Tumori del cavo orale, quando è meglio fare la chemio prima dell’intervento chirurgico

Lo studio di un ricercatore italiano ha evidenziato come un sottogruppo di neoplasie spinocellulari potrebbe essere utilmente trattato con chemioterapia prima dell’operazione chirurgica

La strategia terapeutica può incidere notevolmente sulla prognosi dei tumori del cavo orale. Lo dimostra uno studio condotto da Paolo Bossi, ricercatore della Struttura semplice dipartimentale di Oncologia medica dell’Istituto nazionale dei tumori, che ha evidenziato come un sottogruppo di neoplasie spinocellulari potrebbe essere utilmente trattato con chemioterapia prima dell’intervento chirurgico. Un approccio terapeutico che ha mostrato un netto miglioramento nella prognosi, in alcuni casi fino alla remissione completa della malattia, ed è valso a Bossi il premio Aiom Giovani 2015, consegnato oggi a Perugia, dove si svolge la due giorni di congresso della società scientifica dei giovani oncologi italiani.

Bossi, in particolare, ha pubblicato i risultati a lungo termine di uno studio randomizzato sulle neoplasie spinocellulari localmente avanzate. La sua ricerca, pubblicata su Annals of Oncology, ha analizzato due gruppi di pazienti, il primo sottoposto direttamente a intervento chirurgico, il secondo trattato con chemioterapia e solo successivamente sottoposto a intervento chirurgico.

“L’obiettivo era misurare se esistesse una differenza nei due gruppi di pazienti, ma non è stato riscontrato nessun vantaggio in termini di sopravvivenza. Solo un piccolo sottogruppo di pazienti sottoposti a chemioterapia prima dell’intervento – spiega Bossi – ha mostrato una risposta sorprendente ai trattamenti: un quarto dei pazienti pre-trattati con chemio, infatti, ha manifestato una remissione patologica completa della malattia e una sopravvivenza a 10 anni del 76,2%. Nel gruppo che ha mostrato persistenza della malattia, la sopravvivenza a 10 anni era inferiore, pari al 41,3%”.

Queste evidenze hanno spinto gli studiosi ad approfondire le proprie ricerche, per individuare le cause di un dato così incoraggiante in un ristretto sottogruppo di pazienti: “Gli studi successivi – prosegue Bossi – hanno permesso di stabilire che i pazienti che traevano maggior beneficio dal trattamento con chemioterapia prima dell’intervento erano dotati di un determinato meccanismo molecolare. In particolare, dall’analisi del pezzo tumorale, in questi sottogruppi di pazienti è risultata l’assenza di mutazioni del gene TP53, detto ‘guardiano del genoma’. In questi casi, dunque, può dirsi che una strategia terapeutica fondata sulla chemioterapia prima dell’intervento chirurgico possa incidere sulla prognosi molto positivamente e in modo statisticamente significativo”.