Identificata una nuova causa di danno cerebrale nella malattia di Alzheimer

I ricercatori dell’Università di Verona hanno identificato un ruolo dei globuli bianchi nell'induzione della patologia e del declino cognitivo nell’Alzheimer e l’integrina LFA-1 come possibile nuovo target farmacologico

Un ulteriore passo avanti nella comprensione della malattia di Alzheimer è stato fatto dai ricercatori dell’Università degli Studi di Verona, che hanno identificato una nuova causa coinvolta nel danno cerebrale e nel deficit cognitivo associato alla patologia. Il lavoro, pubblicato su Nature Medicine e co-finanziato dall’Aism, associazione italiana Sclerosi multipla con la sua Fondazione (Fism), spiega come il sistema immunitario e i neutrofili potrebbero avere un ruolo nella genesi dell’Alzheimer. In particolare la scoperta apre le porte a un possibile nuovo bersaglio farmacologico, l’integrina LFA-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen-1). La ricerca dell’ateneo scaligero ha inoltre il potenziale di essere rapidamente trasferita in clinica considerando che la terapia anti-integrine è stata già testata in pazienti con malattie autoimmuni.

La malattia di Alzheimer è oggi la forma più comune di demenza e i suoi numeri sono destinati a crescere se si pensa che nel 2030 le stime prevedono circa 66 milioni di persone colpite dalla malattia, e nel 2050 115 milioni, con pesanti conseguenze sociali ed economiche. A oggi non esiste una vera e propria cura in grado di fermarne il decorso.

Merito dei ricercatori italiani è stato aver identificato un ruolo inaspettato per le cellule del sistema immunitario, i globuli bianchi (chiamati anche leucociti), nell’induzione della patologia e del declino cognitivo nell’Alzheimer. La migrazione dei globuli bianchi dai vasi sanguigni nei tessuti, dove si sviluppa il processo patologico, ha una funzione di difesa dell’organismo dall’agente patogeno quando parliamo di infezioni, mentre nel caso delle malattie infiammatorie “sterili”, non dovute a infezioni, la migrazione dei leucociti ha un ruolo patologico che causa un importante danno tessutale. I ricercatori guidati da Gabriela Constantin, docente di Patologia Generale del dipartimento di Patologia e Diagnostica, dell’Università degli Studi di Verona, per studiare la migrazione dei leucociti hanno utilizzato la tecnica della microscopia intravitale a due fotoni nel cervello, utile per l’identificazione del ruolo delle cellule del sistema immunitario nelle malattie cerebrali.

“È stato scoperto che i neutrofili (classe di leucociti più numerosa nel sangue, che possiede un ruolo fondamentale nelle malattie infiammatorie) sono coinvolti nell’induzione della patologia in modelli sperimentali di Alzheimer ed è stata svelata la presenza di neutrofili nel tessuto cerebrale proveniente da autopsie effettuate su pazienti con Alzheimer” spiega Constantin. “Lo studio scientifico ha inoltre identificato l’integrina LFA-1, una proteina presente sui neutrofili in grado di mediare l’adesione di questi globuli bianchi alla parete dei vasi sanguigni e la loro successiva migrazione nel cervello. Il blocco terapeutico dell’LFA-1 è stato in grado di ridurre notevolmente la formazione di aggregati di materiale proteico formato da amiloide e tau che caratterizzano la malattia dal punto di vista neuropatologico e di impedire lo sviluppo del deficit cognitivo in modelli sperimentali di malattia di Alzheimer. Di particolare importanza per un’eventuale applicazione clinica è la dimostrazione in questo studio scientifico che la terapia di breve durata in grado di interferire con la funzione dei neutrofili ha un effetto benefico prolungato sulle funzioni cognitive se applicata nella fase inziale di malattia. L’intervento terapeutico precoce proposto dal gruppo di ricerca potrebbe essere molto efficace sulla malattia anche quando somministrato per tempi brevi e quindi con meno possibilità di sviluppo di effetti collaterali”.