Cancro del fegato: ricercatori della Cattolica svelano nuove strategie d’azione

I ricercatori hanno verificato che l’azione curativa dell'unica cura biologica oggi disponibile migliora drasticamente - fino a raggiungere il 100% - limitando l’utilizzazione del glucosio e la glicolisi anerobia da parte delle cellule maligne

Scoperto da ricercatori dell’Università Cattolica di Roma un importante meccanismo di resistenza farmacologica operato da un tumore molto aggressivo e attualmente poco curabile – l’epatocarcinoma – per sfuggire all’azione dell’unico farmaco oggi in uso, individuando una possibile strategia per potenziare l’azione del farmaco ed accrescere le chance di cura oggi non molto alte.

L’epatocarcinoma primitivo è una neoplasia molto difficile da curare: non è di per sé frequentissimo (30-40 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti in Italia) ma diventa più frequente in presenza di alcune condizioni predisponenti come la cirrosi epatica e l’epatite cronica (B e soprattutto C). In Italia nel 95% dei casi l’epatocarcinoma si sviluppa in pazienti con cirrosi e per tale motivo, anche se trattato in modo radicale, ha una sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi inferiore al 50%, anche perchè i pazienti sviluppano altri tumori o hanno una progressione grave dell’epatopatia sottostante. Il problema è che questo tipo di  tumore risponde molto poco alla chemioterapia come pure all’unica terapia ‘biologica’ oggi disponibile – il Sorafenib – mentrele cellule tumorali rispondono al danno mitocondriale subito a opera del farmaco potenziando l’efficienza di una sorgente alternativa di energia, la cosiddetta ‘glicolisi anaerobia’.

Lo studio – che ha coinvolto anche ricercatori stranieri ed  è stato pubblicato sul Scientific Reports, edita dal gruppo Nature, da Giovambattista Pani, ricercatore di Patologia generale e dall’équipe di Antonio Gasbarrini, Ordinario di Medicina interna e gastroenterologia presso l’Università Cattolica – Policlinico Agostino Gemelli di Roma – ha condotto alla scoperta una possibile strategia per potenziare l’azione del farmaco, limitando  l’utilizzazione del glucosio da parte delle cellule maligne. Bloccando contemporaneamente anche la glicolisi anerobia con un altro agente i ricercatori hanno  verificato che l’azione curativa del Sorafenib migliorava drasticamente, fino a raggiungere il 100%”. Per dimostrare inequivocabilmente questo meccanismo sono state anche utilizzate delle cellule molto sofisticate, ingegnerizzate con un interruttore genetico che consente di “accendere” e “spegnere” a piacimento l’attività mitocondriale per mimare l’azione del farmaco.

Queste osservazioni, ancorché compiute esclusivamente in vitro, sono particolarmente importanti perché evidenziano un nuovo meccanismo di resistenza tumorale al farmaco (cioè l’aumento della glicolisi anaerobia che sopperisce al danno mitocondriale) e indicano una possibile strategia combinata per potenziare moltissimo l’azione del farmaco in terapia umana. Al momento gli inibitori della glicolisi disponibili sono molto tossici, ma è auspicabile che nel prossimo futuro possano essere messi a punto nuovi agenti più maneggevoli da accoppiare al Sorafenib nella terapia dell’epatocarcinoma primitivo.