Cancro. Rapporto Favo: “Tempi troppo lunghi per l’accesso ai nuovi farmaci”

Presentato oggi a Roma il VII rapporto sulla condizione assistenziale dei malati di tumore. I dati di un'indagine Censis: 1.070 giorni di burocrazia per accedere alle nuove terapie. Poi l'appello alla politica: “La riabilitazione oncologica va inserita nei Lea”

Prima di poter accedere a un farmaco anti-cancro innovativo, i pazienti oncologici italiani devono attendere 1.070 giorni, circa tre anni. Troppi, secondo la Federazione italiana delle associazioni di volontari in oncologia (Favo) che oggi a Roma ha presentato il VII Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici. Nell’edizione 2015, i risultati di un’indagine, promossa in collaborazione con Aiom (Associaizone italiana oncologia medica) e Censis, che esplora i ritardi nella disponibilità delle cure. Nel dettaglio, quei 1.070 giorni si dividono fra i 400 richiesti per l’approvazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) e i 570 per l’ok dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Attese da sommare a quelle della terza fase: l’inserimento del farmaco nei Ptor, i prontuari terapeutici ospedalieri regionali. Un passaggio che in media richiede altri 100 giorni, ma con molte differenze fra territori: dai 170 della Calabria ai 40 dell’Umbria. “E intanto i pazienti muoiono”, commenta con amarezza il presidente di Favo, Francesco De Lorenzo. “Nelle Regioni che non hanno il Prontuario terapeutico ospedaliero i farmaci innovativi sono disponibili in maniera più tempestiva – spiega De Lorenzo – È chiaro che avere le terapie giuste al momento giusto è l’unica soluzione per rispondere in modo adeguato alla domanda di cure efficaci. Il lavoro svolto dalle Commissioni regionali, locali e aziendali, che ovviamente non aggiungono valutazioni scientifiche aggiuntive rispetto a Ema e Aifa, porta a un razionamento dei farmaci effettivamente disponibili per i cittadini. E si determinano così inaccettabili disparità fra Regione e Regione, negando, dove ciò avviene, il diritto di tutti i malati ad avere accesso in tempo utile ai nuovi farmaci autorizzati”.

L’indagine pubblicata nel Rapporto Favo ha preso in considerazione 16 farmaci oncologici (nuove autorizzazioni Aic o estensioni di indicazioni per farmaci già autorizzati) che hanno completato l’iter autorizzativo e ora sono disponibili in commercio. Una spiegazione ai tempi così lunghi prova a darla De Lorenzo: “In molti casi i ritardi sono causati dalla cadenza temporale delle riunioni delle Commissioni Tecnico Scientifiche regionali, che spesso avvengono con scarsa frequenza, anche dopo due anni. Inoltre, spesso, durante l’iter autorizzativo, il passaggio dall’Aifa ai singoli Ptor porta addirittura a un taglio delle indicazioni terapeutiche, con l’effetto di negare il diritto alla cura ad alcuni pazienti”.

Come ogni anno il Rapporto esplora a 360 gradi le criticità o le buone pratiche dell’assistenza in campo oncologico. Con l’edizione 2015 la Favo lancia questo messaggio alla politica: la riabilitazione oncologia deve essere riconosciuta nella sua specificità e rientrare nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). “Oggi non è così – spiega la Favo – e la mancanza di supporto socio-economico carica di oneri le famiglie costrette a provvedere a proprie spese alle forme di assistenza non previste dal servizio sanitario nazionale”. Secondo Carmine Pinto, residente nazionale di Aiom, il Ssn “trascura sia la fase di riabilitazione post-trattamento acuto sia quella che segue alla remissione totale, argomentando in maniera inaccettabile che la riabilitazione oncologica è ricompresa nelle tipologie desunte dall’International classification of functioning, disability and health (Icf) dell’Oms”. Un riferimento a quanto stabilito dalla Conferenza Stato-Regioni, cioè l’inclusione della riabilitazione oncologica all’interno di altre tipologie riabilitative, riferite a malattie articolari, cardio-circolatorie, del linguaggio, dell’apparato digerente, delle vie urinarie, mentali e dell’autonomia comportamentale.

La richiesta, quindi, è quella di dedicare più attenzione ai pazienti che sopravvivono ai tumori. Secondo i dati Airtum 2014, diffusi a marzo scorso e citati nel Rapporto Favo, nel 2010 erano 2.587.347 gli italiani vivi dopo una diagnosi di tumore, il 4,4% della popolazione. I pazienti guariti, con un’attesa di vita paragonabile a quella delle persone non colpite da tumore, erano 704.648, pari al 27% di tutti i pazienti (20% uomini e 33% donne) e all’1,2% degli italiani. Nel 2015 sono circa tre milioni (3.036.741) le persone vive dopo una diagnosi oncologica (4,9% degli italiani) con un incremento, rispetto al 2010, del 17%. “Complessivamente, un malato di cancro su quattro può considerarsi guarito a tutti gli effetti – commenta De Lorenzo – Questi dati rappresentano un’inversione di tendenza rispetto al diffuso stigma cancro uguale morte. Ma non sappiamo se queste persone effettivamente conducano una vita normale. Sorge quindi una serie di interrogativi sulla condizione in cui versano coloro che hanno sconfitto il cancro dal punto di vista sanitario, sociale ed economico. Oggi è possibile avviare una battaglia politica non solo nazionale, ma anche europea, per abbattere le barriere che impediscono alle persone guarite di avvalersi dei loro innegabili diritti socio sanitari ed economici, finora negati, a cominciare dall’accesso a mutui, assicurazioni sanitarie e servizi finanziari”.

Una gestione completa ed efficiente dei pazienti oncologici passa, secondo le associazioni, attraverso le Reti oncologiche regionali, realtà già consolidate in alcune Regioni più virtuose ma ancora lontane dall’essere realizzate in molte altre. “L’effettiva realizzazione delle reti oncologiche regionali è l’occasione per la presa in carico a 360 gradi dei pazienti, compresi quelli guariti. L’intesa Stato-Regioni del 30 ottobre 2014 ha approvato la ‘Guida per la costituzione di reti oncologiche regionali’. Questo documento si caratterizza sia per i suoi contenuti che per il suo significato di governance. Finora solo in Lombardia, Piemonte e Toscana sono stati realizzati compiutamente questi network, ma è importante capire se e in che modo queste Regioni hanno messo in atto la ‘Guida’”. Le reti oncologiche permettono inoltre di indirizzare i casi più complessi nei centri di riferimento”, conclude De Lorenzo.

Dal fronte della politica, Pier Paolo Vargiu – presidente della Commissione Affari Sociali della Camera – accoglie l’appello lanciato oggi dalle associazioni: “Chi, in trincea, assiste i malati oncologici, chiede di non essere lasciato solo nella fase post riabilitazione e di prevenzione terziaria.  Dal cancro si può guarire, ma non si può pensare di lasciare soli i malati una volta superata la fase acuta. Per rispondere a questo sacrosanto bisogno di salute bisogna intervenire sui Lea trovando risorse vere: operazione possibile solo con riforme coraggiose ammettendo una volta per tutte che il Servizio Sanitario Nazionale non se la passa poi così bene”.

Il ministro della salute Beatrice Lorenzin, invece, ha sottolineato – in un messaggio inviato alla Favo – la delicatezza della “presa in carico dei pazienti oncologici” e l’importanza di un “percorso oncologico” con al centro il paziente che consideri “il malato nella sua totalità, con tutte le implicazioni psicologiche e relazionali”.

 

IL RAPPORTO