Prevenzione, l’Italia divisa: l’offerta vaccinale non è uguale per tutti

Disomogeneità fra i territori nell'applicazione delle direttive nazionali, rischi differenti per cittadini di Regioni diverse, mancato allineamento alle politche sanitarie degli altri paesi europei. Presentato oggi a Roma il Primo Report di Osservasalute

meningite

L’offerta vaccinale in Italia non è uguale per tutti. Ancora una volta la sanità pubblica paga il prezzo delle disparità regionali e cittadini corrono rischi diversi a seconda dell’area geografica in cui vivono. È il dato che emerge dal I Report “Prevenzione vaccinale” presentato oggi dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane – con sede presso l’Università Cattolica di Roma – e pubblicato con il sostegno incondizionato di Crucell, Glaxo Smith Kline, Pfizer e Sanofi Pasteur Msd.

Dal lavoro degli esperti guidati da Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio e commissario straordinario dell’Istituto superiore di sanità (Iss), emerge una diversa applicazione a livello regionale delle direttive nazionali sui vaccini con conseguente disomogeneità sul territorio riguardo l’offerta vaccinale. Nonostante l’esistenza del Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv) 2012-2014 – documento di riferimento e di guida attualmente in vigore in tema di diritto alla prevenzione di malattie per le quali esistono vaccini efficaci e sicuri – e l’inclusione dal 2001 delle vaccinazioni nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), l’offerta vaccinale sull’intero territorio risulta estremamente eterogenea.

Un esempio arriva dall’offerta, introdotta nel 2007, della vaccinazione anti-Human Papilloma Virus (Hpv) alle ragazze nel 12esimo anno di vita, sia per le differenze temporali di avvio dell’offerta gratuita nelle singole Regioni e Province Autonome, sia per il limite massimo di età oltre il quale la gratuità non è più prevista. Un altro caso di disparità, invece, riguarda l’obbligatorietà delle vaccinazioni: la Regione Veneto, ad esempio, dal 2007 ha sospeso l’obbligo per tutti i nuovi nati a partire dal 1 gennaio 2008 e introdotto un sistema di monitoraggio semestrale al fine di verificare ed evidenziare, in tempi molto brevi, eventuali effetti sfavorevoli del provvedimento adottato, mantenendo inalterato il sistema di offerta gratuita da parte dei servizi vaccinali.

“L’obbligatorietà vaccinale è un tema molto discusso – commenta Maria Luisa Di Pietro, docente dell’Istituto di sanità pubblica dell’Università Cattolica di Roma e co-autrice del report assieme ad Alessandro Solipaca – e, se in passato poteva essere giustificata dallo status sociale e culturale che caratterizzava il nostro Paese, oggi l’attenzione dovrebbe essere spostata verso il dovere morale del cittadino e, più in particolare, dei genitori se riferito alle vaccinazioni per l’infanzia. All’interno di questo percorso di passaggio diventa fondamentale la qualità dell’informazione basata sulle migliori evidenze scientifiche disponibili, le modalità comunicative e la formazione degli operatori sanitari poiché sia le conoscenze scientifiche che le capacità comunicative e operative di esecuzione e di coordinamento sono basilari per giungere all’obiettivo cui tendono le vaccinazioni”.

Una ulteriore evidenza di eterogeneità nell’erogazione dell’offerta vaccinale si riscontra nell’applicazione delle indicazioni del calendario vaccinale, presente nel Pnpv rispetto al quale ogni singola Regione o Provincia Autonoma può attuare adeguamenti e/o modifiche tramite provvedimenti normativi. A tal proposito, alcune Società scientifiche e Federazioni accreditate hanno elaborato il Calendario Vaccinale per la Vita, la cui ultima edizione del 2014 (mostrata in figura) amplia l’offerta vaccinale rispetto a quanto riportato nel Pnpv, e che viene spesso utilizzato a riferimento delle modifiche normative proposte. Un esempio è l’inclusione del sesso maschile nei programmi vaccinali contro l’Hpv da parte di alcune Regioni (Puglia, Veneto, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Liguria).

“Oggi le vaccinazioni sono a un punto di svolta”, commenta Ricciardi. “La pratica vaccinale – aggiunge – è l’intervento di Sanità Pubblica più efficace al mondo, dopo l’acqua pulita, per promuovere la buona salute e salvare vite umane. L’auspicio è che, affinché i vaccini abbiano un futuro importante, tutti gli ‘attori’ coinvolti siano in grado di assumersi le responsabilità legate al proprio ruolo. In questo scenario il governo centrale dovrà promuovere una programmazione omogenea su tutto il territorio nazionale e finanziare adeguatamente i vaccini di provata sicurezza e costo-efficacia; i governi regionali avranno il compito di recepire ed implementare i piani vaccinali in modo omogeneo nel Paese; i professionisti sanitari dovranno aggiornare costantemente le proprie conoscenze e basare le decisioni riguardanti la propria salute e quella dei pazienti sull’evidenza scientifica e l’etica della responsabilità, informando adeguatamente la popolazione; i cittadini, da ultimi ma certamente importanti al pari di tutti gli altri, avranno il compito di informarsi attivamente sulle opportunità offerte dalla medicina e dalla ricerca scientifica per migliorare la propria salute scegliendo liberamente e responsabilmente”.

Ma non ci sono solo ombre: infatti si riducono negli anni i casi di notifica – e dunque ci si ammala di meno – della maggior parte delle malattie prevenibili con le vaccinazioni e si va sempre più diffondendo il valore economico-etico-sociale delle vaccinazioni. Per quanto riguarda le malattie per le quali in Italia esiste l’obbligo vaccinale, i casi registrati sono pari a zero per la Poliomielite e la Difterite e pari a 57 per il Tetano (2011), mentre per l’Epatite B, resa obbligatoria molto più tardi (2001), si registra una netta contrazione di casi stessi negli anni osservati (da 1.528 casi nel 2000 a 282 casi nel 2010, ossia -81,54%). Relativamente a queste patologie si registrano anche, a livello nazionale, valori di copertura ottimali in linea con l’obiettivo minimo stabilito nel vigente Pnpv (almeno il 95% entro i 2 anni di età).

I dati di notifica di Morbillo, Rosolia e Parotite, per le quali la vaccinazione risulta raccomandata (vaccino combinato), mostrano diminuzioni molto consistenti (Morbillo: da 1.457 casi nel 2000 a 388 casi nel 2010 – ossia -73,37%; Parotite: da 37.669 casi nel 2000 a 534 casi nel 2010 – ossia -98,58%; Rosolia: da 2.605 casi nel 2000 a 47 casi nel 2010 – ossia -98,20%). Nonostante la riduzione dei casi, però, la relativa copertura vaccinale non raggiunge ancora il valore ottimale (raggiungimento e mantenimento nel tempo di almeno il 95%) previsto dal Piano Nazionale per l’Eliminazione del Morbillo e della Rosolia congenita in vigore, ma anzi, dal confronto dei dati del 2013 con l’anno precedente, si osserva addirittura un decremento (-2,11%).

Oltre alle vaccinazioni tradizionalmente raccomandate, nel Pnpv è stata ampliata l’offerta vaccinale in tutto il Paese di nuovi vaccini che hanno dimostrato elevata efficacia nel prevenire alcune malattie infettive con grave decorso clinico (per esempio, infezioni invasive da meningococco) o malattie che, pur decorrendo nella maggior parte dei casi senza complicanze, hanno un’elevata incidenza (Varicella).

Per quanto riguarda la vaccinazione antinfluenzale offerta gratuitamente ai gruppi di popolazione considerati a rischio, in particolare agli anziani (65 anni e oltre), il Pnpv stabilisce per gli ultra 65enni il 75% come obiettivo minimo perseguibile e il 95% come obiettivo ottimale. In Italia, purtroppo, con le percentuali di copertura vaccinale attualmente conseguite, l’obiettivo minimo resta ancora lontano dall’essere raggiunto. Infatti, nella stagione 2013-2014, la copertura vaccinale degli anziani risulta a livello nazionale pari a 55,4% e, considerando l’arco temporale 2002-2003/2013-2014, si è osservata addirittura una diminuzione dell’8,1%. Nella stagione 2014-2015 la copertura vaccinale negli ultra 65enni risulta pari al 49%, registrando quindi una ulteriore riduzione.

Tuttavia è ancora lunga la strada da percorrere per ottenere il massimo dei benefici dalla prevenzione offerta dai vaccini oggi disponibili, sia nel lungo e medio periodo per la popolazione pediatrica, sia nel breve termine per la popolazione adulta e soprattutto anziana, da coinvolgere maggiormente nelle campagne vaccinali.

I benefici dei programmi di immunizzazione assumono una valenza differente che dipende dall’età dei soggetti da coinvolgere. Nel caso dei bambini si parla di lungo termine poiché la non immunizzazione in età infantile, oltre a determinare una minore probabilità di sopravvivenza e impattare sullo sviluppo psico-fisico, incide anche in termini di mancato o incompleto accesso al sistema istruzione e sulle capacità produttive in età adulta in caso di disabilità.

Per la popolazione in età adolescenziale, invece, i programmi di richiamo e di recupero dell’immunizzazione rappresentano un investimento a medio-lungo termine poiché hanno una funzione protettiva su patologie disabilitanti che possono impattare sul loro sviluppo prima dell’età adulta, condizionando le future capacità produttive. Infine, se si considera la fascia di popolazione adulta l’investimento derivante dai programmi di immunizzazione è a breve termine, generando in tempi rapidi un guadagno di salute che si riflette in un incremento della produttività.

Anche per la popolazione anziana i programmi di immunizzazione sono un investimento a breve termine che consentono di diminuire il rischio di sviluppo di malattie infettive, che nei soggetti anziani causano un acceleramento del declino complessivo fino al decesso.
Relativamente all’influenza si stima che l’assenza di una strategia vaccinale genererebbe più di 2 milioni di casi, con circa 30.000 decessi, mentre la somministrazione del vaccino ridurrebbe i casi a 1,5 milioni. Nel nostro Paese inoltre, la durata media dell’assenza dal lavoro per sindrome influenzale è di circa 4,8 giorni ed è stato calcolato che ogni caso di influenza costa, complessivamente, 330€.

IL REPORT (Osservasalute.it)

IL CALENDARIO VACCINALE