No al regionalismo, trial clinici accurati e indipendenti: la ricetta per ridurre il costo dei farmaci oncologici

Le proposte di Novartis, Mario Negri e Aiom al dibattito promosso dal Corriere della Sera

Non solo sofosbuvir. L’impatto dei farmaci oncologici innovativi sui conti pubblici è già oggi difficilmente sostenibile. Senza troppi equilibrismi, una o più strade si devono però trovare se si vuole garantire ai cittadini l’accesso alle nuove terapie. Gli strumenti? Legare sempre di più il prezzo alla valutazione costo/efficacia; curare maggiormente i trial clinici limitandone il fallimento e quindi a cascata i costi della ricerca; favorire la concorrenza tra imprese produttrici; riportare dalle Regioni allo Stato centrale le contrattazioni sull’inserimento in prontuario e agevolare la diffusione dei biosimilari. Il tutto, se è possibile, portando dal 7% al 9% la spesa sanitaria rispetto al Pil e, va da sé, governando quell’infinità di sprechi in sanità che solo in parte (minima) ha a che fare con la farmaceutica.

In sintesi, sono queste le proposte emerse nel corso del dibattito sul tema “Farmaci tra costo e valore – impresa, ricerca e accessibilità” organizzato nei giorni scorsi a Milano dalla Fondazione Corriere della Sera. In autunno, proprio Luigi Ripamonti, responsabile del supplemento salute del quotidiano milanese, ha provocatoriamente chiesto dalle colonne del giornale se qualche mese (o anno) di sopravvivenza in più giustificasse le decine di migliaia di euro che si spendono ormai per singoli cicli di terapia con anticorpi monoclonali. Lungi dal poter risolversi in un botta e risposta, la questione è rimpallata in sala alla presenza di Guido Guidi, Head region Europe di Novartis, Giuseppe Remuzzi, nefrologo di fama internazionale e coordinatore delle ricerche all’Istituto Mario Negri di Bergamo e Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom).

Mercato, innovazione, investimenti, etica degli affari e interlocuzione pubblica sono gli argomenti su cui s’è principalmente diffuso dal palco Guido Guidi (ascolta l’intervista). “In Italia la spesa farmaceutica non è cresciuta, anzi. Nei primi sei mesi del 2014 – ha detto il manager Novartis – è scesa del 3%. Il mercato è cambiato: i me-too non ci sono più, si producono meno molecole e c’è oggi una maggiore selettività. Il mercato sta calando. Tra le aziende c’è preoccupazione: fanno parte del sistema salute e hanno meno capacità di investire per lo sviluppo anche perché il 70% delle molecole è a perdita. Certo, aziende e Ssn devono sicuramente recuperare efficienza, non dimenticando che solo il 15% della spesa sanitaria è per i farmaci”.

Molto pragmatico Giuseppe Remuzzi. Stringi, stringi il problema del medico è sempre quello di dover dire ai pazienti, magari ai malati rari, che un farmaco salverà loro quasi certamente la vita ma che quello stesso farmaco costa 300 o 400 mila euro e non ce n’è per tutti (ascolta l’intervista). “Dobbiamo avere gratitudine per l’industria farmaceutica – ha detto Remuzzi – ma occorre fare un passo verso la trasparenza dei dati e cercare ridurre il numero dei trial che falliscono (il professore propone di affiancare almeno due studi indipendenti a quelli industriali, n.d.r.). Guido Guidi prosegue: “Premesso che il numero dei fallimenti sta diminuendo, noi di Novartis ci siamo dati un limite etico di prezzo, alto ma ce l’abbiamo (quale sia Guidi non lo dice, n.d.r). Siamo consapevoli che dentro un portfolio di prodotti si può “perdere” in alcune aree ma non in tutte. Sì, il costo della ricerca è troppo alto e non sempre giustificabile, serve maggiore osmosi tra industria e università ma in Italia è difficile. Alla fine, però, la vera domanda non è perché quei farmaci costano tanto, ma cosa ne facciamo di tutti quei soldi. La risposta è che non andiamo alle Bahamas ma facciamo innovazione”. Carmine Pinto, presidente di Aiom, è lapidario: “Valutiamo il costo/efficacia e rivediamo i costi”. Per inciso, particolarmente rilevanti su questo tema sono due articoli apparsi di recente sulla rivista “Global & Regional Health Technology Assessment (Grhta) rispettivamente dedicati alla valutazione di costo/efficacia dei nuovi farmaci oncologici introdotti in Italia e al vantaggio che questi assicurano in termini di sopravvivenza.

In realtà, a vari livelli, i meccanismi di pay for results e risk sharing, sono già attivi in Italia. “Il problema – prosegue Pinto – è anche legato all’allungamento dei tempi autorizzativi che allontanano i farmaci dal mercato. Il sistema non è efficiente e le diverse leggi regionali complicano le cose”. Proprio “contro” le Regioni si va all’unisono. Guidi. “La regionalizzazione è un non-senso e secondo me racchiude elementi anti costituzionali. Io perdo dieci-quindici mesi a cercare di inserire un farmaco in un prontuario regionale. Non fosse così, potrei negoziare altri prezzi”. Remuzzi: “Il regionalismo ha moltiplicato i problemi. Serve un sistema di valutazione centrale”. Ancora Pinto. “La regionalizzazione ha tenuto sotto controllo la spesa ma i tagli non hanno certo migliorato il servizio e l’accesso ai farmaci”.

Capitolo concorrenza. Per Guido Guidi è una grande garanzia e qualsiasi tentativo per evitarla è “deprecabile”. Il manager Novartis vede di buon occhio (suscitando il dichiarato stupore di Giuseppe Remuzzi) l’avvento dei biosimilari, l’abbassamento dei prezzi e lo stimolo a innovare per le aziende che producono farmaci branded”.

Guidi chiude con una nota incoraggiante. “Tutto sommato, l’accesso ai farmaci in Italia è molto positivo, anche rispetto ai paesi europei di riferimento. Come azienda posso non essere contento del pay for results introdotto da Aifa, Ma l’Italia è leader in Europa nell’appropriatezza prescrittiva e di costo. Sono dispiaciuto semmai quando ci si confronta con l’Inghilterra: quello non è un buon posto dove ammalarsi”.