Cinque pratiche da usare “saggiamente” in endocrinologia

Il progetto Slow Medicine mira a identificare le pratiche mediche a rischio inefficienza, che secondo gli esperti del settore andrebbero evitate: è il turno dell’endocrinologia

Anche in medicina non tutte le pratiche sono utili ed efficaci allo stesso modo, ma bisogna saper distinguerle e farne un buon uso. Dal 2012 il progetto Slow Medicine, attraverso il moto “fare di più non significa fare meglio”, mira proprio a identificare, in ogni campo sanitario, le pratiche mediche a rischio inefficienza, che secondo gli esperti del settore andrebbero evitate. Sono già diversi i settori messi sotto esame dai clinici e questa volta in particolare è il turno dell’endocrinologia, dove l’Associazione Medici Endocrinologi AME, e in particolare il gruppo di lavoro “AME per una Medicina Sostenibile” coordinato da Marco Attard, UO Endocrinologia, Ospedale Cervello, Palermo, attraverso un lungo e complesso percorso basato sull’esperienza clinica e sulle evidenze scientifiche, ha identificato le pratiche a rischio di inappropriatezza, impiegate usualmente ma non supportate da prove di efficacia. “Ovviamente – spiega Attard – l’attuazione di queste pratiche non è preclusa ma deve essere valutata volta per volta sulla base dei segni clinici, della storia del paziente e condividendo la decisione col paziente stesso”. “Confortati dai risultati di studi e metanalisi, abbiamo selezionato le 5 pratiche cliniche endocrinologiche che non risultano efficaci” afferma Rinaldo Guglielmi, Presidente AME.

Ecco la lista delle 5 pratiche stilate dall’Ame, che sarebbe meglio evitare di prescrivere ai propri pazienti:

  1. Richiedere di routine l’ecografia tiroidea nei soggetti senza segni e/o sintomi di patologie tiroidee e non appartenenti a gruppi di rischio per carcinoma tiroideo; negli ultimi anni si è registrato un notevole incremento di diagnosi di carcinoma tiroideo non associato ad aumento di mortalità, evidenziando una condizione di overdiagnosis. L’esecuzione indiscriminata di ecografie non solo individua un numero elevato di noduli tiroidei privi di “peso patologico”, ma può causare ansia nel paziente e un aumento delle procedure diagnostiche e degli interventi chirurgici, con conseguente aumento dei costi per la collettività e soprattutto con possibili danni per il paziente.
  2. Ripetere l’indagine densitometrica ossea a intervalli minori di due anni; i cambiamenti percentuali nella densità ossea prevedibili entro due anni grazie alle terapie o alla normale perdita di massa ossea nelle donne in menopausa, è inferiore alla precisione di rilevamento della tecnica utilizzata.
  3. Richiedere il dosaggio del testosterone libero nel sospetto diagnostico di ipogonadismo e di iperandrogenismo; sussistono delle problematiche analitiche per le metodiche attualmente in uso che non rendono utilizzabili i risultati ottenuti. È pertanto preferibile basarsi sul testosterone totale.
  4. Richiedere di routine il dosaggio della FT3 nei pazienti con patologia tiroidea; nella maggior parte dei casi il dosaggio del  TSH è sufficiente per conoscere la funzione della tiroide. E’ utile il dosaggio della  FT3, oltre alla FT4, solo se si riscontrano valori soppressi di TSH. Nel monitoraggio della terapia sostitutiva dell’ipotiroidismo con levotiroxina il dosaggio della FT3 non è necessario  per valutare l’adeguatezza della posologia, salvo casi particolari.
  5. Trattare indiscriminatamente con levotiroxina i pazienti con gozzo nodulare; l’efficacia clinica del trattamento si realizza solo in una minoranza di pazienti e dopo un  trattamento molto  lungo. La terapia soppressiva con levotiroxina, però, porta ad una condizione di tireotossicosi subclinica  che è rischiosa specialmente per le donne in menopausa e per gli anziani (rischio di osteoporosi ed aritmie). La terapia va quindi presa in considerazione solo in casi particolari ed in soggetti giovani.

Sono tanti gli esami e i trattamenti che continuano a essere prescritti ed effettuati per varie ragioni come l’abitudine, per soddisfare pressanti richieste dei pazienti o per timore di conseguenze medico-legali. Poiché queste pratiche rappresentano un vero e proprio spreco di risorse è necessario agire in varie direzioni per ridurli, con la certezza che il paziente non avrà alcun nocumento. Ci vuole una nuova consapevolezza e un’assunzione di responsabilità da parte dei medici, sottoposti a forti pressioni da parte delle aziende, da colleghi “scrupolosi” che prescrivono molti esami e anche dagli stessi pazienti che sempre di più si rivolgono al “Dottor Google” e ordinano prescrizioni al medico invece di affidarsi alle sue competenze. Occorre anche che i cittadini si rendano conto che per la loro salute non sempre “fare di più significa fare meglio” e che non sempre il medico che prescrive più esami e prestazioni è più competente”.