazione Industria Musicale Italiana e con il patrocinio della Provincia di Milano, che rappresenta il proseguio dell’incontro organizzato da AmCham lo scorso aprile per promuovere l’implementazione del Patent Box nel nostro ordinamento

Introdotto nel Ddl Stabilità 2015, in discussione alla Camera, l'Italian Patent Box  prevede un sistema di tassazione speciale dei "redditi derivanti dall'utilizzo di opere dell'ingegno, da brevetti industriali, da marchi d'impresa funzionalmente equivalenti ai brevetti, nonché da processi, formule e informazioni relative a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili". L'esenzione parziale dei redditi derivanti dalla concessione in uso o dalla utilizzazione diretta di queste IP è pari al 30% nel 2015, 40% nel 2016, e del 50% nel triennio 2017-2020. Il regime del patent box è applicabile solo alle imprese che hanno sostenuto spese di ricerca e sviluppo per creare e sviluppare l'Ip, residenti in Italia o in un Paese con il quale è in vigore un accordo e l'esenzione è condizionata al reimpiego, prima della fine del secondo esercizio successivo alla cessione, di almeno il 90% del corrispettivo nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali della stessa tipologia.

"La specificità più importante del patent box italiano, a differenza di quanto accade in altri Paesi, è il fatto che si estende a praticamente tutta la proprietà intellettuale – rimarca Roberto Valenti, Partner di DLA Piper e Presidente del Gruppo di Lavoro Life Science di AmCham Italy – In questo senso sarebbe più corretto parlare di IP Box".

L'obiettivo del'Italian patent box, come evidenziato nella Relazione Illustrativa del Ddl Stabilità, è triplice: incentivare la collocazione in Italia dei beni immateriali attualmente detenuti all’estero da imprese italiane o estere; incentivare il mantenimento dei beni immateriali in Italia (o evitarne la rilocalizzazione all’estero); favorire l’investimento in attività di ricerca e sviluppo.

Tutti i titolari di reddito d’impresa, a prescindere dalla forma giuridica, dalle dimensioni e dal regime contabile, posso avere la facoltà di optare per l’applicazione della misura.

"Le aziende italiane che conseguono redditi da IP oggi non hanno alcun incentivo a mantenere i brevetti in Italia – ha spiegato Antonio Tomassini, partner Responsabile del Dipartimento Tax di DLA Piper -. La misura  inoltre il grosso pregio di essere cumulabile con agevolazioni attualmente in vigore come gli incentivi sugli investimenti in ricerca e sviluppo, gli incentivi alle start up e le agevolazioni Ace (Aiuto Crescita Economica)”.

Le plusvalenze realizzate in sede di cessione delle IP sono totalmente esenti da imposte. In caso di utilizzazione diretta dell'IP, è prevista l'individuazione di un reddito nozionale; il contribuente deve attivare una procedura di ruling con l'Agenzia delle Entrate al fine di individuare i componenti positivi di reddito ascrivibili all'utilizzo dell'IP, nonché ai criteri di allocazione dei relativi componenti negativi. Il ruling è obbligatorio anche per i redditi derivanti dalla concessione in uso di diritti IP qualificati e per le relative plusvalenze, se i redditi sono realizzati nell'ambito delle operazioni intercompany.

Proprio le procedura di ruling, secondo Renata Righetti, presidente dell'Associazione Internazionale per la Protezione della proprietà intellettuale, potrebbero però portare ad un divario tra le aziende di grandi dimensioni e quelle di piccole e medie. "Così come delineata dal legislatore italiano non potrà essere a mio avviso ampiamente sfruttata anche dalle Pmi, anche perchè in molte parti è piuttosto complicata e macchinosa. In più punti dalla misura è richiesto il dialogo con l'Agenzia delle Entrate: ciò avvantaggia le grandi aziende che hanno risorse e strutture dedicate rispetto alle Pmi".

Tra le criticità evidenziate nel corso dell'evento, in vista del decreto attuativo necessita di chiarimenti il concetto di marchi funzionalmente equivalenti ai brevetti dove, secondo la relazione illustrativa del Governo, si intendono "i marchi di impresa si intendono funzionalmente equivalenti ai brevetti quando il loro mantenimento, accrescimento o sviluppo richiede il sostenimento di spese per attività di ricerca e sviluppo; sono in ogni caso esclusi dalla agevolazione i marchi esclusivamente commerciali".

Non deve spaventare invece, secondo Tomassini, la sostenibilità della misura : "Grazie al patent box, infatti, più imprese potrebbero scegliere di investire in Italia o di mantenere nel nostro Paese i propri investimenti invece di de-localizzarli in altri Paesi a regime fiscale agevolato e quindi i nuovi investimenti in Italia potrebbero portare ad una maggiore quantità di utili imponibili in Italia, e ad un aumento complessivo delle entrate fiscali dello Stato".

Ad oggi hanno introdotto il patent box Ungheria, Belgio, Francia, Olanda Lussemburgo, Spagna e Uk. Anche l'Australia e gli Stati Uniti stanno studiando la possibilità di implementarlo. In un'ottica comunitaria in un futuro, come sottolineato da Valenti, si potrebbe arrivare ad adottare un approccio comune e quindi ad un patent box europeo.